SOTTO CASA di Clara Cerri

Le ragazze del mio quartiere dicevano: quella che è morta abitava là. Quel dito c’era sempre, indicava la strada voltato l’angolo, ma anche l’altro pezzo di mondo che cominciava proprio all’angolo, e comprendeva le case che vedevo in fondo al mio cortile. Quando dico “il mio quartiere”, in realtà parlo di due zone, Montagnola e Poggio Ameno, all’epoca nettamente distinte, una di case popolari e una residenziale di medici, avvocati e professori, che corrispondevano anche a due parrocchie. Noi ragazzi ci mescolavamo in continuazione, a scuola o in alcune attività ricreative. Alcune mescolanze erano felici, altre mostravano presto la corda e c’era poco da fare. Era una questione antropologica, non solo economica. Io non giocavo a tennis e non andavo in Inghilterra l’estate, non mi compravo jeans a tubo e assai raramente mi incapricciavo di un vestito. Un po’ era scelta mia, un po’ tirchieria di famiglia: c’è sempre stata qualche ristrutturazione o qualche mutuo da pagare. Ma messa a confronto col modo di vita dei ragazzi di là, nel gruppo degli scout e delle guide, ne rimasi scioccata. Erano troppo più adulti di me, a un’età dove conta da morire. Bevevano, fumavano e soprattutto si baciavano quando io ancora avevo una rudimentale casa di Barbie sul comò. Mi presero di mira, e una volta anche a calci. Ricordo vagamente una caposquadriglia che tentava di difendermi ricordando che però avevo scritto il testo di una veglia di Natale tutta da sola. Ricordo vagamente il caposquadriglia dei maschi qualche anno dopo, drogato perso nella sala d’aspetto del medico. Ecco, prima o poi la gente con cui andavi al parchetto o agli scout cominciava a drogarsi. Decisamente non era il mondo idilliaco che dipingono i nostalgici sul web. C’erano pericoli reali e qualcuno di noi non è sopravvissuto, per overdose o sotto una macchina. E poi certo, ci furono quelle due ragazze della strage del Circeo. Erano state attratte in un appuntamento innocente, in apparenza, erano state rapite e portate in una villa isolata.
Non ci veniva in mente, quando ne parlavamo, di quanto fosse violento quel dito che indicava “là”, quel vago tentativo di estraniarci, almeno socialmente, dal loro destino. Non derivava dal fatto che gli adulti avessero interpretato quel delitto come un segno di disprezzo dei ricchi borghesi per il proletariato, ma era almeno, a suo modo, parallelo. Quel dito era una specie di piccolo pene sociale con cui violentavamo la loro identità.
Le riviste lette dal parrucchiere o a casa delle zie ci spiegavano tutto degli uomini e delle donne. C’erano lunghi articoli su come spiegare il sesso e la procreazione ai bambini e ai ragazzi. Io li lessi direttamente, quella che si chiama filiera corta dell’informazione. Tutte quelle cose le apprendevo con tranquillità e distacco: erano solo informazioni tecniche. Nelle riviste gli organi sessuali si congiungevano senza quell’insistente sfregamento della realtà, senza nessun effetto collaterale che non fosse la nascita di bambini, non si parlava mai di piacere o di desiderio. Per quello bisognava leggere le parti sporche dei romanzi, che a volte risultavano misteriose a chi non conosceva i dettagli.
Altri articoli, invece, ci informavano di una guerra in atto, quella tra gli uomini e le donne. Non sapevo chi l’avesse dichiarata e quando, comunque le donne perdevano sempre. Si parlava di violenza sessuale, con un linguaggio crudo a metà tra impegno sociale e pornografia. “Ero rimasta a dormire dalla mia amica, dopo una festa. A metà della notte mi sono svegliata per il dolore: uno degli amici che erano rimasti come me mi stava violentando”. Alla fine, era più facile venire a sapere che fare sesso provocava dolore.
Tutto quello che non ci fu raccontato della storia di quelle ragazze al Circeo ce lo immaginavamo, era nella parola massacro, che non significava uccidere tante persone, visto che solo una ragazza era morta. Significava macelleria, uccidere con spreco di violenza e di crudeltà, uccidere in tanti senza che a nessuno venga in mente di fermarsi, anzi, facendosi coraggio a vicenda o lasciandosi intimorire dal più forte e dal più cattivo. Significa che arriva un momento in cui capisci che non ti salverai più, che non ti lasceranno andare a casa a nessun costo, che non serve piangere o strillare e nemmeno lasciarli fare. Non è più quello il punto, farsi una scopata, dire di sì o di no, subire dolore e ribrezzo. Forse non lo è mai stato. Massacro significa il male assoluto che emerge da dentro una persona normale, un ragazzo che poteva essere il figlio, il fratello o l’amico di chiunque.
Noi ragazze di quei tempi, comunque, avevamo un piano. Saremmo andate a scuola tutte insieme e se ci aggredivano ci saremmo difese. Nessuno zaino, tutte col borsone a tracolla, così all’occorrenza in un attimo glielo sbattevamo addosso, a quei porci, e scappavamo. Come indiani e cowboy, patrioti e giubbe rosse, come Zorro e Arsenio Lupin. Il paesaggio eroico unisex della nostra infanzia si stava scolorendo ma veniva ancora buono per sentirsi pronte a vendere cara la pelle.
Trovarono la ragazza superstite nel baule di una macchina, viva per miracolo accanto alla sua amica morta. La foto con la sua faccia insanguinata che emerge nel cofano era in tutti i giornali. Non avrei dovuto vederla a 12 anni. La vita la imparammo anche così. Non era giusto, quella violenza non c’entrava niente col sesso, ma è andata così. C’è un fondo marcio che tutti cercano di aggiustare, perfino Fabrizio De André aveva scritto una canzone su una prostituta assassinata e l’aveva trasformata in una ragazza ingenua, che scopriva l’amore e la pelle che freme coi baci in un campo di grano. Col tempo non ci avrei più pensato. La mia guerra sarebbe stata molto diversa da quella, per fortuna.
Passo quasi tutti i giorni un po’ di tempo nel parchetto intitolato a quella ragazza morta, dove un tempo c’era la buca dello sfasciacarrozze che da bambina mi faceva paura. Non avevo torto da bambina: i mostri esistono, popolano il nostro mondo e sopravvivono a lungo. Le vittime sopravvivono per un po’ e poi muoiono. Come Donatella, che alla fine è morta di cancro. Mio figlio gioca e un gruppo di ragazze e ragazzi scherza accanto alla fontanella, scuotono i loro capelli in trasparenza contro il sole e ridono. Abbiamo sperato tante volte che la guerra fosse finita, ma è ingenuo, fa vittime ogni giorno, e non ci credi o non ci pensi perché non vuoi, perché è come un segreto troppo orrendo da capire. C’è come un mostro che non vuole morire e che potrebbe svegliarsi nei nostri figli, fratelli o mariti. Il nostro compito non finirà mai, è stare sempre in guardia per difenderci, schiacciargli la testa con tutti i mezzi.

Clara Cerri
Sono nata e vivo a Roma. Tra tutte le cose che so fare male preferisco scrivere
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