La parola nuda, pura e palpitante di Antonia Pozzi. Parte 1

Antonia Pozzi, figura femminile di grande levatura e una delle voci più limpide della poesia del nostro Novecento, nasce il 13 febbraio 1912 nella Milano dell’alta borghesia e si toglie la vita a soli ventisei anni, in una fredda mattina di dicembre del 1938, dopo avere salutato con il cuore in gola i suoi giovani allievi dell’Istituto Tecnico Schiaparelli, dove insegna Lettere.

La Pozzi, poco conosciuta al grande pubblico e in parte vittima di stereotipi di facili consumo che la etichettano frettolosamente come creatura debole e smarrita, donna triste e disperata che si uccide giovanissima cedendo alle proprie fragilità interiori, è in realtà una personalità complessa e oltremodo affascinante.

Sensibilissima, delicata e incline alla malinconia, ma animata anche da una vitalità e un’irruenza che la inducono ad offrirsi con generosità e slancio, a gioire e soffrire con eguale intensità.

Dolce, affettuosa, introversa e timida e al contempo spirito indomito e inquieto.

Donna straordinariamente tenace e impetuosa, innamorata della vita, “anima palpitante, ridente, nostalgica, appassionata”, come lei stessa si definisce, dotata di sorprendente forza interiore e capacità di accettare il dolore con ferrea volontà di superamento.

Così si ritrae in Canto selvaggio, una poesia composta a soli diciassette anni:

Ho gridato di gioia, nel tramonto.

Cercavo i ciclamini fra i rovai:

ero salita ai piedi di una roccia

gonfia e rugosa, rotta di cespugli.

Sul prato crivellato di macigni,

sul capo biondo delle margherite,

sui miei capelli, sul mio collo nudo,

dal cielo alto si sfaldava il vento.

Ho gridato di gioia, nel discendere.

Ho adorato la forza irta e selvaggia

Che fa le mie ginocchia avide al balzo;

la forza ignota e vergine, che tende

me come un arco nella corsa certa.

[…]

Giovane e brillante rampolla di una famiglia facoltosa e in vista della Milano degli anni Trenta – il padre Roberto è uno stimato avvocato di successo, la madre Lina è una donna raffinata e colta appartenente all’illustre discendenza dei Cavagna Sangiuliani di Gualdana – Antonia, grazie alla sua posizione sociale privilegiata, può condurre un’esistenza ricca di stimoli culturali: frequenta con profitto il Liceo Manzoni di Milano poi la Facoltà di Lettere e Filosofia presso la Regia Università, possiede una ricchissima biblioteca dove figurano grandi nomi della letteratura classica e moderna, trascorre le vacanze in località rinomate, intraprende numerosi viaggi all’estero (Austria, Inghilterra, Germania), studia le lingue straniere, innamorandosi in particolare della purezza cristallina del tedesco, pratica sport alla moda come lo sci e l’equitazione, è un’habituée del Teatro La Scala.

Ella però non si riconosce nel suo tempo né nello spazio sociale che la vita le cuce addosso e, pur vivendo intensamente ogni esperienza e traendo da essa nutrimento, si discosta fin da piccola dall’ambiente mondano nel quale vorrebbero coinvolgerla i genitori.

I rapporti umani e la realtà quotidiana provocano in lei inquietudine e disagio.

Solo a poche, care persone, tra quelle che attraversano il suo cammino, ella dona tutta se stessa, con amicizia, affetto, ardore, lealtà, generosità, senza risparmiarsi, come fiume impetuoso che fluisce verso il mare: gli amati genitori, che cerca di proteggere dai propri fantasmi interiori; la nonna Maria, detta Nena, con la quale ha un rapporto privilegiato, che si nutre di sconfinato amore e segreta empatia; le anime sorelle Lucia Bozzi ed Elvira Gandini, alle quali si lega fin dal primo anno di liceo, forti e sagge presenze costantemente al suo fianco, che vegliano su di lei con spirito di protezione e tenerezza e alle quali Antonia si affida senza esitazioni, come viandante che si lascia guidare dalla luce di un faro:

Sorelle, a voi non dispiace

ch’io segua anche stasera

la vostra via?

Così dolce è passare

senza parole

per le buie strade del mondo –

per le bianche strade dei vostri pensieri –

così dolce è sentirsi

una piccola ombra

in riva alla luce –

così dolce serrarsi

contro il cuore il silenzio

come la vita più fonda

solo ascoltando le vostre anime andare –

solo rubando

con gli occhi fissi

l’anima delle cose –

Sorelle, se a voi non dispiace –

io seguirò ogni sera

la vostra via

pensando ad un cielo notturno

per cui due bianche stelle conducano

una stellina cieca

verso il grembo del mare.

(Sorelle, a voi non dispiace …. )

Altre figure lasciano un’impronta indelebile sulla sua breve seppur intensissima esistenza: sono i poeti Vittorio Sereni e Tullio Gadenz, amici cari e stimati; il professore Antonio Maria Cervi, forse il solo vero Amore della sua vita; i compagni di studi Remo Cantoni e lo studente-operaio e futuro filosofo Dino Formaggio, due presenze forti alle quali ella affida le proprie speranze, nel vano, ultimo tentativo di poter coronare quel sogno a lungo vagheggiato con Cervi e mai realizzato.

Il suo temperamento introverso e la sua costante tensione alla semplicità, all’autenticità, all’essenza vera delle cose la spingono a cercare il pacificante silenzio della Natura e a rifugiarsi nella consolante solitudine della sua stanza, ove ella scrive alacremente seduta al tavolino.

Ella rifugge con intimo orrore i finti incanti, le vacue chiacchiere, le briglie strette e soffocanti della buona società e cerca con ardente e disperante slancio un conforto alle sue fragilità e alle ferite dell’anima nel quieto borgo rurale di Pasturo, un pugno di case accoccolato ai piedi della Grigna, in Alta Valsassina, dove la famiglia comincia a trascorrere le vacanze a partire dal 1917.

Antonia ha appena tredici anni quando scrive nelle pagine del suo quaderno righe di straordinaria dolcezza e levità, dalle quali traspare un limpido e commosso attaccamento a questo piccolo universo di montagna, dove la maestosa bellezza del paesaggio si coniuga con l’umiltà di un’esistenza fatta di povere cose:

Superato l’ultimo tratto di strada, ecco appare una vasta conca verdeggiante, circondata da montagne nevose e cosparse di ridenti paeselli. Laggiù, occhieggiante tra il verde, sorge, ai piedi della Grigna settentrionale, il villaggio ove passo le vacanze che, al pari di un bimbo pauroso che si aggrappa alle gonne della mamma, si inerpica sul fianco della gran montagna che lo sovrasta, quasi per chiederle protezione (Diari, [1926]).

La pace suprema che si respira fra quei monti, nel verde delle vallate punteggiate di fiori selvatici, nei boschi fieri percorsi dal vento, nel cielo azzurro attraversato dalle nuvole, la restituiscono a se stessa, al suo Io più autentico e sincero. La gente che incontra per le strade del paese, con la sua rozza semplicità, rappresenta il suo ideale di vita, lontano dalle meschinità e dagli artifici della vita cittadina.

Pasturo, il luogo dell’infanzia spensierata, delle vacanze selvagge all’aria aperta, della prima, sconvolgente scoperta della bellezza della Natura, si eleva progressivamente a ideale patria dell’anima, luogo di riconoscimento e disvelamento della propria essenza più autentica, spazio di ricongiungimento osmotico con Madre Terra, in un impeto spirituale venato di profondo misticismo. Pasturo è il nido, è il paradis sur terre, è l’abbraccio materno delle montagne, che stringono al petto il suo capo stanco e mesto, il suo fragile corpo nudo sgomentato dalla pena:

Giungere qui – tu lo vedi –

dopo un qualunque dolore

è veramente

tornare al nido, trovare

le ginocchia materne

appoggiarvi la fronte –

mentre le rocce, in alto, sui grandi libri rosei del tramonto

leggono ai boschi e alle case

le parole della pace –

mentre le stanche campane discordi

interrogano il silenzio – sui misteri

della sera, dei cimiteri

dischiusi, dell’inverno

che si avvicina –

ed il silenzio allarga,

impallidendo, le braccia –

trae nel suo manto le cose

e persuade

la quiete –

(Ritorno serale)

Lo stesso arredamento del suo studiolo nella casa di montagna, di una sobria e severa essenzialità — nulla a che vedere con il mobilio ricercato e costoso di cui si circonda la sua famiglia — rivela quanto prepotente sia in lei la tensione verso la purezza e l’essenzialità, il desiderio di spogliarsi di tutti gli orpelli dello spersonalizzante mondo borghese:

La mia anima di oggi, la mia anima dell’anno passato, si sono ritrovate senz’urto e restano ancora abbracciate, stasera, in questo mio studio strano, fatto di mobili vecchi, accattati un po’ dappertutto; lo zoccolo di legno, l’armadio a muro, odoroso di pino, la finestra bassa e larga, il soffitto e le pareti irregolari gli danno l’aspetto di una baita alpestre. (Lettera ad Antonio Maria Cervi, 13 luglio 1929).

Ilaria Biondi

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile".Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

2 commenti:

  1. Molto interessante, non conoscevo questa Donna! Nell’ultima parte ho ravvisato un po’ quello che vorrei…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *