Shanghai: dove tutto scorre

Appunti sparsi di viaggio di Marina Fichera

 Il treno, che ha appena percorso duecento chilometri in poco più di quaranta minuti, finalmente arriva alla West Station. Dopo la superba capitale del nord, Beijing, e la placida Hangzhou del lago d’occidente giungo a Shanghai. Venti milioni di anime vibranti tra il delta del fiume Yangtze e il Mar Cinese Orientale.

Caldo. Tutto è come amplificato fuori dal tecnologico treno, climatizzato come un gennaio siberiano. “E’ agosto, è la norma”, mi dico. Ma è un caldo opprimente come un mattone sul petto, come un pensiero che non riesci a scacciare dalla mente. E il cielo di un colore indefinibile, tra il plumbeo e il latte rancido, con l’aria fittamente impregnata di smog e umidità asiatica.

“Iniziamo bene”, penso in un primo momento di sconforto.

Il grattacielo più alto del mondo visto dal giardino del mandarino Yu – foto di M Fichera

Shanghai mi accoglie come una vecchia sensale troppo truccata. Impalcature di bambù ovunque, il Bund sventrato come i polli in attesa di essere cotti al mercato di Fangbang Lu, dappertutto lavori di ristrutturazione e ricostruzione che fervono frenetici e irrefrenabili.

Tutto sempre rivolto al futuro, come del resto è ancora oggi tutta la Cina. Un mondo lontano e inaspettato, affascinante e agghiacciante al tempo stesso, millenni di cultura, seta e kung fu, contrasti e contraddizioni. Salde radici nella storia con ramificazioni profondamente proiettate nel futuro. Shanghai è la perfetta sintesi di tutto ciò.

Avevo letto sulla guida Lonely Planet di evitare con la massima attenzione l’area circostante i Giardini del mandarino Yu durante il fine settimana, ma non ho altra scelta. Il tempo è limitato e già la sera seguente un nuovo treno mi attende per una notte di viaggio verso nord. Perciò decido di andare ugualmente.

“Accidenti ma quanti cinesi vivono a Shanghai, e sono tutti qui, oggi pomeriggio?” penso dopo essermi persa alcune volte tra la brulicante folla, alla ricerca dei Giardini. Sembra che questo sabato d’agosto si siano dati tutti appuntamento lì. Migliaia, milioni, non so, tanti, troppi. Clacson, motori, folla che spinge e sputa, odore di cibo e di muffa che mi spacca le narici. Che caos, mi gira la testa, mi manca il fiato.

E poi i Giardini. Entrarvi è quasi come accedere a un mondo parallelo, un’oasi di tranquillità al centro della tempesta del secolo. Affollati, sì, ma con un ritmo diverso rispetto al mondo fuori, un ritmo quasi normale. Pietra grigia e lacca rossa i colori predominanti, un salto indietro nel tempo che qui sembra essere già il futuro.

All’uscita dei Giardini mi dirigo verso il Bund, e dopo aver atteso oltre venti minuti in mezzo alla strada mi rassegno a prendere un taxi abusivo per raggiungere l’albergo.

Il mio hotel è di fronte a un immenso parco. Decido quindi che la mattina dopo farò quello che milioni di cinesi fanno ogni mattina e che ho praticato per alcuni anni: tai chi chuan.

Sveglia alle 6:00, non posso perdermi il meglio. Alle 6:30 l’aria è già colma di umidità sotto il solito cielo grigiastro, ma il parco è verde, immenso e pieno di vita. Per la prima volta mi sento a mio agio nell’immensa metropoli. Centinaia di cinesi sono riuniti lì per praticare il tai chi, ballare il tango, cantare, giocare a volano. Decine di gruppi, di tutte le dimensioni.

Una ventina di signore sono quasi nascoste dietro una siepe, allineate in fila per due  ballano facendo volteggiare con antica leggiadria dei lunghi nastri rossi e cantano accompagnandosi al ritmo di festosi tamburelli. Quando si accorgono che le sto osservando vengono prese da un imbarazzo talmente evidente che non posso far altro che andarmene.

Mi avvicino quindi a un drappello di anziani che praticano il tai chi chuan con i ventagli. Che armonia nei loro gesti sincronizzati e che serenità nei risoluti movimenti! Un signore mi vede e, venendomi incontro sorridendo, mi offre il suo ventaglio. Non avrei mai immaginato che quell’oggetto fosse così pesante, ma è di metallo ed è un’arma, non un mezzo per rinfrescarsi. “I cinesi sanno anche essere simpatici, certo meglio non farli arrabbiare…”, penso. 

Tai chi con le spade - foto di M Fichera

Tai chi con le spade – foto di M Fichera

Dopo la colazione m’infilo in un bus stracolmo di gente e buste della spesa, diretta al Tempio del Buddha di Giada.

I numerosi fedeli, raccolti in silenziosa preghiera, mi accolgono inaspettatamente. Circondato da opprimenti palazzoni di cemento armato, il Tempio è riuscito a mantenere ancora buona parte della sua antica aura mistica. L’aria densa di profumo degli enormi incensi bruciati dai devoti per ottenere fortuna, soldi, amore, è una nuova prova per il mio naso occidentale. Mi entra nella fronte, penetrando nella corteccia cerebrale come un’unghiata.

Il tempio budda di giada – foto di M Fichera

Vedo alcuni monaci in un angolo, in disparte. Vestiti con una tunica arancio brillante, i capelli rasati, linde calzette bianche e infradito nere. In una mano un mala, il rosario buddista. E uno smartphone nell’altra. “Shanghai dai mille volti e contraddizioni, non smetterai mai di stupirmi!”

Prendo un taxi – questa volta regolare – per raggiungere la meta successiva, il quartiere della concessione francese. L’antico quartiere, al centro della parte vecchia della città, è composto da piccole case con giardini, un tempo residenza delle delegazioni consolari, accanto a un labirinto di stretti vicoli maleodoranti con casette a due piani per la maggior parte diroccate, che ricordano gli hutong pechinesi. Mi perdo camminando in quel reticolo di vita, tra cibi dai penetranti odori e colori sbiaditi schiaffeggiati da macchie improvvise di rosso, e in un attimo arriva il tardo pomeriggio.

La concession francese - foto di M Fichera

La concession francese – foto di M Fichera

Il mio tempo a Shanghai sta per scadere.

Penso che non ho voglia di visitare Pudong, il quartiere dei grattacieli da record non esercita alcun fascino su di me, perciò prendo un taxi per tornare verso l’hotel e riposare, il caldo è stato davvero spossante.

La torre della TV a Pudong - foto di M Fichera

La torre della TV a Pudong – foto di M Fichera

Entriamo in una via e ci troviamo bloccati nel traffico immobile. Solo dopo un po’ mi accorgo del motivo per cui siamo fermi. Un gruppo di anziane donne in ciabatte bianche e logori indumenti sta manifestando per fermare l’abbattimento delle proprie case. Contro l’espropriazione delle proprie radici e il rapimento del proprio futuro. Contro il progresso irrefrenabile della città.

Sono lì, per terra che si accartocciano come vermi colti dalla pioggia e sopra di loro si avventano poliziotti in assetto antisommossa. Le loro urla restano inascoltate, seppellite dall’acufene di una città selvaggia, che non si ferma mai. Una a una vengono prese di forza dai poliziotti e spostate sul marciapiede, e poco dopo tutto riprende a scorrere regolarmente, freneticamente.

Non c’è tempo per pensare al dolore di quelle povere donne. Shanghai deve continuare a macinare record, soldi e vite umane. Perché tutto scorre.

Le vecchie case che vengono abbattute per far spazio ai grattacieli - foto di M Fichera

Le vecchie case che vengono abbattute per far spazio ai grattacieli – foto di M Fichera

“Solo attraverso il dolore si arriva alla bellezza. Solo attraverso il dolore si ottiene la pace”, disse una volta una madre alla giovane figlia cui stava iniziando a bendare i piedini [1].

Shanghai, vecchia sensale un po’ baldracca, tu che ti muovi solo in nome del futuro, del denaro e del successo, di quanto altro dolore si dovranno ancora nutrire le strade di Puxi, maleodoranti di vita e motorini, e quelle di Pudong, profumate di preziose fragranze e attraversate da fiammanti Ferrari ?

Quando giungerai all’agognata pace ?

[1]Tratto dal romanzo Fiore di Neve e il ventaglio segreto, di Lisa See.

di Marina Fichera, pubblicato sul blog:  http://sognaparole.blogspot.it/

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