“In nome della madre” di Erri De Luca (Recensione di Stefania Bergo)

In nome della MadreIn nome della madre è un romanzo brevissimo di Erri De Luca. Si legge in un paio d’ore, soffermandosi sul significato delle parole e a vivere le emozioni. Si rimane immersi nel suo alone a lungo.
Erri De Luca tratta un tema di cui, sicuramente, non può aver fatto esperienza diretta: la maternità. Ma non racconta la storia di una semplice mamma, lui narra nove mesi della vita di Miriàm/Maria, la madre di Ieshu.
Tutti noi conosciamo la storia, ciò che accadde secondo quanto raccontato nelle antiche scritture. Si parla di un Arcangelo che giunge a casa di Miriàm/Maria, la saluta, rivelando che sia piena di grazia e che per questo sia la candidata ideale per mettere al mondo il figlio di Dio. Sempre nelle scritture sacre, si narrano gli eventi, di come, incinta quasi prossima al parto, si sia incamminata a dorso di mulo verso Bet Léhem, con il marito Iosef. E lì, da sola, al tepore di una piccola stalla, abbia dato alla luce il Messia.
Erri De Luca parte dai fatti e li integra, con un linguaggio apparentemente semplice, in realtà elegante, denso di simbolismo, rispondendo alle domande che oggi un lettore della Bibbia potrebbe porsi: ma come ha vissuto la sua gravidanza Miriàm/Maria? E come l’ha presa Iosef? Che ha pensato la gente dell’annuncio di una gravidanza divina? Hanno tutti creduto e accettato ogni accadimento con la grazia nel cuore?
 
“Miriam, sai cos’è la grazia?” “Non di preciso”, risposi.
“Non è un’andatura attraente, non è il portamento elevato di certe nostre donne bene in mostra. È la forza sovrumana di affrontare il mondo da soli senza sforzo, sfidarlo a duello tutto intero senza neanche spettinarsi. Non è femminile, è dote di profeti. È un dono e tu l’ahi avuto. Chi lo possiede è affrancato da ogni timore. L’ho visto su di te la sera dell’incontro e da allora l’hai addosso. Tu sei piena di grazia. Intorno a te c’è una barriera di grazia, una fortezza. Tu la spargi, Miriàm: pure su di me.”
La narrazione, in prima persona, è il racconto dei pensieri di una madre, le sue paure, le sue aspettative, pervaso da una serenità inspiegabile se non con la grazia di cui l’Arcangelo parla. Una giovane donna che non cerca chiarimenti a ciò che le è accaduto, accetta come un dono posto nel suo ventre la nuova vita che cresce, con cui parla. Come una qualsiasi altra madre. Il resto, è tutto intorno a lei, fuori. Le domande, gli sguardi accusatori e di compatimento, le chiacchiere. La legge, che imporrebbe a Iosef di denunciare la moglie per adulterio, perché magari si è inventata tutto e la paternità del figlio è tutt’altro che divina.
Iosef. In questo libro non ha un ruolo marginale come si può pensare, tutt’altro. Sono il suo amore incondizionato per Miriàm/Maria e il suo coraggio a far sì che il figlio di Dio possa vedere la luce. Le crede per amore, più che per fede. Si fa scudo tra lei e il volgo, rimbalzando le maldicenze.

“Dove prendi la forza di stare da solo contro tutti, Iosef?”
“Da te”, risponde.

Ma al momento del parto, Miriàm/Maria resta sola. Lui rimane, questa volta marginalmente, di guardia alla stalla. Il miracolo si compie dentro, sulla paglia. Un miracolo che si compie ogni giorno e che si compirà fino alla fine della razza umana: la nascita. I dolori sembrano ovattati, giungono leniti al lettore, sormontati dai pensieri di Miriàm/Maria, di una madre come tante, che vorrebbe che suo figlio fosse uno dei tanti, anonimo, magari anche un poco stupido, purché destinato ad una vita ordinaria, al sicuro. Perché già sa che il suo essere diverso lo condurrà lontano da lei, il “vento freddo dal futuro” glielo ha detto. E si ritrova a pregare, a pretendere, con la passione, l’ardore, l’amore di una madre di carne, che Dio non lo recami mai. Solo in quel momento, realizza, cosa significhi essere la madre di Ieshu. E arriva ad un compromesso, perché sa che ormai tutto è compiuto: glielo consegnerà, devota, ma non prima dei trent’anni, decisa.
Non dico: sia così. Dico: non sia prima di così.
Ti ho promesso, promettimi. Ti ho obbedito, esaudiscimi.

Il finale è intenso, poche frasi che scavano dentro il cuore di qualsiasi madre. La desolazione di un ventre vuoto, una placenta – il sacco vuoto dell’attesa – sulle pietre della stalla. La consapevolezza che, malgrado gli abbracci, non potrà mai più essere una persona sola con suo figlio. Che alla fine le madri solo il tramite attraverso cui il miracolo della vita si compie.

In nome della madre s’inaugura la vita.

Stefania Bergo

dal blog Gli scrittori della porta accanto

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