La nascita delle leoneddas, raccolta da Grazia Deledda.

La nascita delle leoneddas (vecchia leggenda musicale)

Poco distante dalla riva del mare un antico pastore pascolava le sue gregge. Era in un tempo lontanissimo, in una primavera quasi preistorica; ma il paesaggio era quale ancora si ammira adesso, una fresca pianura verde, chiusa da montagne quasi nere sul cielo d’un azzurro chiaro, e lambita dal mare; la capanna del pastore era eguale alle odierne capanne dei pastori sardi; e lo stesso era il pastore, vecchio ma ancora possente, coi lunghi capelli e la lunga barba gialla, gli occhi neri circondati di rughe, e vestito di rozzi pannilani e di pelli.

Il vecchio si chiamava Sadur, (ed io non so l’etimologia di tal nome, ma ritengo che da questo provenga il moderno Sadurru, che poi vuol dire Saturnino) e viveva con la moglie ancor giovane e la figlia Greca. Qua e là per la pianura sorgeva qualche altra capanna e viveva qualche altro pastore. Donde venivano quei primi sardi, con le loro donne piccole e brune, e con le gregge ancora selvatiche? Forse i padri loro erano venuti anch’essi dalle coste d’oriente, con barche di predoni; e dico anch’essi perché, di tanto in tanto, sul mare argenteo disegnavasi l’ala rossastra di qualche vela fenicia, sbarcava un gruppo d’uomini pallidi, vestiti di corte tuniche grigie, coi sandali ai piedi e in testa un berretto a cono. E si spandevano sulla pianura come un turbine e incendiavano le capanne, predavano ciò che potevano, sgozzavano le pecore e banchettavano sotto gli alberi.

Sadur nutriva un odio feroce contro questi sgraditi visitatori, che l’avevano più volte rovinato. Spesso s’era salvato con le donne e il gregge sulle montagne, ritornando alla pianura quando le vele rosse sparivano lentamente all’orizzonte, nei violacei crepuscoli marini; ma ora vedeva avvicinarsi con dolore l’estrema vecchiaia e sentiva tristemente svanir le sue forze. Chi avrebbe salvato oltre le sue donne e le sue gregge? Egli sedeva melanconicamente sul limitare dell’ovile, e guardava inquieto la linea chiara del mare. Da qualche tempo, però, anzi da qualche anno, nessuna disgrazia aveva turbato la vita di quei primi pastori sardi.

Solo, dall’interno dell’isola, giungeva, di quando in quando, qualche negoziante primitivo. Recava frumento, legumi, pannilani, frutta secche, armille e altri gioielli di bronzo: in cambio riceveva lana, miele, formaggio, unghie di pecora, e ripartiva. Le donne macinavano il frumento fra due pietre, cuocevano le focacce, cucivano le vesti. Sadur guardava le gregge, e fissava gli occhi nel mare. Nonostante la pace di quegli ultimi anni, non si sentiva tranquillo. I suoi occhi si indebolivano, i suoi denti ferini si muovevano entro le gengive, le sue mani cominciavano a tremare. Ciò era ben triste.

Il suo unico conforto, spesso, era di suonare certi flauti di canna, molto rozzi e primitivi. Ne veniva fuori una melodia monotona, ma flebile, soave, che si smarriva come un lamento nel gran silenzio della pianura. Quando suonava i suoi flauti di canna, Sadur dimenticava ogni sua tristezza; gli occhi suoi si raddolcivano, su tutta la sua selvaggia fisionomia si spandeva un’espressione di tenerezza e di bontà. Al suono melanconico del suo flauto, Sadur sentiva il cuore empirsi di care ricordanze, tutto gli sembrava dolce, sognava di maritar Greca con qualche giovine gagliardo, di lasciar lei e la madre sotto una forte protezione, e di morir tranquillo, sotto una quercia, al sole di aprile.

Egli aveva parecchi flauti, più o meno sottili, e ogni volta che suonava li provava tutti, ad uno ad uno. Ciascuno aveva un suono particolare, e Sadur sapeva trarne diverse melodie. Ora, nell’ultimo anno della sua vita, gli accadde questo fatto. Era di maggio: un giorno egli se ne stava vicino al mare, quando con terrore scorse le vele fenicie a poca distanza dalla costa. Tutto tremante corse dalle sue donne e disse loro: «Ahimè, succede ciò che io da vari anni temevo. Non c’è che un mezzo per salvarci. Fuggite voi due con buona parte della greggia; avviatevi al nascondiglio che sapete. Io rimarrò qui con quindici o venti pecore: crederanno ch’io viva qui solo e si indugeranno a banchettare. Intanto voi potrete salvarvi, e, dopo la loro partenza, ci riuniremo». Le donne partirono, piangendo, spingendo verso i monti il grosso della greggia; e il vecchio rimase.

Finse d’esser quasi cieco e si mise a suonare. I fenici lo trovarono così, in apparenza tranquillo, e credettero ch’egli vivesse solo con le poche pecore smarrite nel prato vicino. Com’egli aveva preveduto, essi s’indugiarono laggiù: frugarono la capanna, la distrussero per accender il fuoco coi rami dei quali era formata, sgozzarono le pecore e banchettarono. Alcuni di loro volevano legare e bastonare Sadur, ma il capo della spedizione, ch’era un giovine pallido dai lunghi capelli nerissimi, unti d’olio profumato, vi si oppose. Solo, finito il banchetto, comandò al vecchio di suonare. Sadur prese i suoi flauti e suonò. Il giovine capo si mise ad ascoltarlo attentamente, pensieroso e quasi triste. Ad un tratto parve preso da un capriccio strano, e comandò a Sadur di suonare tutti assieme i suoi flauti. «Come farò?», disse il vecchio. «Accomodati, altrimenti ti farò bastonare.»

Allora il vecchio cercò certe erbe filamentose e unì in fila i suoi flauti, formando la prima delle leoneddas sarde. Prova e riprova, gli riuscì di suonare abilmente una melodia melanconica, armoniosa, discretamente sonora. Presi dalla sonnolenza dei meriggi primaverili, dopo il pasto abbondante, i fenici ascoltavano sdraiati sull’erba, e una grande dolcezza li invadeva a quel suono. Il giovine capo, specialmente, pareva incantato. A poco a poco si addormentò, e gli parve di non aver mai gustato un sonno così delizioso, in luogo più ameno di quello. Svegliandosi, disse al vecchio di chiedergli tutto ciò che desiderava; glielo avrebbe accordato, se era in suo potere. Sadur tremò, poi disse: «Ebbene, senti. Io ho moglie e una figlia vergine: se le incontri, non toccarle». «Tu puoi farle tornar qui», disse il capo, «non sarete più molestati.» Intanto fece ricostruir la capanna e attese che il vecchio, andato in cerca delle sue donne, fosse di ritorno. Desiderava sentire ancora il suono dei flauti riuniti e di addormentarsi ancora una volta sull’erba. Sadur e le donne e le gregge tornarono, e il vecchio suonò ancora, e il giovine si addormentò. Allo svegliarsi vide Greca, e il luogo gli parve ancora più ameno. «Vuoi tu darmi la fanciulla?», chiese al vecchio. «La sposerò e resterò qui coi miei compagni.» Così si formò in Sardegna una delle prime colonie fenicie, ed il vecchio Sadur continuò a suonare, tutti assieme, i suoi flauti di canna.

Questa leggenda è tratta da Onoranze a Grazia Deledda, a cura di M. Ciusa Romagna, Nuoro-Cagliari, 1959. 24

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile".Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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