La parola nuda, pura e palpitante di Antonia Pozzi. Parte 2

th (1)Antonia Pozzi, con moto interiore di meditata e convinta ribellione, scava dentro se stessa e nella realtà in cui è immersa alla ricerca di un’integrità assoluta, senza compromessi, scrollandosi di dosso tutti gli infingimenti, le maschere, le parvenze fasulle, i pregiudizi e le convenzioni di un ambiente sociale nel quale non sa né vuole riconoscersi. Solo fra le “poverissime cose” di questo fazzoletto di terra Antonia, animo intimamente libero, sembra trovare la sua voce più autentica, scoprire la propria vena poetica più potente, fremente e vibrante; nel silenzio intatto di questo universo lontano dagli stridori cittadini le sue parole sgorgano pure come l’acqua di sorgente, forti come la pietra delle rocce, venate dalle sfumature dei delicati fiori di campo:

Povere parole; asciutte e dure come i sassi e come gli ulivi; oppure vestite di veli bianchi strappati.  Do a loro l’incarico di dirti quali siano la mia vita e il mio cuore di ora, e quali sono stati nel più vicino ieri; vedrai che ci sono montagne, bambini, acqua, fiori e sempre, con dolcezza sempre più grande ricorrente, la mia dolcissima fiaba — che veramente, in questa solitudine, in questo silenzio popolato di voci arcane, mi scava dentro una grotta argentea di sogni e tutta la mia vita si rifugia e si raccoglie lì, lì soltanto (Lettera a Lucia Bozzi, 28 settembre 1933)

L’io poetico pozziano sperimenta una congiunzione avvolgente, un’intimità densa, un legame segreto e aurorale con gli elementi naturali. La Madre Terra diventa per la Pozzi fonte costante di meraviglia e stupore, di esplorazione e di ricerca interiore; è una dimensione altra, superiore, alla quale elle sente di appartenere e alla quale vuole e deve ritornare. Questa concezione panistica è una sua personalissima quanto intensa e genuina forma di religiosità, che è chiamata a rispondere a un insopprimibile bisogno spirituale, a un ineludibile richiamo verso l’infinito.

Ella cerca disperatamente il Dio, lo invoca e lo insegue, a placare e nutrire il Vuoto secco che la inghiotte, a colmare l’Abisso che la trascina, eppur non riesce – in nome di quell’integrità assoluta di pensiero e di sentire che è sostanza stessa del suo Io – ad abbracciare una fede imbrigliata in dogmi e rituali:

Signore, tu lo senti

ch’io non ho voce più

per ridire

il tuo canto segreto.

Signore, tu lo vedi

ch’io non ho occhi più

per i tuoi cieli, per le nuvole tue

consolatrici.

Signore, per tutto il mio pianto,

ridammi una stilla di Te

ch’io riviva.

Perché tu sai, Signore,

che in un tempo lontano

anch’io tenni nel cuore

tutto un lago, un gran lago,

specchio di Te.

Ma tutta l’acqua mi fu bevuta,

o Dio,

e ora dentro il cuore

ho una caverna vuota,

cieca di Te.

[…]

(Preghiera)

La Parola è la vera e sola patria della sua Anima ed è ad essa che la Pozzi si consegna e si abbandona, con fiducia e cuore grato, per cercarsi e interrogarsi, aggrappandosi alla pagina scritta come naufrago allo scoglio. La sua voce suona pura, intensa, potente, come solo sa essere quando è sostenuta da verità di sentire assoluto. Il suo sguardo penetra, limpido e definitivo, nel cuore delle cose, incapace di piegarsi a compromessi e a facili vie d’uscita.

La scrittura, vissuta come vocazione assoluta, come esperienza totalizzante, è il luogo dell’accoglienza e dell’ascolto del sé, è pura necessità. Essa è per Antonia non una professione, né tantomeno un facile e piacevole passatempo. È l’aria che respira, il sangue che le scorre nelle vene. Un bisogno insopprimibile.Una voce che non può rimanere muta. L’abito che indossa la sua anima, il solo possibile. Ogni istante di sé viene filtrato dalla scrittura e solo grazie ad essa può acquisire valore, spessore, senso. La Poesia è il solo luogo nel quale coltivare il bisogno di autenticità e di libera ricerca del sé: Poesia non come mezzo di affermazione sociale, bensì come necessario strumento di ricerca interiore, come scudo contro le difficoltà delle relazioni concrete, interlocutrice del suo essere e del mistero dell’universo, come irrinunciabile dimensione del vivere.

Oh, tu bene mi pesi

l’anima, poesia:

tu sai se io manco e mi perdo,

tu che allora ti neghi

e taci.

Poesia, mi confesso con te

che sei la mia voce profonda:

tu lo sai,

tu lo sai che ho tradito,

ho camminato sul prato d’oro

che fu mio cuore,

ho rotto l’erba,

rovinata la terra –

poesia – quella terra

dove tu mi dicesti il più dolce

di tutti i tuoi canti,

dove un mattino per la prima volta

vidi volar nel sereno l’allodola

e con gli occhi cercai di salire –

Poesia, poesia che rimani

il mio profondo rimorso,

oh aiutami tu a ritrovare

il mio alto paese abbandonato –

Poesia che ti doni soltanto

a chi con occhi di pianto

si cerca –

oh rifammi tu degna di te,

poesia che mi guardi.

(Preghiera alla poesia)

Naturale completamento della Poesia per Antonia è la fotografia, sorta di diario intimo per immagini. È grazie e attraverso la macchina fotografica che la Pozzi cattura la Bellezza ineffabile del mondo, fermandola nello scatto, conferendole un guizzo d’eternità. Pezzi preziosi della sua biografia, squarci di pace e infinito della Natura che si offre al suo sguardo affamato di vita, testimonianze di un mondo rurale, universo sospeso tra realtà e mito, che ella penetra con spirito appassionato di documentazione e ricerca: ogni scatto, con linguaggio diverso e complementare a quello della Poesia, con la medesima purezza e altezza morale, esprime la Verità ultima delle cose e l’essenza della sua anima. Per suo espresso volere, custode di questi pezzi di anima è Dino Formaggio:

Caro Dino, l’altro giorno hai detto che nelle fotografie si vede la mia anima: e allora eccotele. Perché l’unico fratello della mia anima sei tu e tutte le cose che mi sono state più care le voglio lasciare in eredità a te, ora che la mia anima si avvia per una strada dove le occorre appannarsi, mascherarsi, amputarsi. […] Caro caro Dino, che tu almeno possa foggiare la tua vita come io sognavo che divenisse la mia: tutta nutrita dal di dentro e senza schiavitù. In ciascuna di queste immagini vedi ripetuto questo augurio, questa certezza. (Lettera del 5 maggio 1938)

La medesima passione e onestà intellettuale che informa la scrittura intimista è presente anche nei testi “di lavoro”: la tesi di laurea in Estetica, discussa con il professor Antonio Banfi, La formazione letteraria di Flaubert letteraria di Flaubert (1830-1856), gli articoli accademici Due saggi su Huxley e Progetto per un romanzo, bozza per un romanzo storico famigliare nel quale la Pozzi parte alla scoperta delle proprie radici, cercando di risuscitare il perduto mondo della Zelada di Bereguardo, quella proprietà nella dolce campagna del Ticino che un tempo apparteneva al ramo materno della famiglia.

Ieri, sull’argine del Ticino, dove il fiume fa un’enorme ansa e la corrente si attorce in gorghi azzurrissimi, e ha subbugli, scrosci, rigurgiti improvvisi e minacciosi, sono rimasta per un’ora sulla riva in faccia al sole che tramontava, a chiacchierare con un guardacaccia che fu al servizio del mio nonno e si ricorda della mia mamma e delle mie zie bambine. Ebbene: era un senso strano pensare che tutta questa smisurata terra, i campi coltivati da Motta a Bereguardo, e i boschi della riva, dal lido di Motta fin giù al ponte di barche, con i diritti di pesca, di caccia, di cava d’oro persino, erano proprietà unica dei miei antenati. Io non so che cosa pagherei per potermi costruire qui, in vista del Ticino, due stanze rustiche e venirci a stare; le mie radici aristocratiche non le sento molto, nemmeno qui, ma le mie radici terriere sì, in modo acuto e profondo, e gli uomini dietro l’aratro mi incantano, non solo per un senso di armonia estetica. (Diario, 1938)

Questo luogo mitico, al quale sono legati struggenti ricordi d’infanzia, riecheggia anche nei dolcemente malinconici versi di Amore di lontananza:

Ricordo che, quand’ero nella casa

della mia mamma, in mezzo alla pianura,

avevo una finestra che guardava

sui prati; in fondo, l’argine boscoso

nascondeva il Ticino e, ancor più in fondo,

c’era una striscia scura di colline.

Io allora non avevo visto il mare

che una sol volta, ma ne conservavo

un’aspra nostalgia da innamorata.

Verso sera fissavo l’orizzonte;

socchiudevo un po’ gli occhi; accarezzavo

i contorni e i colori tra le ciglia:

e la striscia dei colli si spianava,

tremula, azzurra: a me pareva il mare

e mi piaceva più del mare vero.

Antonia non pubblica i propri scritti; i suoi versi giacciono racchiusi nel cassetto del suo tavolino e vengono esibiti solo a poche persone, sempre comunque con pudore estremo.E’ solo dopo la sua tragica dipartita che le sue carte vedono la luce, in primo luogo per volere del padre, il quale però, con grande probabilità, interviene con modifiche censorie e riscritture. Antonia comincia a cimentarsi con il verso nel 1929, durante gli anni del liceo, dimostrando fin dalle prime prove un’intensità di sentire, una sincerità fresca e cristallina, una profondità potente e matura, oltre a una non comune capacità del “fare poesia”. Questi primi componimenti confluiscono nel corpus poetico Parole (che cronologicamente copre un arco di quasi dieci anni, dal 1929 al 1938), per il quale Eugenio Montale spende parole di grande apprezzamento. Le poesie de La vita sognata sono invece tutte del 1933, anno cruciale della definitiva rinuncia di Antonia al suo Sogno d’Amore con Antonio Maria Cervi.

Cervi, uomo di diciotto anni più grande di Antonia e suo professore di latino e greco al Liceo Manzoni, brilla agli occhi della giovane allieva come solo sanno brillare le creature che si affidano alla purezza, all’onestà e alla grandezza, virtù che solo l’umiltà può donare. È una tempesta quella che la investe, la travolge e la sconvolge, con una forza e una maturità che nulla hanno a che vedere con la sua giovane età e che già porta impresso il marchio impietoso del dolore. Cervi dapprima non accondiscende all’intenso sentimento che la promettente allieva gli palesa con un entusiasmo e una vitalità tipici della sua indole esuberante; è solo nel 1930 che il loro legame si fa piùintimo e i due cominciano a scambiarsi lettere affettuose. Il cambiamento di tono si percepisce fin dall’appellativo iniziale: Antonia passa da un misurato “Cervi caro” delle prime lettere ad un confidenziale “piccolo mio” o “Antonello”. Se ancora nel 1929 si firma “Con tanto affetto, la sua Antonia Pozzi” a partire dal 1930 si accomiata invece con “infinito amore, la tua Antonia”.

Cervi caro, 

voglio dedicare a lei questa prima sera che passo nel mio brutto, dolce paese. Che cosa è un ritorno? Una cosa che, per qualche ora, scioglie i groppi duri che separano l’oggi dall’ieri e fonde il passato e il presente con sicurezza fresca, dove il male non haluogo […]. Sono contenta. Sono anche abbastanza buona. Prima di venire a scriverle, ho sonato le Fontane di Roma, per levigarmi l’anima. È terribile essere una donna, ed avere diciassette anni. Dentro non si ha che un pazzo desiderio di donarsi.(Lettera del 13 luglio 1929)

Piccolo mio,

avrei voluto scriverti subito ieri; ma non ne fui capace. La pura e dolcissima realtà che hai offerto alla mia giovinezza assetata d’amore, fascia e disperde le mie fantasticherie tormentose; la tua voce adorata versa il silenzio sulle mie rotte parole. Tu sei veramente l’angelo della mia vita. Piccolo, io non avevo mai baciato nessun uomo prima di te. […] E tu, tu cosa facesti, omaccio, della mia povera animula sgualcita e accartocciata come una foglia vizza? La mia animula me l’apristi piano, con le tue mani sante; la lisciasti, l’allargasti fino ai confini delle cose più vaste, la distendesti tutta sotto il sole, perché il sole la scaldasse e ne condensasse gli aromi. Ed io, io che avevo cominciato a guardarti solo per capriccio […] oh! Piccolo: era la vita, sai, la vita nuova e vera, l’ignota luce tanto invocata, che scendeva in me, da te, a ondate larghe … […] Pupo, pupo caro: il mio bacio più lieve sulle tue labbra, la mia carezza più fonda sui tuoi capelli.

Con infinito amore

La tua Antonia (Lettera del 11 gennaio 1930)

Antonia affida la forza gioiosa e disperata del suo amore per Cervi ai luoghi che più le sono cari, nella piena consapevolezza che solo il grembo materno della Terra, le abbacinanti distese di verde, il dolce scrosciare dei ruscelli, le Madri Montagne, potranno custodire e proteggere come benigni numi tutelari un sentimento che nella sua intensità, purezza e tenacia ha un che di assoluto. In Canto rassegnato (18 luglio 1929) è nella bellezza lucente del paesaggio montano che l’io si ritrae, come porto sicuro che custodisce, e lenisce, un amore che fin dalle prime avvisaglie si paventa impossibile:

Vieni, mio dolce amico: sulla bianca

e soda strada noi seguiteremo

finché tutta la valle s’inazzurri.

Vieni: è tanto soave camminare

a te d’accanto, anche se tu non m’ami.

C’è tanto verde, intorno, tanto odore

di timo c’è, e sono così ariose

nell’indorato cielo, le montagne:

è quasi come se anche tu mi amassi.

Arriveremo giù, fino a quel ponte

sorretto dallo scroscio del torrente:

là tu continuerai pel tuo cammino.

Io resterò sul greto, fra i cespugli,

dove l’acqua non giunge, fra le pietre

chiare, rotonde, immote, come dorsi

di una gregge accosciata. Col mio pianto

vitreo, pari a lente che non pecca,

io specchierò e raddoppierò le stelle.

Il rapporto tra i due viene osteggiato dal padre di lei, che non approva quest’uomo, stimato esempio di serietà e correttezza, ma di umili natali e troppo anziano per Antonia. All’ostilità della famiglia si aggiunge poi la caparbietà di Cervi che, ferito nel profondo dalle offese ricevute, si ripiega su se stessoe allontana le profferte di lei. Unico e ultimo momento felice, l’estate del 1931. Il padre manda Antonia a Londra per tenerla lontana da Cervi ma questi, inaspettatamente, la raggiunge di nascosto. I conflitti con la famiglia si fanno sempre più aspri finché, nel febbraio del 1932, Cervi decide di troncare il rapporto. Antonia non si arrende e reclama il suo amore in lettere piene didisperazione.

Antonello, anima mia, dolcezza, […]

Bambino che nessuno, nessuno, nemmeno la Morte, strapperà dalle braccia della sua pupa … Antonello, vita della vita, sangue del sangue, amore benedetto. Mai come ieri, sul punto di perderti, ho sentito che tutte le radici del mio vivere sono in te e che se tu vai via, la mia vita se ne va con te. No, tutto è un sogno, un brutto sogno. Qualunque cosa t’abbiano detto, qualunque cosa abbiano fatto contro te, contro me, che cosa, dimmi, potrà essere contro il nostro amore? Non lo dicevi tu stesso, dì, che nessuno potrà separarci mai, che noi, col nostro bene, supereremo tutti gli ostacoli, che un giorno saremo “eternamente uniti”? E non ti ricordi di quel che abbiamo sognato, della creatura nostra, del nostro nido, del nostro sonno, della sua piccola voce? …. Oh, come hai potuto, come hai potuto ieri, augurarmi una vita serena mentre volevi dirmi addio? …. (Lettera del 11-13 febbraio 1932)

Ilaria Biondi

parte prima

https://letteraturalfemminile.wordpress.com/2015/10/16/la-parola-nuda-pura-e-palpitante-di-antonia-pozzi-parte-1/

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile".Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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