“L’Abito dell’Amore” di Chiara Minutillo

Mentre lavoravo, pensavo. Pensavo all’amore. Non all’amore per l’uomo che, tanti anni addietro, avevo conosciuto e sposato, con il quale avevo condiviso più di sessanta anni della mia esistenza e che, infine, avevo perso. Non pensavo nemmeno all’amore per i miei figli, che si prendevano cura di me come io avevo fatto per loro. Non era l’amore per i nipoti o per gli amici.
Era un amore di cui molto avevo sentito parlare, ma che poco avevo visto con i miei occhi, ormai mezzi spenti. In quel momento, decisi di fermarmi. Posai i ferri e la sciarpa che dal celeste gomitolo adagiato sulle mie gambe stava lentamente prendendo forma. L’ennesimo dono per un bisnipote le cui guance piene e infantili, probabilmente, non avrei mai accarezzato.
Nella mia vita avevo sempre fatto la sarta: avevo rammendato, cucito vestiti da lavoro, e poi, con l’esperienza, confezionato preziosi abiti di seta, pizzo e delicate perle, creati su misura e destinati a cerimonie sontuose, spettacoli teatrali e matrimoni. Le mie dita lavoravano con abilità e precisione, si muovevano sinuose tra le stoffe per tastarle, mentre la mia mente immaginava e le mie labbra indagavano nelle intenzioni delle clienti che si offrivano come modelle per avere l’abito che nessun’altra donna avrebbe mai potuto indossare. I vestiti più belli, ricordo, erano quelli più semplici: senza molti dettagli, giusto quel tocco che li rendeva unici, speciali, originali. Spesso rispecchiavano l’animo di tutte quelle mogli, madri, figlie, sorelle che entravano nella mia piccola bottega e pretendevano la mia attenzione, sentendosi, per un attimo, delle principesse.
L’amore a cui pensavo, dopo così tanto tempo, era come quegli abiti che mi venivano richiesti così spesso: semplice, ma non banale. Era l’amore dei piccoli gesti, quelli difficili da notare e da apprezzare, almeno al momento.
Mi venne spontaneo, mentre riflettevo sull’amore, tornare a pensare a tutti quei vestiti che avevo ideato, disegnato, confezionato: erano modelli unici e, spesso, basavo il mio progetto sulla personalità della cliente. C’erano donne con abbastanza denaro da ricorrere all’aiuto di una sarta per ogni occasione speciale, ma che avevano conservato la modestia e l’umiltà. C’erano donne con tanta arroganza quanto era il loro patrimonio, che richiedevano riflettori su di sé, per potersi circondare di lodi dense di ipocrisia.
Il fatto era che l’amore a cui pensavo era come quei vestiti: si adeguava a chi lo indossava. Mi sorpresi a riflettere sul fatto che c’erano persone il cui abito d’amore era tenuto assieme da grossi nodi, vistosi e pacchiani, che attiravano l’attenzione su di sé invece che sull’armonia di una stoffa delicata cucita su un corpo. E c’erano persone il cui abito d’amore era costruito su migliaia di piccoli punti, piccole cuciture, spesso invisibili o mimetizzate nella tinta del vestito, rendendole un tutt’uno con l’insieme, mentre, morbide, si adattavano al corpo, rendendo quell’abito unico, speciale e perfetto.
Mi chiesi, in quel momento, quale abito avessi scelto di indossare nella mia vita, se quello dei gesti d’amore eclatanti, fatti alla luce del sole, affinché tutti li notassero, o se quello dei piccoli sorrisi, delle piccole carezze, passate inosservate e poi rimembrate con il tempo.
Prima che i miei occhi si spegnessero del tutto, immaginai di compiere i miei ultimi passi con questo vestito delicato, ma meraviglioso, formato e adattato nel corso del tempo, e ora così aderente al mio corpo grinzoso, che nessuno avrebbe potuto strapparmelo.
E, per un attimo, desiderai che fosse reale.

Chiara Minutillo

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