“Dal vampiro-femmina al vampiro-maschio: una storia senza tempo” articolo di Selene G. Rossi

pubblicato con autorizzazione di  “Sognaparole Magazine”

http://sognaparole.blogspot.it/2015/10/il-vampiro-una-storia-senza-tempo-1.htm

Lilith: tavoletta (XIX sec aC) rinvenuta ad Ur. Londra, British Museum

Lilith: tavoletta sumera (XIX sec aC) rinvenuta ad Ur. Londra, British Museum

Parente prossimo del licantropo – narra la leggenda che al momento della morte un lupo mannaro diventi vampiro – e assurto a icona orrorifica nel 1897 con la pubblicazione di Dracula di Bram Stoker, il vampiro incarna da sempre una funzione apotropaica. Le prime tracce di questo essere nato in forma di donna risalgono a Lilitu, temuto demone della civiltà babilonese di cui esiste una raffigurazione – nota come Rilievo di Burney – risalente al 1765-1745 a.C., ora custodita presso il British Museum di Londra (1). Conosciuto anche come Lilith, questo demone si ritrova anche nella mitologia ebraica. Secondo la tradizione cabalistica, prima di creare Eva, Dio donò ad Adamo – creato con sabbia purissima – un’altra compagna, ovvero Lilith, plasmata con un composto melmoso. Dopo un primo periodo di attività sessuale intensa, la donna rifiutò di continuare a essere “sottomessa,” volendo invece assumere una posizione dominante. Ribellatasi all’ira di Adamo, Lilith fuggì dall’Eden. Ascoltata la supplica dell’uomo, che rivoleva la propria consorte, Dio inviò tre angeli  – Sanvi, Sansavi e Semangelaf – in cerca della donna che, rifugiatasi nei pressi del Mar Rosso, si era unita carnalmente con alcuni demoni, insieme ai quali aveva procreato numerosi figli – chiamati lilin. Rifiutandosi di obbedire all’ordine di Dio, che la voleva ancora a fianco di Adamo, Lilith, ora con pieno potere su neonati, uomini e fanciulle, giurò che se avesse visto i nomi degli angeli scritti vicino a qualunque neonato, questo sarebbe stato risparmiato.

 Lilith secondo John Collier (1892)

Lilith secondo John Collier (1892)

Nella mitologia greca Lilith, succube equivalente femminile dell’Incubo, fu assorbita dalla figura di Ecate, regina dell’oltretomba a capo di un esercito di demoni di cui faceva parte l’Empusa, «demone femminile, capace di assumere vari aspetti, fra i quali quello di cagna, vacca  o bella fanciulla. In quest’ultima forma questi demoni femminili si giacevano con gli uomini la notte o durante la siesta pomeridiana, succhiandone la forza vitale e provocandone la morte» (2). In seguito, l’Empusa si unì alla Lamia, demone di origine libica, acquisendone identiche caratteristiche di succube. Narra la leggenda che Zeus si fosse invaghito di Lamia, figlia del re Belo, da cui ebbe numerosi figli. Infuriata e gelosa per il tradimento del consorte, Era uccise tutti i figli della coppia – solo Scilla riuscì a sopravvivere – cagionando in Lamia un dolore tale che la donna si trasformò in mostro crudele che, incapace di sopportare la morte della propria prole, decise di vendicarsi divorando i piccoli di altre donne. Archetipicamente femminili, questi esseri malvagi assunsero connotazioni maschili con il passare dei secoli, deprivando pertanto la donna demoniaca del potere di ribellione di cui era stata dotata fino a quel momento. E come nel caso del lupo mannaro, «sulla mitologia pagana del vampiro si innesta la nuova mitologia costruita dalla Chiesa. Si suggerisce che i preti e Dio sono i migliori protettori contro il vampiro. Questo innesto muta anche il vampiro stesso: se nelle credenze popolari il vampiro può anche essere pericoloso solo relativamente, mantenere degli aspetti umani e dei sentimenti, la Chiesa nega al vampiro ogni complessità, lo rende esclusivamente nocivo e pericoloso. Il vampiro diventa il nemico» (3).

Semioticamente presente nell’immaginario occidentale solo a partire dal Secolo dei Lumi (4), il vampiro è da sempre presente anche nella storia occidentale. A partire dalle striges dell’antica Roma, passando per il Blautsauger bosniaco – creatura priva di scheletro e pelosa come un lupo – o per il Vukodlak montenegrino – in grado di diventare lupo sotto l’influsso della luna piena -, questo essere è spesso stato considerato causa scatenante delle epidemie che afflissero l’Europa medievale. Ritenuti una vera e propria piaga sociale, soprattutto nei Paesi dell’est, i vampiri iniziarono a essereperseguitati in tutta Europa, dando vita a una versione necrofila della “caccia alle streghe” che si era abbattuta sul mondo occidentale.

Barbablù: xilografia di Gustave Doré (1867) e Gilles de Rais in un dipinto di Èloi Firmin Fèron (1835).

Barbablù: xilografia di Gustave Doré (1867) e Gilles de Rais in un dipinto di Èloi Firmin Fèron (1835).

Nel 1440, la Francia e l’Europa intere furono scosse da una scoperta agghiacciante che non solo trasportò il vampiro dal mondo delle campagne a quello aristocratico, ma che gettò anche le fondamenta per la leggenda di Barbablù; nel settembre 1440, Gilles de Laval signore di Rais, valoroso maresciallo e compagno d’armi di Giovanna d’Arco nella guerra dei Cent’anni, fu arrestato con l’accusa di lesa maestà e alto tradimento per essere entrato in una chiesa e aver rapito il prelato Jean de Ferron, sacerdote di St. Etienne de Mermorte, fratello di Geoffroy Le Ferron, tesoriere di Giovanni V, Duca di Bretagna.

Già fortemente sospettato per la scomparsa di numerosi bambini e ragazzi delle campagne francesi, Gilles fu indagato dal Vescovo di Nantes che, dopo aver fatto perquisire i castelli del nobile e aver rinvenuto i resti di numerosi cadaveri, lo fece arrestare. Processato per quarantanove capi di accusa – tra i quali eresia, stregoneria, stupro, sodomia e omicidio – sia dal Tribunale Ecclesiastico sia da quello Civile, e minacciato di essere sottoposto a tortura, de Rais confessò i suoi crimini – si pensa che le sue vittime si aggirino tra ottanta e duecento – e fu condannato al rogo. La vita terrena di questo spietato Barone giunse al termine il 26 ottobre 1440, centosettanta anni prima della nascita di Erzsébet Bathory, Contessa sanguinaria protagonista di fatti altrettanto sconvolgenti che turbarono l’Ungheria.

Questa nobildonna transilvana, sorella di Stefan – Principe di Transilvania, Re di Polonia e compagno d’armi di Vlad III -, moglie a quindici anni del Conte Ferencz Nadasdy e vedova a quarantaquattro, aveva mostrato fin da giovane una propensione alla crudeltà e al sadismo più estremi, palesatisi nelle torture inflitte ai danni delle cameriere che fallivano nell’eseguire gli ordini da lei impartiti. Questa donna estremamente vanitosa iniziata all’occulto in giovane età, comprimaria di tresche amorose e tradimenti ai danni dell’ignaro marito – che alla moglie aveva sempre preferito l’arte della guerra – si ritrovò, poco più che quarantenne, a dover affrontare una crisi di mezza età che acuì ulteriormente la sua depravazione. Aiutata dal servitore Thorko, dalla vecchia bàlia Ilona, e dalle streghe Dorottya e Darvulia, Erzsébet iniziò a procurarsi il sangue di vergini in cui immergersi per ottenere una bellezza imperitura. Sempre più desiderosa di procacciarsi materia prima, e certa che del sangue nobile sarebbe stato più utile per la sua causa, la Contessa istituì un’accademia ove alcune fanciulle di rango elevato avrebbero potuto portare a termine un ciclo di studi che avrebbe permesso loro di raffinare la propria educazione. La scomparsa di queste giovani, vittime dello stesso destino toccato alle contadine che avevano varcato la soglia del Castello di Cséjthe, fece sorgere molti dubbi sulle reali attività che si svolgevano all’interno del maniero. Ben presto, queste voci giunsero all’orecchio dell’Imperatore ungherese Mathias II che, incaricato il Conte Thurzo, cugino di Erzsébet, scoprì una terribile verità. Il 30 dicembre 1610, penetrato nel castello a capo di uno squadrone di soldati, Thurzo rinvenne i cadaveri mutilati di numerose vittime. Diversamente dai suoi soci nel crimine, condannati a morte, Erzsébet fu processata e condannata a essere murata all’interno di una stanza della sua fortezza dove fu ritrovata priva di vita nell’agosto del 1614.

vampiro 4

Ritratto di Vlad III Teps. Innsbruck, castello di Ambras

Come già accennato all’inizio, le leggende dedicate ai vampiri furono raccolte in Dracula, romanzo di Bram Stoker alla base dei più dissacranti film horror degli anni Trenta e Cinquanta. Ma in realtà, come nota M. J. Trow, «Bram Stoker non “creò” Dracula; lo attinse dalle leggende di Arminius Vambery [filologo, storico e scrittore ungherese amico di Bram Stoker] e semplicemente operò una trasposizione, mescolando i varcolac e gli strigoi, creature notturne romene, con un personaggio storico realmente esistito. L’ossessione per il sangue […] accomuna il voivoda e il conte. I metodi di esecuzione di un vampiro (il cuore trafitto da un palo) sono una evidente variante dell’impalamento. La decapitazione dei vampiri come unico modo di ucciderli fu il destino di Vlad e di suo padre. Durante il giorno, il vampiro dorme in una bara (è seppellito vivo come Mircea, il fratello di Vlad). Il suo “ritorno dal mondo dei morti” per governare la Valacchia, non una, ma tre volte; i suoi attacchi notturni a danno dei Turchi; l’essere proprietario non solo di un “castello di Dracula” ma di diversi castelli; tutto ciò ha un evidente correlazione con l’opera di Stoker» (5).

Figlio di Vlad II Dracul, Vlad III Tepes, ovvero l’Impalatore, era conosciuto anche come Dracula, o “Figlio di Dracul,” ovvero del Dragone o del Diavolo; infatti, come notano Franco Pezzini e Angelica Tintori in The Dark Screen, «in prima battuta Dracul richiama infatti il ‘dragone,’ simbolo araldico di forza già usato in età romana e riferito all’insegna personale di Vlad II o -come più spesso affermato -al fatto della sua appartenenza all’Ordine del Dragone (Societas Draconis o Draconistarum). […] D’altro canto, in ambito popolare valacco, Dracul indica il diavolo, proprio attraverso il richiamo al dragone-serpente: e che la ferocia di Vlad III sia in grado di evocare il concetto di ‘figlio del demonio’ non sembra strano» (6).

Nato tra il 1429 e il 1431 in Romania, una decina d’anni prima dell’arresto e della condanna di Gilles de Rais, nel 1442 Vlad III e il Fratello Radu il Bello furono lasciati in ostaggio ai turchi dal padre. Questa permanenza obbligatoria segnò profondamente Vlad III che, tornato in Valacchia per succedere al padre, si ritrovò a fare i conti con Vladislav II, voivoda designato da Hunyadi, reggente di Ungheria, che dopo due mesi dal ritorno di Vlad II si riappropriò del trono.  Dopo essere stato costretto all’esilio per otto anni, e ora appoggiato da Hunyadi, Vlad tornò a governare la Valacchia fino al 1462. In quegli anni, a partire dalla caduta di Costantinopoli (1453) presa dai Turchi guidati dal Sultano Maometto II, la cristianità si trovava sotto assedio. Papa Pio II, preoccupato che i princìpi cristiani potessero crollare con l’invasione Ottomana, «propone ai prìncipi cristiani -tra i quali Mattia  , figlio di Hunyadi e re d’Ungheria -un piano di crociata antiturca: ma in pratica è soltanto Dracula a sottoscriverlo con entusiasmo» (7).

Fu proprio in questi anni che il voivoda perpetrò la maggior parte delle atrocità a lui imputate. Anche se l’impalamento era tra le torture preferite da Dracula, questo non era l’unico mezzo a cui ricorreva per mantenere il potere incutendo terrore. Ne Il racconto su Drakula voivoda, libello pubblicato nel 1453 per esaltarne le gesta, l’anonimo autore cita, tra i tanti, un episodio che serve a gettare luce sulla crudeltà e sull’arguzia del tiranno: «Un giorno arrivarono da lui due ambasciatori del sultano turco e entrando, inchinandosi secondo la propria abitudine, non si tolsero però i cappelli. Egli quindi chiese loro: “Perché vi siete comportati così: siete venuti da un grande signore e mi avete fatto un tale scorno?”. Essi così risposero: “Questa è la nostra usanza, signore, e del nostro paese”. Allora egli rispose loro: “E io voglio confermare la vostra usanza, affinché la manteniate con la forza”. E ordinò di inchiodare i cappelli alle loro teste con piccoli chiodi di ferro, e li congedò dicendo: “Andate, dite al vostro signore: egli è abituato a sopportare tale disonore da parte vostra, ma noi non lo siamo, che non mandi le sue usanze da altri signori, i quali non le vogliono avere, ma che se le tenga per sé”» (8).

Nonostante i successi ottenuti durante la sua campagna contro i Turchi, Vlad III non fu sostenuto da Mattia Corvino che cercò anzi di diffamarlo, giungendo al punto esibire prove false create ad hoc per farlo arrestare con l’accusa di tradimento. Prigioniero in Ungheria fino al 1475, Vlad ottenne la libertà probabilmente grazie alla conversione al cattolicesimo e al matrimonio con una parente di Corvino. Inoltre, l’emergenza turca era ancora più viva che mai. Fu così che il sovrano ungherese lo ricandidò al trono contro Basarab III, il voivoda regnante. A capo della Valacchia per la terza volta, da ottobre a dicembre, Vlad si trovò però costretto ancora una volta a combattere contro i turchi. Lasciato solo dai suoi alleati, ed esposto agli attacchi nemici, Vlad rimase ucciso. Ed è proprio a partire da questo momento che la leggenda sorta intorno a questo crudele tiranno, abile condottiero, inizia a svilupparsi fino a raggiungere i toni della tragedia misteriosa e orrorifica che caratterizzerà la sua, involontaria, incursione nel mondo della fiction. «Sulle circostanze della morte, tagliato a pezzi dai nemici o decapitato da un traditore o trafitto da una miriade di lance, non vi è certezza. Ma il mistero aleggia pure sulla sepoltura. Come da usanza presso gli Ottomani, lo scalpo -comprendente la pelle del viso, oltre ai capelli -dell’acerrimo nemico viene riempito di cotone e imbalsamato, per essere poi pubblicamente esposto: così deve probabilmente interpretarsi l’inesatta notizia sulla decapitazione del corpo di Dracula» (9).

NOTE

Gli storici, indecisi sulla reale identità della dea raffigurata in questo rilievo, sono anche propensi a credere che si possa trattare di Ishar, dea mesopotamica del sesso e della guerra, o di Ereshkigal, dea del Oltretomba sorella di Ishatr e sua nemica)

Erberto Petoia, Vampiri e lupi mannari. Le origini, la storia, le leggende di due tra le più inquietanti figure demoniache, dall’antichità classica ai giorni nostri, Newton & Compton Editori, Roma, 1991.

Fabio Giovannini, Il libro dei vampiri. Dal mito di Dracula alla presenza quotidiana, Edizioni Dedalo, Bari, 1997.

Come ricorda Monica Petronio, «il termine stesso vampiro si diffonde per la prima volta in Europa negli anni Venti e Trenta del XVIII secolo, allorché le allarmanti notizie provenienti dai confini sudorientali dell’impero asburgico attestano una vera e propria epidemia di vampirismo in corso nell’Europa dell’est (si parla di circa trentamila casi) e assumono in occidente una particolare ed insospettata risonanza» (Monica Petronio, Dai vampiri al conte Dracula, Sellerio Editore, Palermo, 1999.

J. Trow, La storia segreta di Dracula. I misteri di Vlad l’Impalatore, Newton & Compton editori, Roma, 2005.

Franco Pezzini, Angelica Tintori, The Dark Screen. Il mito di Dracula sul grande e piccolo schermo, Gargoyle Sl, Roma, 2008.

Maria Cristina Dini (a cura di), Il racconto su Drakula voevoda, Sellerio editore, Palermo, 1995.

Franco Pezzini, Angelica Tintori, The Dark Screen. Il mito di Dracula sul grande e piccolo schermo, Gargoyle Sl, Roma, 2008.

tizianaviganò

Tiziana ViganòMilanese, laureata in Lettere Moderne, redattrice e iconografa per molti anni presso Garzanti Editore, ha poi approfondito altri interessi e lavorato nel campo della psicologia, della comunicazione e della medicina naturale, studiando a fondo i rapporti tra mente e corpo. Appassionata di cultura, arte e letteratura, scrive da sempre: è scrittrice e giornalista free lance. Ha pubblicato saggi e articoli: negli ultimi anni, con gialli e racconti ha trovato nuovi spazi nella narrativa. Il lavoro sul campo l’ha portata a prestare una particolare attenzione alla psicologia e le ha fornito ispirazione per raccontare soprattutto storie vere, centrando in particolare figure femminili che emergono con le loro luci e ombre, nelle difficoltà e nel successo, nel dramma e nella rinascita. Attiva nel volontariato sociale a favore delle donne, ha fatto esperienze e progetti per ONG in Africa e nella Repubblica Dominicana a favore dei migranti: assieme al lavoro come Counselor (terapia di sostegno) e ai viaggi nel mondo, queste attività sono fonti inesauribili per le sue storie. Nel 2012 ha pubblicato “Come le donne” raccolta di 12 racconti ispirati a questi temi, ora edito da PMedizioni; nel 2013 ha partecipato con due opere all’antologia “Una rondine sul filo”, Marco Del Bucchio Editore. Con il giallo "Una mente in nero" nel 2012 ha vinto il premio speciale nel XXV concorso "Borgo degli artisti" di Milano. Nel 2014 "Come le donne" ha vinto il Premio Internazionale Nuove Lettere, sezione Narrativa, dell'Istituto Italiano di Cultura di Napoli. Nel 2015 ha partecipato all’antologia “Milano in 100 parole”, Giulio Perrone editore. E’ autrice di due blog: http://tizianavigano.blogspot.it cultura libri e società e http://ilgustoeilgiusto.blogspot.it benessere e cucina, il suo hobby. Collabora a “Sognaparole Magazine” rivista di cultura e attualità della Società Umanitaria di Milano http://sognaparole.blogspot.it, a “Cultura al femminile” https://letteraturalfemminile.wordpress.com ; Gli scrittori della porta accanto http://www.gliscrittoridellaportaaccanto.com e valuta e seleziona testi per http://extraverginedautore.itCon il patrocinio del Comune di Rescaldina (Milano) conduce la giornata per scrittori “Il vizio di scrivere” https://www.facebook.com/Il-vizio-di-scrivere e presenta autori negli eventi "Happy Hour con l'autore"

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