La parola nuda, pura e palpitante di Antonia Pozzi, di Ilaria Biondi Parte 4

E proprio come desiderato, alle pendici tanto amate ella consegna, in un atto di tacita, improrogabile resa, le proprie spoglie terrene, e da loro verrà accolta in ultimo, materno abbraccio di quiete eterna. Sotto i cespi degli splendenti rododendri e la vigile presenza del masso della Grigna, in un ideale  ricongiungimento con Madre Natura, Antonia non si sente sola e può andare incontro alla morte con serenità, morte dolce e silente che la restituisce a quella pace che le è stata negata durante la sua breve, sofferta esistenza. Il giorno prima della fatale decisione ella consegna alla carta l’ultima, definitiva Scrittura che sigilla, con indicibile dolore, la Parola di Antonia, rendendola muta per sempre, ma consegnandola, al contempo, alle altezze supreme dell’infinito e dell’eterno:

Desidero di essere sepolta a Pasturo, sotto un masso della Grigna, fra i cespi di rododendro. Mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato. E non piangete, perché ora io sono in pace. (Testamento. Originale incenerito. Ricostruzione a memoria del  Papà. 1° dicembre 1938)

Queste crude parole, venate di dolente melanconia, riecheggiano due passi del diario, vergati rispettivamente all’inizio del 1937 e nel settembre dello stesso anno, a testimonianza di quanto a lungo Antonia abbia carezzato, meditato, agognato il pensiero della propria fine, in risposta a un intimo, insopprimibile bisogno di quiete interiore:

Ho visto un pezzo di prato libero che mi piace. Vorrei che mi portassero giù un allora forse il peso bel pietrone e vi piantassero ogni anno rododendri, stelle alpine e muschi di montagna. Pensare di essere sepolta qui non è nemmeno morire, è un tornare alle radici. Ogni giorno le sento più tenaci dentro di me. Le mie mamme montagne. (Diari, 10 settembre 1937)

Forse in primavera, quando i rami dei faggi, nei boschi di Pasturo, sono gialli di tenerezza, nel muschio umido spuntano acartoccio le foglie lisce dei mughetti, allora forse il peso al capo si farà più plumbeo, allora cederò … (Diari, San Silvestro 1936 – 1 gennaio 1937)

Il desiderio di morte, che si affolla sovente alla sua mente, è prefigurato nella lirica Funerale senza tristezza (3 dicembre 1934), in cui l’ossessivo e angoscioso pensiero è stemperato dall’appassionato amore per la natura, che rende meno amaro, anzi quasi dolce il momento del trapasso: Antonia immagina, per sequenze filmiche al rallentatore, il proprio funerale, nello scenario placido delle sue montagne. Pur senza dirlo esplicitamente, sono i campi, i bimbi, il sorriso buono delle mamme e le creste dei monti della sua Pasturo ad aspettarla, ad accompagnarla nel suo ultimo viaggio terreno. Il suo non è un partire, è un ritorno, per mai più andare, mai più:

Questo non è esser morti,

questo è tornare

al paese, alla culla:

chiaro è il giorno

come il sorriso di una madre

che aspettava.

Campi brinati, alberi d’argento, crisantemi

biondi: le bimbe

vestite di bianco,

col velo color della brina,

la voce colore dell’acqua

ancora viva

fra terrose prode.

Le fiammelle dei ceri, naufragate

nello splendore del mattino,

dicono quel che sia

questo vanire delle cose

– dolce -,

questo tornare degli umani,

per aerei ponti

di cielo,

per candide creste di monti

sognati

all’altra riva, ai prati

del sole.

Antonia cederà in una fredda mattina d’inverno, nella grigia eppur amata periferia che porta a Chiaravalle, tante volte percorsa a piedi e in bicicletta con l’amico carissimo Dino Formaggio, ma la sua salma sarà tumulata nel cimitero di Pasturo, in quel paesaggio vivificato dal sole, di cui la primavera è il parto fecondo e rigoglioso.

Pur rifuggendo i formalismi e le convenzioni della borghesia cittadina, la Pozzi è profondamente legata a Milano, di cui canta negli ultimi anni (complice anche l’amicizia con Formaggio, giovane volitivo di umili origini che si costruisce una brillante carriera accademica) la desolata vita della cerniera periferica operaia di Piazzale Corvetto.

Nella poesia della Pozzi non c’è dunque contrapposizione acerba e dolorosa tra il mondo agreste e l’infernale scenario urbano delle metropoli. Milano le dà i natali ed è nel suo seno che Antonia trascorre l’inquieta adolescenza tra i banchi del liceo classico Manzoni, dove sboccia il suo amore per Antonio Maria Cervi; nella capitale lombarda ella si lega d’amicizia con figure significative come Vittorio Sereni, Remo Cantoni, Dino Formaggio, Luciano Anceschi, Alberto Mondatori e trascorre i fervidi anni universitari diventando l’allieva curiosa e assetata di conoscenza di docenti della levatura di Antonio Banfi e Vincenzo Errante.

Tuttavia, è a Pasturo che ella sente di appartenere, oltre ogni logica razionale: quel solo mondo le è familiare nel profondo, lì sono custodite le sue radici, le sue origini più lontane e profonde, ed è lì che vuole tornare, in un ideale desiderio di chiudere il cerchio:

Gronda di neve disciolta

la casa. Trasale

l’anima al tonfo delle gocce fitte.

Così sfacendosi

dolorano le cose.

Ma lontano,

oltre i veli del sole e gli insicuri riflessi,

oltre il trascolorare delle ore,

vive un esiguo mondo

d’erba e di terra.

Radici

profonde nel grembo di un monte

a primavera votate

si celano.

E conosco

io sola

il nome d’ogni fiore

che fiorirà,

la luce ed il pezzo di zolla

in cui prima riappaio la tenera

esistenza delle foglie.

Radici

profonde nel grembo di un monte

conservano un sepolto segreto

di origini –

e quello per cui mi riapro

stelo

di pallide certezze.

(Radici, 15 febbraio 1935)

Alla drammatica decisione finale Antonia giunge dopo un lungo e sofferto cammino di ricerca interiore, che si conclude con un senso di sconfitta e disperazione. Suicidio non dettato da patologica fragilità, bensì gesto di dignità e fierezza dettato dall’incapacità di accettare una vita opaca e inautentica, una volta che il sogno di vita semplice, di felicità domestica come donna, sposa e madre si infrange miseramente, per la mancanza di un amore maschile, fedele, assoluto e costante:

Papà e mamma, carissimi, non mai tanto cari come oggi, voi dovete pensare che questo è il meglio. Ho tanto sofferto. [….] Deve essere qualcosa di nascosto nella mia natura, un male dei nervi che mi toglie ogni forza di resistenza e mi impedisce di vedere equilibrate le cose della vita. […]

Ciò che mi è mancato è stato un affetto fermo, costante, fedele, che diventasse lo scopo e riempisse tutta la mia vita. […](Testamento spirituale, 1° dicembre 1938)

Dino Formaggio, amico carissimo, generoso e onesto che conosce la fatica del lavoro, la desolazione della miseria e l’orgoglio del farsi da sé, è l’ultimo sogno che si spezza. E’ l’estate del 1937 e Antonia si affida con animo lieve a questo ragazzone solido e modesto, con abbandono e trasporto, cullando ancora una volta il suo sogno d’amore e di maternità che è anche e soprattutto desiderio di una vita vera:

Un sacerdote che conosciamo e che era qui da noi guardava i miei albi di fotografie e a un certo punto mi disse: “ Ma lei ha tutto, ha visto tutto, ha goduto tutto: che cosa può desiderare ancora dalla vita?” Che cosa posso ancora desiderare? Spogliarmi di tutto il superfluo, dimenticare i volti ben rasi, le labbra dipinte, gli alberghi di lusso, rinunciare alle comodità di cui – grazie a Dio – non mi sono mai fatta delle schiavitù, andare dalla povera gente, imparare il dialetto, ricominciare, senza cavalli, senza auto, senza troppi vestiti, senza troppe posate, ma cosa m’importerà […] pur che alla sera mi sia dato di aspettare un volto caro e mettere sul fuoco una minestra che non sia soltanto per me e rammendare delle calze che non siano soltanto le mie …. (Lettera del 28 agosto 1937)

Dino però non vuole illuderla: la sua amicizia fraterna, viva e sincera, non è amore, e mette in chiaro la sua posizione augurandosi che Antonia possa comprendere. Ella è costretta a incassare il colpo, ma non cessa di amare Dino e di invocarlo, seppur inutilmente. Dino Formaggio, qualche anno prima di morire, torna con sofferto pensiero all’amica Antonia, cercando di spiegare, prima di tutto a se stesso, il perché di quel suo gesto estremo:

[…] Il suo “avviarsi” verso annientamenti e amputazioni sorte dalla delusioni sofferte, e dal dolore vissuto, quasi desiderando di passare all’altra riva, verso porti di silenzio e di pacificazione degli interni tumulti e delle vane speranze, nasceva da molta vita sognata e spesso, fin dal culmine dell’adolescenza, duramente stroncata dalla non immaginaria schiavitù del reale. (cit. da Dino Formaggio, Una vita più che una vita in Antonia Pozzi)

Non vigliaccheria, dunque, né semplice delusione amorosa. Antonia lotta quanto può, eroicamente e coraggiosamente, cerca di essere più forte del proprio dolore, tenta di apprendere dall’amato Flaubert quella lezione di razionalità e pragmatismo che Antonio Banfi e i suoi allievi cercando di istillare in lei, quasi irridendo il suo “disordine” lirico. Più volte tenta di ricostruirsi ma, non diversamente dal Kröger manniano, ella conosce e sente nella carne e nello spirito l’impossibilità di sentirsi normale, di vivere una vita comune. Quando anche le si oppongono tutte le circostanze esterne, compresa la crudele oppressione e violenza dell’epoca in cui vive – primo fra tutti l’avanzare precipitoso e ineluttabile di una nuova guerra mondiale – ella decide di andarsene.

Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite. […](Testamento spirituale, 1° dicembre 1938)

Giunga la morte, con la sua pace. E il suo corpo riposi in pace, fra quella natura alpina che sempre la salva e la rianima. Che offrirà consolazione e protezione anche alle sue spoglie mortali. La ricerca tesa e costante – del sé, del Dio non trovato eppur percepito e disperatamente anelato; di un’autenticità del vivere e del sentire che la ricongiunga con il proprio passato mitico e prenatale, in una dimensione di comunione e fusione con Madre Natura; della gioia colma della maternità, attesa, sognata, desiderata, nel cuore e nella carne eppur delusa e negata, sogno che si infrange e diviene “pianto di culla sepolto”; di un Amore inteso come completa aderenza di due anime, capaci di respirare nello stesso battito – non trova requie e la consuma, in un fluire della parola che vuole e deve sgorgare, vuole e deve dire e dirsi, anche oltre il Silenzio della morte.

Quella Parola che la conduce, ora e per sempre, In riva alla vita, dove forse, e solo, il suo Sogno di un radicale, vero, primordiale ricominciamento è possibile:

Ritorno per la strada consueta

alla solita ora,

sotto un cielo invernale senza rondini,

un cielo d’oro ancora senza stelle.

Grava sopra le palpebre l’ombra

come una lunga mano velata

e i passi in lento abbandono s’attardano,

tanto nota è la via

e deserta

e silente

[…]

Gridano le campane,

gridano tutte

per improvviso risveglio,

gridano per arcana meraviglia,

come a un annuncio divino:

l’anima si spalanca

con le pupille

in un balzo di vita.

Sostano i bimbi

con le mani unite

ed io sosto

per non calpestare

le pallide stelle filanti

abbandonate in mezzo alla via.

Sostano i bimbi cantando

con la gracile voce

il canto alto delle campane: ed io sosto

pensandomi ferma stasera

in riva alla vita

come un cespo di giunchi

che tremi

presso un’acqua in cammino.

Citazioni tratte da:

Antonia Pozze, Tutte le opere (a cura di A. Cenni), Milano, Garzanti, 2009

Antonia Pozzi, Poesia che mi guardi (a cura di G. Bernabò e O. Dino), Roma, Luca Sossella Editore, 2010

Ilaria Biondi

Antonia Pozzi parte 3

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile".Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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