Armenia: dove anche le pietre hanno un’anima

appunti sparsi di viaggio di Marina Fichera

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Un paese incastonato tra i monti del Caucaso, isolato da sempre ma da sempre unito nell’arcaica e profonda fede cristiana e nella fierezza della propria peculiarità, l’Armenia è un luogo dove il tempo si è fermato, o forse è solo più lento. Rallentato come rallenta il battito del cuore dopo una forte emozione, un’emozione che qui si chiama Genocidio.

Perché è impossibile visitare l’Armenia senza prendere consapevolezza di quel che accadde 99 anni fa. E’ una ferita aperta, sanguinante di un rosso vivo come le vesti dei monaci che ancora oggi popolano solitari monasteri, una sofferenza silenziosa che accompagna questo popolo austero e dignitoso.

Yerevan ci accoglie alle cinque del mattino di sabato 19 Aprile 2014. E’ ancora buio e la strada che dall’aeroporto ci porta al nostro albergo è deserta. Statue in stile sovietico di misteriosi eroi armeni svettano qua e là, tra imponenti piazze, ampi e verdi boulevard e case in tufo di vari colori. Sono le prime avvisaglie di una vivace città, in bilico tra il vecchio e il nuovo, tra la nostalgia del regime moscovita e la modernità di una globalizzazione che ancora non l’ha travolta.

Poche ore di riposo e mi ritrovo sul pullman per un primo giro della capitale. Il sorriso della nostra guida, una donna giovane e colta, ci trasmette subito il profondo amore che nutre per il proprio paese e il caloroso senso dell’ospitalità degli armeni.

Dopo aver visitato un interessante museo storico, ci dirigiamo verso il Memoriale del Genocidio. Il monumento, un semplice cerchio di grigi blocchi di cemento che racchiude una fiamma perenne, da lontano non mi dice nulla, ma appena vi entro vengo assalita da un’improvvisa sensazione di indescrivibile tristezza. E’ lì, materiale come un macigno che inaspettatamente mi schiaccia. E’ un doloroso urlo senza voce che mi rimbomba nella testa, eco delle sofferenze di questo popolo. Ho le vertigini, devo uscire, mi allontano dal gruppo per riprendermi dallo stordimento che ha provocato questa emozione.

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dettaglio di Santuario – foto di Marina Fichera

Uscendo da Yerevan ho la conferma definitiva di aver scelto bene la mia meta. Nella mia laicità avevo bisogno di un viaggio di spiritualità, di immergermi in una dimensione diversa dalla quotidiana isteria collettiva di Milano.

Ora so che troverò spiritualità, spazi aperti e silenzio. Un silenzio che si nutre delle ataviche croci di pietra dei khachkar – testimonianza di una religiosità tangibile, solida, fatta di roccia oltre che di preghiere – e delle nuvole che veloci si rincorrono sull’altopiano caucasico.


P1060185Khachkar, antiche croci di pietra – foto di M. Fichera

I colori che dominano questa terra sono forti come il profumo dell’incenso delle chiese e intensi come le melodie liturgiche che ascolto durante le celebrazioni pasquali.

Il grigio della pietra degli antichi monasteri e dei khachar disseminati sul territorio come piccole note su uno spartito di musica sacra. Il verde del muschio e dell’erba profumata di menta e timo, che ricopre i declivi dell’altopiano. L’azzurro deciso di un cielo limpido che si apre su di noi con una sconfinata vastità.

E poi il bianco. Come una dolce sposa questa terra è ammantata dal bianco delle cime dei monti ancora innevati, dal candore dei ciliegi in fiore che rinascono in un’esplosione di vita, dalla leggerezza delle nuvole che giocano sulle nostre teste mentre ci muoviamo su strade quasi deserte che ci portano verso sud.

  IMG_20140423_110506 P1060060 1I colori dell’Armenia: Caucaso e nuvole e Il monastero di Hagpat – foto di M. Fichera

L’Ararat, il cui nome in lingua armena significa Luogo creato da Dio, lo vediamo per la prima e unica volta domenica, mentre andiamo verso la cattedrale di Echmiadzin per assistere al commovente rito religioso della Pasqua. Il monte della Bibbia, dove Noè si posò con la sua Arca dopo il Diluvio, è un vulcano di oltre 5.000 metri di sacralità e nevi perenni che domina l’ampia vallata in cui si sviluppa in modo disordinato Yerevan.

E’ spesso ricoperto da nubi o fischia che ne impediscono la vista, e forse è meglio così, perché oggi, al di là del tormentato confine turco che volge a occidente, è come una donna bellissima che tutti possono guardare, ammirare, desiderare, ma nessuno può neanche sfiorare.

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Il monte Ararat, 5.165 metri s.l.m. – foto M. Fichera

Per raggiungere il monastero di Tatev si prende una delle funivie più moderne al mondo, una meraviglia tecnologica svizzera che percorre placidamente cinque chilometri di precipizio mozzafiato. Tatev è situato sull’orlo di un costone di roccia che si affaccia su un vuoto colmo di storia e preghiere, come tutto qui in Armenia. Ancora oggi i monaci lo popolano e lo rendono un luogo vivo – i monasteri sono importanti punti di riferimento per le comunità locali – un luogo pulsante di misticismo, litanie sacre e incredibile bellezza.


funivia P1050998Il monastero di Tatev e il percorso della funivia – Foto di M. Fichera

Un’antica leggenda narra della storia di Tamara, una giovane principessa che viveva su un’isola del lago Sevan, a nord del paese. Era innamorata di un ragazzo del popolo e tutte le notti accendeva una fiamma in modo che lui potesse raggiungerla a nuoto dalla terraferma. Una notte il re, contrario alla relazione della figlia, spense la fiamma e il giovane, persa la direzione, affogò urlando Akh, Tamar! – Oh, Tamara! Da quel giorno l’isola – oggi diventata penisola a causa dell’abbassamento del livello delle acque – si chiama Akhtamar.

Sulla penisola sorge il complesso di Sevanavank. Le due chiese, ricostruite a partire dal XV° secolo dopo la distruzione del precedente complesso edificato nel 305 d.C. da San Gregorio l’Illuminatore, svettano sul bellissimo lago di Sevan, a quasi 1.900 metri sul livello del mare. Anche se molto più turistico di altri luoghi, il sito, virtuosamente arroccato sulla cima della penisola, riesce a mantenere la sua solennità, antica e  orgogliosa. Perché qui, in Armenia, anche le pietre hanno un’anima.

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Il monastero di Sevanavank, penisola di Akhtamara, lago Sevan – foto di M. Fichera

E la poesia è una delle più alte forme attraverso cui quest’anima di manifesta. L’amore per questa terra martoriata è espressa in modo potente e vibrante nei versi composti negli anni venti del ‘900 dal poeta Eghishe Çharents

Ode all’Armenia

Traduzione di Boghos Levon Zekiyan

Io della mia dolce Armenia amo la parola dal sapore di sole,
Della nostra antica lira amo le corde dai pianti di lamento,
Dei fiori color sangue e delle rose il profumo ardente
E delle fanciulle di Nayiri amo la danza morbida e agile.

Amo il nostro cielo turchese, le acque chiare, il lago di luce,
Il sole d’estate e d’inverno la fiera borea stanante il drago,
Le nostre pareti inospitali delle capanne sperdute nel buio
E delle antiche città amo la pietra dei millenni.

Non dimenticherò i nostri canti lamentosi, ovunque io sia,
Non dimenticherò i nostri libri incisi con lo stilo, divenuti preghiera,
Per quanto lacerino il cuore le nostre piaghe sprizzanti sangue,
Amerò ancor più la mia Armenia amorosa, orfana, ardente di sangue.

Non vi è alcun’altra leggenda per il mio cuore colmo di nostalgia,
Simile al Narekatsi e a Kučhak non vi è fronte luminosa,
Attraversa il mondo, non vi è simile all’Ararat vetta bianca,
Qual cammino di gloria inaccessibile, il mio monte Masis io amo.

Articolo di Marina Fichera

tratto dal blog http://sognaparole.blogspot.it

2 commenti:

  1. Bellissimo articolo, e bellissime foto! Moilto bella anche la poesia, che lascia intravedere culti ed usanze millenarie di un paese.

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