Vite di Madri – di Emma Fenu

Vite di madri – storie di ordinaria anormalità

Recensione di Lisa Molaro

Vite di Madri - Emma Fenu

Vite di madri, di Emma Fenu. Questo che ho appena terminato non è un voluminoso tomo da mille pagine ma vi posso assicurare che di emozioni, di spunti di riflessione e di rimandi per eventuali ricerche e approfondimenti, ne ha ben forse più di mille!

Vita di Donne, vita che non evita!

Emma Fenu, che si veste di bianco.

Emma che ama le rose, romanticamente recise, che mantengono la loro beltà nonostante all’apparenza inaridite. Petali che in vita hanno sfiorato morbidamente polpastrelli innamorati, ora si mantengono vivi grazie al ricordo del sentimento a loro legato.

Emma,che è Donna.

Governata da una sensibilità resa ancora più incipiente da ciò che ha conosciuto vivendo, provando, toccando, scoprendo e parlando.

Emma che, in primis, è parole.

parole

Parole sue che unite a parole di altri si trasformano in fiumiciattoli desiderosi di trovare pace in un collettivo capace di diventare linfa, speranza. Vita appunto!

Molti lettori saltano le prefazioni, andando a piè pari al primo capitolo. In questo caso vi sconsiglio caldamente dal farlo. Vi perdereste una prefazione che non si limita ad essere tale ma che sembra quasi un primo capitolo. Si tratta di una parte importantissima affinché la lettura di ciò che la segue avvenga con lo spirito giusto. Assieme all’introduzione dell’autrice, ci permette di togliere gli stivali sporchi di fango che, forse, stavamo indossando.

Scarpe rese luride dal troppo schivare pozzanghere.

Proviamo ad indossare, invece, belle scarpe rosa cipria, con un tacco dodici che in questo caso sarà portabilissimo. Oppure comode ciabattine unisex, non ha importanza, basta che sia qualche cosa di pulito e puro. Non contaminato.

Scarpe come fogli ancora da scrivere. 

 Non dovremo camminare  ma sederci su raffinate poltroncine di tessuto broccato, dai motivi floreali. Sorseggiare un buon tè in delicate tazze di fine porcellana. Ascoltare l’aprirsi del cuore di chi prima di noi, in quel salotto si è già seduto.

Potremo magari, a tratti, lasciare che lo sguardo scivoli via, oltre le ortensie del giardino, oltre le rose che contornano il vialetto d’accesso, oltre i gelsomini, oltre la pace! 

Illustrazione di Arthur Rackham di Peter su di un nido di uccello, mentre attraversa il lago della Serpentina.

Mentre leggevo ho pensato a Jung.

A giare che nascondono tesori. A Giare vuote. Nere, decorate con scene dorate, sfavillanti o rotte. A mani distratte, come folate di vento, che le hanno fatte precipitare a terra. Le dita distratte diventano la palla che Sisifo era condannato a portare in cima alla montagna. Doveva farla rotolare in alto, controcorrente. Doveva farlo in maniera incessante. Anelando una cima impossibile da conquistare rimanendo fermi!

Donne come Terra fertile o arida, ma la cui linea di distinzione non garantisce tratto netto!

La fertilità può essere arida di sentimento. Incapace di elargire amore.

 L’aridità può ricominciare a nutrirsi, farsi verde, se anche solo una goccia di acqua fresca le bacia le labbra assetate. Acqua come sorgente, acqua delicata che pulisce o prepotente che sferza. Acqua che, come pioggia, scende sul viso di Biancaneve o sul viso della Matrigna.

Matrigna presente nelle favole come rappresentante del tabù della cattiva madre.

 Nella realtà NON LE E’ CONCESSO esistere. Nelle favole, la Matrigna è  sempre vestita con colori eleganti. E’ donna dal viso sempre perfettamente truccato. Donna dalle lunghe unghie sempre truccate, dai capelli quasi sempre nascosti, dalla figura quasi sempre snella, alta e longilinea, spesso androgena. Non a caso.

Un libro, questo, che è quasi metaletteratura!

Storie di figlie, di madri, di madri figlie e di figlie madri, di surrogate, di protagoniste e di marginali che si alternano giocando dolorosamente a un-due-tre stella, a nascondino o al gioco del fazzoletto.

Mentre leggo, la leggenda di Lamia si insinua nella mia mente e forse lo farà anche nella vostra.

Lamia

The Lamia, quadro di Herbert James Draper, 1909.

Mi richiama gelosie narratemi;  frustrazioni,  cattiverie prima subite e poi inflitte,  cercando uno stupido equilibrio tra il dolore ricevuto e quello dato.

Libro di ghiaccio e di neve.

Le parole scivolano su una patina gelata, ghiaccio come simbolo negativo perché pericoloso, scivoloso, capace di scottare, di tagliare e neve in contrapposizione con la sua morbidezza, col suo candore, con la sua luce accecante. Il fiocco di neve però è fatto da cristalli di ghiaccio che nonostante nel nostro immaginario collettivo siano sempre belli, simmetrici e magicamente identici (e appenderli all’albero di Natale rende subito calda l’atmosfera) sono invece in natura diversi gli uni dagli altri.

Ecco, secondo me questo racchiude il senso del fiocco di neve: morbido, bello, dolce. Intenso perché formato da molti cristalli diversi tra loro. Me lo immagino scendere piano, aggiungersi, fondersi con quello sceso proprio un secondo prima di lui, creando così mescolanze di identità. Fusione di voci, di cristalli di ghiaccio perfetti che si fondono a cristalli che invece urlano la propria differenza con grida sorde che si ovattano nel manto di un silenzio totale.

Silenzio capace di mettere inquietudine proprio perché la totale mancanza di suono racchiude voci di emozioni.

Non è inoltre un caso che il ghiaccio possa anche diventare simbolo positivo, energia benefica che quando si smussa, quando distende i nervi sciogliendosi (e di questo le leggende germano-scandinave sono piene) rivela passaggi spirituali di crescita e trasformazione, di percorsi metabolici o catartici, guarigioni fatte col sale che disinfetta una ferita aperta, messa sotto il bruciare del sole per coagulare velocemente il sangue.

Ghiaccio che si scioglie liberando ciò che ibernava.

Ma in questo libro non tutto avviene subito. La palla di Sisifo non sempre arriva in cima in poco tempo e la dea Era non sempre riesce nel suo intento!

Non è un libro di madri ma di ventri e di cuori.

Inutile nascondersi dietro un dito: non è un libro comico e nemmeno una lettura da farsi veloce mentre distrattamente si guarda la televisione accarezzando il gatto.

Tutto però ha più punti di vista e più chiavi di lettura: Il dio Ganesha non è una donna ma ha un grande ventre goloso e rotondo capace di elargire prosperità a chi lo venera! Partorisce benessere!

Prendete in mano, quindi, questo libro, sedetevi sulla poltrona di broccato, versatevi un sorso di tè alla rosa canina, accavallate le gambe e giocando col tacco permettete a voi stesse di far compagnia alla vita di altre donne che hanno bisogno di essere ascoltate oppure sentitevi voi, meno sole! Forse il cuore si stringerà in una morsa, forse una goccia di tè rosso macchierà la vostra gonna bianca, forse stringerete i pugni, forse piangerete…ma poi le lacrime si asciugheranno e vi ma poi le lacrime si asciugheranno e vi sentirete FIERE di essere DONNE .

Lisa.

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