DUNE ROSSE – FIAMME SUL DESERTO di Maria Pace

brano tratto da “DUNE ROSSE – Fiamme sul deserto” di Maria PACE
e DEDICATO a tutte le donne innamorate… e un po’ deluse
Assopita nella calura del primo pomeriggio, Sahab sonnecchiava ancora, ma il primo pensiero dello sceicco Harith, appena rimesso piede nell’oasi, era stato per Letizia, la bellissima figlia adottiva di Aristeo Gallas, il mercante greco. Con uno sguardo ed un sorriso, la ragazza aveva acceso in lui quel fulmineo lampo di desiderio, quel brivido, quella fiamma, quella scintilla, quel guizzo cantato dai poeti che si prova una sola volta nella vita.
Scontroso e solitario, lo sceicco di Sahab era romanticamente irruente, ma decisamente incostante. I tanti slanci passionali, favoriti da noia o da attimi di solitudine, ma anche dagli eccessi di una inquieta giovinezza, non avevano conosciuto mai quel folle, meraviglioso smarrimento che Letizia era stata capace di imprimere al suo spirito.
Gli dissero che si trovava sotto la grande tenda di Alina, la madre di Ibrahim, il vice del rais, la donna più influente della tribù per la numerosa figliolanza.
Riunite nel centro del maq’ad , la zona riservata agli ospiti, allegre e cicalanti, le ragazze erano occupate negli ultimi preparativi per festeggiare l’arrivo della principessa Jasmine e consumavano l’attesa ricamando ai loro telai, sgranocchiando uva passa e tracannando bicchieri di acqua, the e carkadè.
C’era Zaira e c’erano Agar e Amina, le figlie minori della padrona di casa; c’era Letizia e seduta al suo fianco c’era Fatima, promessa sposa dello sceicco Harith, dal volto velato come voleva la consuetudine.
Fianco a fianco, le due ragazze lasciavano scivolare di tanto in tanto le gambe sull’immenso tappeto senza abbandonare le tazze, non più fumanti, che reggevano in mano: Fatima, che pareva guardarsi intorno con profondo distacco e Letizia che, al contrario, sembrava voler cogliere ogni sfumatura di quanto la circondava; come in attesa di qualcosa.
Continuava a girare il capo in direzione dell’entrata come se qualcuno dovesse fare da un momento all’altro la sua apparizione.
Qualcuno, infatti, scostò il lembo della tenda che fungeva da entrata e stagliò nel vano la possente figura, gettando l’ombra alle spalle: Harith, lo sceicco dei Kinda, che in quel posto dall’aspra e selvaggia bellezza, unico al mondo, sembrava esservi stato messo come parte integrante, tale era la perfetta sintonia con esso. Avanzò di qualche passo, con quel suo atteggiamento fiero ed esclusivo, da animale selvaggio, che tanto timore incuteva in avversari e nemici e tanta ammirazione negli altri.
Harith era senza dubbio l’uomo più attraente della tribù, ma schivo e scontroso; un misto di dolcezza e violenza, vendetta e perdono, comprensione ed implacabilità; gran combattente. Tenacia e pazienza erano commiste in lui insieme a spregiudicatezza e buonsenso, astuzia diplomatica e capacità d’azione, qualità che aveva l’abilità di utilizzare sempre al momento giusto. Un uomo ambizioso, intelligente e scaltro: il capo giusto per un popolo inquieto ed irrequieto come i Kinda.
Da ragazzo suo padre, lo sceicco Hammad Alì, lo aveva spedito in Italia, a Torino, dove aveva frequentato la Regia Scuola per la Preparazione degli Ingegneri, con specializzazione in Idraulica, con ottimi risultati. Era tornato, alla morte del padre, con tantissimi progetti in testa e pronto a guidare la sua gente ed a migliorare le loro condizioni di vita e anche quelle delle altre tribù del deserto, sfruttando le risorse idriche dell’oasi.
Alto, l’atletica figura avvolta nell’ampio Ksa, il mantello bianco marocchino senza maniche, ornato di passamanerie e ancora impolverato di sabbia:
“Inshallah!” salutò, facendo convergere su di sé gli sguardi di tutte le ragazze.
Fatima e Letizia scattarono entrambe in piedi per andargli incontro e sul bel volto abbronzato del giovane comparve un’espressione indecifrabile; le sopracciglie congiunte sul naso adunco parvero fremere e stormire come piccoli cespugli. Contrasse la mascella mentre un lampo di titubanza gli attraversava lo sguardo.
Si fermò al centro del grande ambiente; le due ragazze, invece, avanzarono con passo sempre più veloce. Soprattutto Letizia, il cui sguardo sfavillava come un cielo irrorato dalla luce dell’Aurora: azzurro brillante. Scuro e di una dolcezza schiva, quasi color caffé, invece, quello della figlia dello sceicco degli Aws, che il nero, trasparente jasmac rendeva carico di mistero. Sotto il velo si intravvedeva una folta capigliatura nera sapientemente acconciata.
“Provocatorio e tentatore”, soleva ripetere sir Richard, l’amico lord inglese, quando si esprimeva a proposito del volto velato della donna islamica.
In realtà, a Sahab quasi nessuna aveva il volto velato. Quella del velo era una delle innumerevoli regole cui la donna araba doveva sottostare per essere rispettata e per sentirsi al sicuro, ma le donne di Sahab godevano di una libertà sconosciuta alle donne della costa e delle città.
La vecchia Alina ed altre poche donne della sua generazione, però, difendevano ancora e con accanimento quella imposizione.
“Gli uomini – dicevano – non desiderano mancare di rispetto ad una donna, ma se ne incontrano una a viso scoperto, possono cadere in tentazione.”
“E’ un problema degli uomini! – replicava Letizia che, da ribelle occidentale non intendeva sottomettersi a quei dettami per lei irragionevolmente restrittivi – Se un uomo non sa controllare i propri istinti e le proprie debolezze, non è colpa della donna che gli sta di fronte!”
Naturalmente Alina rispondeva sempre scuotendo la testa; anche le sue figlie, però, non portavano veli, se non qualche volta, per pura civetteria.
Le due ragazze continuarono ad avanzare.
Piuttosto graziosa, le forme un po’ abbondanti, Fatima esibiva una veste della più pura tradizione islamica. Doveva prediligere il colore verde, poiché sopra la veste di prezioso damasco giallo indossava una sopraveste senza maniche verde, riccamente ricamata con fili d’oro e sotto la veste, aperta sul davanti, portava ampi pantaloni di leggerissima seta. Anche questi di colore verde. Collo, caviglie, polsi e mani erano letteralmente coperti da vistosi gioielli.
Priva di qualunque gioiello, invece, la figura di Letizia. Nemmeno un esile cerchietto intorno alle affusolate dita da artista: nel suo Paese, in Italia, Letizia aveva studiato pianoforte, nel collegio militare presso cui aveva vissuto parte dell’adolescenza, prima che Aristeo Gallas, il mercante greco amico di suo padre, alla morte dei suoi, l’adottasse. E neppure portava gioielli di altra sorta, benché l’uomo che l’aveva adottata fosse stato un gioielliere. Né fasce ai polsi, né filigrane intorno alle caviglie. Solo un medaglione legato al collo con le immagini dei cari perduti. Ma come sempre, la sua bellezza rifulgeva su chiunque come un cigno in uno stagno in mezzo alle anatre.
Harith, sempre fermo, spostò più volte lo sguardo dall’una all’altra. Dallo sguardo di Fatima, scuro e tranquillo, a quello di Letizia, azzurro e pieno di splendore.
Anche Letizia aveva un velo, azzurro e ugualmente trasparente e lei ne reggeva i lembi tra le mani trastullandosene, mentre, con delizioso rossore, fissava il volto del giovane. Al contrario di Fatima, che aveva abbassato gli occhi.
Il suo abbigliamento era un felice abbinamento dello stile islamico con quello occidentale. Su un corpetto di tessuto damascato, che metteva in risalto il seno, aveva poggiato una sopraveste ampia e senza maniche, leggerissima e fluida. Una gonna a vita alta, di un incantevole colore blu-cobalto, avvolgeva la figura dalle forme morbidamente e sinuosamente femminili .
Avanzò, nel balenio degli occhi azzurri, brillanti come preziosi e sfolgoranti di gioia; il sorriso smagliante, la pelle luccicante di riflessi ambrati. Bellissima, di una bellezza ineguagliabile, sotto lo splendore dei capelli biondi. Tese le braccia in un gesto d’amore profondo.
Anche le braccia di Fatima si tesero in avanti; le dita delle mani tintinnarono dei numerosi gioielli e fu con quelle che andarono ad intrecciarsi le dita delle mani dello sceicco Harith, che aveva fatto un passo in avanti.
Letizia si fermò di colpo, poi indietreggiò di un passo, di un altro e di un altro ancora, senza voltarsi. Il sorriso le si spense sul bellissimo volto e lo sguardo smarrito riuscì a catturare quello di colui che considerava il suo uomo e per un attimo ve lo trattenne. In maniera così intensa, da costringerlo a contrarre le dita ed a stringere quelle di Fatima con tale forza da strapparle un gemito.
“Letizia…” chiamò Harith, con lo sguardo inabissato nei due pezzi di cielo velato che lei si era messo negli occhi. Erano lacrime?
Quel bisogno antico e irrinunciabile di piangere, però, abbandonò ben presto la figlia del mercante greco. Troppo orgogliosa, ma anche troppo provata dalla vita per concedersi il lusso di mostrarsi fragile. Le sue difese erano già pronte a sorreggerla: il silenzio e uno sguardo, nudo, ma deciso.
“Letizia…” chiamò per la seconda volta Harith.
Letizia, però, s’era già calato il velo sul capo, sottraendo ai suoi sguardi la cascata d’oro dei capelli e lo splendore del volto e continuò a fissarlo con nello sguardo quella luce che una volta sola sfavilla negli occhi di una ragazza: quando crede che il sole irradi soltanto per lei e si smorza appena la luce si spegne.
“Letizia…” la chiamò per la terza volta, ma Letizia s’era già voltata per allontanarsi e non si fece vedere per tutto il giorno.
(continua)
brano tratto da “DUNE ROSSE – Fiamme sul deserto”
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mariapace2010@gmail.com

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