“Il Gentilcane” di Giulianna D’Annunzio. Recensione di Chiara Minutillo

Recensione di Chiara Minutillo

Giulianna D’Annunzio, Il Gentilcane, Spunto Edizioni, 2015

Il Gentilcane

Mia stava tutto il tempo con noi cani. Sotto gli occhi sornioni di Sensei Roxy, si allungava sul mattonato antistante la casetta del Trave. Ce ne stavamo così, tutti e quattro a guardarci, parlarci e coccolarci per tempi lunghissimi senza mai stufarci. Lei distribuiva carezze e toni dolci a tutti noi: Roxy, Jaco e io, Pedro, perché l’amore non si può dividere ma solo moltiplicare.

Occhi negli occhi, osserviamo, scrutiamo, analizziamo. Non troppo, però. Non è una sfida. È il momento della scelta. Quei pochi secondi in cui decidiamo che quegli occhi puntati su di noi saranno gli spettatori in prima fila della nostra vita negli anni a venire.

È un momento magico, in cui pensiamo di aver esercitato tutto il libero arbitrio di cui siamo forniti. Solo con il tempo, capiamo che non è stata una scelta razionale, ma dettata dal cuore. Non dal nostro, per primo, ma da quello di quel cane curioso e intimorito che ci stava di fronte e, guardandoci, ha deciso che il suo cuore sarebbe stato una cosa sola con il nostro, qualsiasi cosa fosse successa. Per sempre. Noi abbiamo semplicemente sentito quel filo che ci avvolgeva e ci stringeva e non abbiamo saputo resistere davanti a tanta soffocante emozione.

Un legame così forte è quello che unisce Pedro, Jaco e Roxy a Mia e Lungo. Quando Pedro e Jaco entrano nella vita dei due umani, Roxy è una cocker già adulta, pronta a insegnare il mestiere di cane a quei due cuccioli trovatelli, abbandonati in un bosco.

Pedro è un Gentilcane: non si arrabbia, non offende, tratta tutti con rispetto, che siano umani o animali. Il legame tra lui, protagonista e narratore di questa storia, e la sua ragazza, come lui chiama Mia, è indissolubile, talmente forte da renderlo parte della famiglia. Talmente solido che l’unica cosa di cui Pedro si pente è non aver mai imparato la lingua degli umani per dire alla sua Mia quanto la ami.

“Il Gentilcane” è un romanzo intenso e profondo, che va oltre una semplice storia di cani. È un libro dedicato all’amicizia, all’amore, alla fedeltà di un animale nei confronti dell’umano che si è scelto come compagno per la vita. È un’ode al cane, in particolare, il migliore amico dell’uomo, e alla sua capacità di mostrare ciò che noi erroneamente chiamiamo istinto, ma che, in realtà, nasconde sentimenti veri, puri, al contrario di quelli a volte contaminati degli esseri umani.

Il romanzo di Giulianna D’Annunzio apre infinite porte per riflettere delicatamente sulla nostra natura e sulle nostre scelte, a volte egoistiche. È un libro coraggioso e intraprendente perché, senza umanizzare i suoi personaggi a quattro zampe, da voce a chi non può parlare per esprimere ciò che prova, ma conosce mille modi per farsi capire.

Chiunque può imparare a capirci semplicemente osservandoci. Spesso non c’è neanche bisogno di impegnarsi troppo.

“Il Gentilcane” porta direttamente nella mente e nel cuore di un cane, mettendo in risalto ciò che quotidianamente abbiamo sotto gli occhi, ma che ci sfugge continuamente. Un cane conosce, un cane sa. Nulla può sfuggirgli, nemmeno una lacrima salata sul nostro viso. E allora lui è lì, accanto a noi, per amarci. Per sempre, come aveva giurato nel suo cuore ormai diventato nostro.

Noi cani sappiamo che cos’è la morte. Non viviamo pensando che sia lì da qualche parte ad attenderci, non pensiamo che arriverà. Semplicemente godiamo di tutto ciò che la vita ci offre. Con gioia, con entusiasmo, con energia, con la voglia di scoprire cose nuove. Semplicemente la riconosciamo quando la vediamo. Ci abbandoniamo senza alcuna riserva all’amore che proviamo per i nostri umani; non abbiamo mai dubbi su di loro. Loro ci hanno scelti o noi abbiamo scelto loro per un motivo ben preciso che forse ci sfugge, ma c’è. Nel destino di entrambi. Noi cani sappiamo cos’è la morte perché la riconosciamo quando siamo di fronte a lei. […] La riconosciamo quando la vediamo negli occhi del nostro umano che si strugge di dolore. La riconosciamo e la accettiamo come inevitabile. Noi cani sappiamo.

 

10 commenti:

  1. Bellissima recensione, complimenti! Questo libro dev’essere molto delicato e ricco di frasi da sottolineare, grazie.

    • Rileggo questa recensione e quasi mi commuovo perché Chiara, la dolcissima e preparata Chiara, ha saputo scavarmi dentro. Ha vissuto insieme a me,attraverso la lettura, il legame cane/uomo e tutte le emozioni. Grazie, Giulianna.

    • chiaraminutillo

      Grazie Lisa! Hai usato la parola giusta, “delicato”. Hai ragione! Lo è!

      • “Il gentilcane”…mi chiedo se mai un essere peloso possa non essere tale in contesti di tranquillità e rispetto reciproco ( ovvio, in piena Savana, non perderei tempo a fraternizzare col leone!); come sai amo gli animali, i cani in cima alla classifica personale, tuttavia ho sempre un po’ di timore a leggere dei romanzi in cui loro sono dei protagonisti, ho sempre paura di piangere!

  2. chiaraminutillo

    Anche io, quando leggo libri con protagonisti a quattro zampe ho sempre paura di piangere, ma prima di arrivare al pianto, normalmente, si passa per la risata, l’entusiasmo, lo stupore, il ricordo..e sono senzazioni cosi belle che la paura di piangere, alla fine, non è più così forte.
    P.S. io tempo per fraternizzare con il leone lo dedicherei eccome! 😀

  3. Sono d’accordo su tutto ma…non so se riuscirei a mantenere la calma di fronte ad un leone 😀 😀 😀

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *