Non in nome della madre (Seconda parte)

Donne. Semplicemente.

di Paola Caramadre

Le figlie femmine continuano ancora oggi ad incontrare ostacoli e difficoltà all’interno dello stesso nucleo familiare di origineDove nascono i ‘no’ che imprigionano le figlie in un modello sociale sbilanciato in cui le donne sono naturalmente discriminate?
Il diniego, il rifiuto arriva dalle madri, sono loro, quelle divinità domestiche alimentate da frustrazioni e rancori, a pronunciare i ‘no’ che scavano solchi profondissimi nelle vite delle figlie. Perché le madri ancora oggi dicono ‘no’ alle figlie femmine? Illuminante è stata la frase pronunciata da una madre alla figlia, che ambiva al progetto di una realizzazione professionale lontano da casa, “Non posso dirti di sì, perché significherebbe consentirti di vivere come io non ho potuto fare e quindi significherebbe che la mia vita è stata sbagliata”.
Il naturale confronto tra madre e figlia, perfetta esemplificazione del paradigma del ‘popolo oppresso’, si trasforma in una guerra in campo aperto nel momento in cui la figlia raggiunge la maturità. L’una riflette se stessa nell’altra, non riconoscendosi attua la legge del rifiuto. Negare non la presenza dell’altra, la figlia, ma negare alla figlia un suo posto nel mondo.
La tendenza al sessismo, alla discriminazione di genere, è oggi in netta crescita, come è possibile esaminare attraverso le cronache quotidiane, ma anche nelle riflessioni dei bambini delle scuole primarie. I ragazzi violenti, come l’adolescente che ha ucciso la fidanzatina sul lago di Bracciano perché, ha detto agli inquirenti, ‘la picchiavo per educarla’ dovrebbe far scattare un allarme. Le madri, sulle quali grava il peso della crescita dei figli, attuano quella forma primordiale di identificazione nel figlio maschio, come fosse lo strumento di un riscatto. Sono spesso loro ad inculcare sospetti e paure nei confronti dell’altro sesso, come fosse un estremo tentativo di difendere quell’amore esclusivo che nutrono per il figlio. Le madri diventano divinità irascibili che tentano di isolare i figli dall’amore, dalla maturazione sentimentale per non sentirsene escluse. Le madri si fanno i pilastri di un pensiero maschilista e se ne fanno i tirannici difensori. Le conseguenze di una solitudine genitoriale privata di punti di riferimento e del senso collettivo della dimensione familiare e sociale sono pericolose. I maschi tornano aggressivi, primitivi nell’espressione dei sentimenti, l’amore diventa possesso e quindi giustifica la violenza nei confronti dell’oggetto del loro amore. Il ruolo della donna torna ad essere, nel 2015, nell’immaginario collettivo italiano, quello di gregario, nel migliore dei casi. L’aspettativa circa la figura femminile è quella che sia accudente. Inoltre, l’esasperata ricerca di assomigliare a canoni estetici dettati dal mondo dello spettacolo di intrattenimento non fa che accrescere il disagio nella ricerca di un modello femminile di riferimento. A chi potrebbero voler somigliare oggi le bambine? Alla luce dei modelli che sono alla portata di tutti, veicolati dai mezzi di comunicazione di massa, la speranza è che possano desiderare di voler somigliare ai padri. 

 

Commenti: 1

  1. tizianaviganò ha detto:

    concordo! ogni uomo violento ha avuto una madre che NON l’ha educato al rispetto delle donne e ogni donna vittima ha avuto una madre che non l’ha educata all’autostima e al rispetto di se stessa. Essere madri è molto difficile, ed è una responsabilità enorme.

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