CHEN CONTRO CHEN di Giorgio Bernardini.

Toscana. Prato. 2015.

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C’è chi si diverte a paragonare la città di Prato come ad una sorta di succursale di Pechino, dove il dialetto principale non è certamente il pratese, ma il cinese mandarino. Gli inglesi esordirebbero a tal proposito con un enorme LOL, mentre a me viene solo un “al peggio non c’è mai fine..”.
Sono pratese e vivo sulla mia pelle ogni sorta di dinamica di questa città, città che non considero mia per il semplice fatto che sono cittadina del mondo e certamente non considero Prato più mia di ogni altra città. Fortunatamente sono un animale di quelli che hanno ancora conservato lo spirito di adattamento intatto, ergo mi bastano una matita, qualche foglio, qualche libro, un bagno con una doccia funzionante e una brandina. Poi, sono felice ovunque.
Ciò che effettivamente appare agli occhi del mondo è che a Prato ci sia una guerra. E questo è palese. Ma a differenza di ciò che si pensa, ovvero che la guerra sia tra popolo occidentale e popolo orientale, il VS sul ring è semplicemente generazionale. Chen contro Chen, appunto.
Un po’ come dire Fabio contro Federico. Nonno contro nipote. Padre contro figlio. Madre contro figlio. Tradizione contro progresso. Comfort contro degrado. Clandestinità contro cittadinanza.
Ecco la guerra che a Prato si combatte ogni giorno.
Non è certo un segreto che Prato vanta la comunità cinese più numerosa d’Italia ergo, i problemi di tale comunità, anche se sembrano così ben nascosti, stanno in realtà venendo a galla. Si notano. Si vedono. Si percepiscono.

La popolazione cinese si divide in due parti: quella che è arrivata per arricchirsi e tornare a casa e quella che ha fatto di questo posto la propria casa. C’è un concetto di CASA totalmente diverso. Casa è dove è il cuore, si dice. Per alcuni il cuore è in Cina, dove vige la tradizione, la propria cultura, il proprio mondo, mentre per altri il cuore è qui, dove sono nati o cresciuti. I giovani cinesi/pratesi può darsi che vedano la Cina come il luogo delle vacanze, dove andare a fine scuola per salutare i parenti, ma è di Prato che hanno fatto la loro casa. E come tutti i giovani, sono divisi. Divisi tra l’amore che provano per la propria cultura e la propria famiglia e l’amore verso i propri sogni e verso se stessi.
Essere troppo attaccati alle tradizioni non è bene così come non è bene essere troppo permissivi, questo in qualsiasi società. Gli eccessi non provocano mai risultati positivi.

La diffidenza che abbiamo gli uni contro gli altri è sicuramente all’apice del problema. Se non ci fosse questa diffidenza, probabilmente anche i genitori cinesi si ammorbidirebbero un poco; probabilmente tollererebbero alcune amicizie e che i propri figli desiderino altro per loro stessi invece che lavorare notte e giorno in una confezione. Ma anche la tradizione, per quanto possa essere bella e interessante, è sintomo di chiusura mentale. Quando si rimane attanagliati a ciò che si conosce, non si apre la mente al nuovo e di conseguenza si rimane nel proprio mondo piccolo fatto di proibizioni e paure.

Conosco personalmente l’autore. Non per questo dico che è stata una lettura molto interessante. Ma per me, ragazza italiana e pratese, ha permesso di mettermi dalla parte di chi, purtroppo, queste guerre, queste battaglie, le vive ogni giorno. Alcuni sono più caparbi e riescono a imporsi, altri purtroppo sono più fragili e non riescono a farsi valere. Questa certo non è una novità. Prima o poi ci sarà un vincitore in questa battaglia e allora scopriremo quali direzioni prenderanno queste situazioni, sperando che l’intelligenza delle persone partorisca a breve il concetto che nessuno è indispensabile a nessuno, ma la collaborazione è l’unico mezzo in cui, alle volte, le guerre finiscono senza bisogno di vinti e vincitori. Di superstiti ce ne sono già alcuni. Di vittime ce ne sono state anche troppe. Specialmente tra i cinesi.

(Fonte: https://snidgetphoenix.wordpress.com/page/2/)

Maria Chiara Chiti

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