Voci all’Opera. A cura di Chiara Minutillo

A cura di Chiara Minutillo

Quando, nel 1853, Verdi mise in scena per la prima volta La Traviata, sul palco del teatro La Fenice di Venezia, in occasione del Carnevale, lo spettacolo fu un fiasco totale. A contribuire al disastro vi fu l’argomento trattato nell’opera, che traeva spunto da una vicenda realmente accaduta che aveva scosso non poco gli animi della società. Tuttavia, ciò che principalmente influì sulla pessima riuscita di quella prima teatrale fu l’interpretazione da parte di cantanti mediocri. L’opera aveva come protagonista una prostituta, Violetta, innamorata dell’affascinante e ricco Alfredo con il quale decide di convivere, per poi sacrificare la sua felicità per amore e per il buon nome della famiglia di lui. Nonostante la società veneziana non si facesse scrupoli nel contravvenire alle regole della morale del tempo, soprattutto in occasione del Carnevale, nessun cantante, tra i migliori, accettò di partecipare alla messa in scena dell’opera verdiana. Per questo, il compositore si vide costretto ad affidare le parti a interpreti dalle capacità canore scontate e prive di originalità.

Un anno dopo, forte della sua certezza che La Traviata potesse essere e diventare una grande opera, Verdi tornò in quella stessa città, in quello stesso teatro, con la stessa opera, ma con cantanti differenti. Il risultato fu strabiliante. Ben presto, La Traviata divenne una delle opere più conosciute e interpretate in Italia e all’estero.

Sul successo della rappresentazione teatrale di un’opera, incidono vari elementi: l’orchestra, intesa come numero di strumenti e dei singoli elementi, i costumi, le scenografie, ma, più di tutto, i cantanti stessi. La motivazione è semplice: l’opera si basa sul canto. Non per niente, in relazione all’eccellenza dell’opera italiana si parla di “bel canto”. La musica accompagna, crea atmosfera e attesa, partecipa nel suscitare emozioni, ma, in definitiva è il canto a risvegliare rabbia, sgomento, gioia, tristezza e tutta la gamma di sentimenti umani. Non tanto le parole, che nella maggior parte dei casi, risultano quasi incomprensibili, ma per la voce stessa, lo strumento che sovrasta tutti gli altri, l’unico in grado di catturare e diffondere in senso pieno ciò che si cela dietro le note che formano la composizione. Si potrebbe ricorrere a mille esempi per dimostrarlo, scegliere arie operistiche in cui chiaramente, senza la voce o le voci, l’effetto non sarebbe il medesimo. Ho deciso di utilizzarne una, riportata nel video qui sopra, che rappresenta la parte finale proprio della Traviata di Verdi, un momento carico di angoscia, in cui la musica interviene a sottolineare la disgrazia solo nelle note conclusive, con un crescendo che lascia sgomenti e impotenti. Ma nei quasi cinque minuti che precedono questo epilogo musicale, è la voce di Violetta in primis, e di Alfredo e suo padre in secondo luogo, a fare da guida, da faro per il cuore in balia di onde fatte di tristezza, inquietudine, compassione e desiderio di fare qualcosa che, si sa, non è possibile fare. La voce di Violetta Valery sottolinea la gravità della situazione, su una musica dai toni gravi, e conduce ad uno spiraglio di luce con un’ultima nota di speranza e apparente felicità, che termina e si chiude nell’esatto momento in cui, vinta dalla tisi, anche la voce della protagonista si spegne per sempre.

Analizzando da vicino le voci liriche, diventa chiaro quanto il loro ruolo sia fondamentale. Tornando all’esempio della Traviata, sempre la parte finale dell’opera può farci intendere l’importanza della voce, a dispetto della musica, dei testi e della trama stessa che a volte appare surreale. Se proviamo a riascoltare le ultime battute di una Violetta Valery morente con la testa invece che con il cuore, a partire dal minuto 4.20 del video, il nostro senso logico ci farebbe rendere conto dell’assurdità della situazione: la cortigiana è devastata dalla tisi, una malattia che colpisce i polmoni. Fino a poco prima era in preda agli spasmi e, ora, improvvisamente, riesce a condurre la voce all’estremo. Chiaramente, ciò, nella realtà, non sarebbe possibile, ma nell’Opera sì. Perché l’Opera è emozione, arriva al cuore, spesso tralasciando la ragione e qualsiasi ascoltatore troverebbe inconcepibile l’interpretazione della morte di Violetta con una voce gracchiante e scandita dagli ultimi colpi di tosse. Il Melodramma è, dunque, l’unica forma artistica in cui il reale sarebbe più scioccante del fantasioso, perché la voce riesce a cancellare il banale e rendere tutto possibile.

Un altro aspetto che ci aiuta a capire la sacralità delle voci è che senza di esse non esisterebbero i personaggi. Niente personaggi, niente trama e quindi niente opera. Per capire questo concetto è sufficiente cercare, anche in internet, un libretto operistico a caso, aprirlo nelle prime pagine e cercare la lista di personaggi. Accanto ad ognuno di essi, compare una categoria: soprano, mezzosoprano o contralto per le donne; tenore, baritono o basso per gli uomini. Per semplificare, riporto di seguito la lista degli interpreti della Traviata stessa:

Violetta Valéry: Soprano
Flora Bervoix: Mezzosoprano
Annina: Mezzosoprano
Alfredo Germont: Tenore
Giorgio Germont: Baritono
Gastone de Letorières: Tenore
Barone Douphol: Baritono
Marchese d’Obigny: Basso
Dottore Grenvil: Basso
Giuseppe, servo di Violetta: Tenore
Domestico di Flora: Basso
Commissionario: Basso

Perché l’elenco dei personaggi può essere utile a dimostrare l’importanza delle voci nell’ambito operistico? Perché un tempo, nel periodo di massimo splendore della lirica, ogni voce corrispondeva ad un personaggio. Così, ad esempio, i protagonisti erano sempre soprano o tenori, i personaggi secondari mezzosoprano o baritoni, mentre quelli che fungevano quasi da comparse erano contralti o bassi. Con il tempo, alcune voci cominciarono a indicare addirittura determinate categorie, con rare eccezioni: così, giusto per fare un esempio, donne di dubbia fama o streghe erano interpretate da mezzosoprano, come nel caso di Flora Bervoix nella Traviata.

L’importanza di tutto ciò, della voce in generale e di ciò che rappresentava e poteva fare in un’opera, divenne tale che, nel caso dei soprano, si crearono delle sottocategorie adatte a determinati personaggi o determinate prove di canto. Cominciarono così a distinguersi tre tipi differenti di soprano:
Soprano leggero
Soprano drammatico
Soprano lirico.

Queste sottocategorie, spiegate e identificate nel video riportato in fondo all’articolo, fecero sì che vi potesse essere un più ampio utilizzo della voce potente ed estasiante dei soprano. Come detto prima, queste, di norma, sarebbero state utilizzate per parti da protagoniste. In alcuni casi, la varietà di voci appartenenti alla stessa categoria ha permesso di utilizzare i soprano per parti normalmente dedicate ai mezzosoprano. Ad esempio, secondo il libretto originale del Zauberflöte (Il flauto magico) di Wolfgang Amadeus Mozart, tutti i personaggi femminili, a parte la Terza Dama, avrebbero dovuto essere interpretati da soprano, anche la Regina della Notte, per cui si utilizza, solitamente, un soprano leggero. Lo stesso si può dire della Carmen di Bizet, in cui, secondo il libretto la protagonista dovrebbe essere una mezzosoprano. Nonostante ciò, nell’arco del tempo, venne interpretata da grandi soprano, come Maria Callas.

Il discorso delle voci liriche, tanto complesso quanto affascinante, potrebbe proseguire all’infinito, non facendo altro che seguitare a confermare la bellezza, la particolarità e il calore della voce umana.

Chiara Minutillo

Fonte:

http://mondodellaluna.blogspot.it/2015/10/voci-allopera.html

5 commenti:

  1. E questo non lo avevo letto! Complimenti ☺

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