La maternità è un mestiere?

di Erika Zerbini

 
La maternità è un mestiere? Parliamone…
No, la maternità non è un mestiere, in verità è un insieme di moltissimi mestieri, di competenze variegate: educatrice, psicologa, nutrizionista, infermiera, insegnante, architetto, tassista, lavandaia, allenatrice… e potrei andare avanti ancora.
Riduttivo, direte voi.
Vero.
La maternità comprende anche altri importantissimi elementi: la passione, la vocazione, la scelta, l’amore per i figli, il desiderio di offrire loro tutti gli strumenti possibili per diventare adulti sani fisicamente ed affettivamente, perciò adulti realizzati.
Quindi la maternità è molto più che un mestiere
Eppure non è nemmeno ridotto a tale.

Cioè, se io scelgo di fare la mamma a tempo pieno sulla carta d’identità mi posso dichiarare casalinga o disoccupata.

Nell’immaginario collettivo quindi, o sono una che non lavora e sta a girarsi i pollici a casa fra panni da stendere, spesa da fare e polvere da togliere, oppure sono una che non fa niente e basta.
Ho scelto di fare la mamma a tempo pieno: di FARE la mamma, perché essere mamma, beh, quella è una realtà che mi appartiene da quando ho messo al mondo la prima figlia.
A questo punto le fazioni si dividono in due schieramenti: quelle che aborrono la maternità come unico impiego della donna e ci danno dentro con la loro idea di donna sminuita, disistimata, privata intellettualmente e praticamente della possibilità di esprimere le sue potenzialità.
Insomma, per loro le mamme che fanno le mamme a tempo pieno, sono solo mamme, un po’ sfigate, nell’angolo, in silenzio, a pulire nasi e togliere cacche puzzolenti, più o meno…
Beh, a voi consiglierei di soffermarvi proprio su quel solo e notare che rappresenta tutta quella parte che voi avete delegato: alla babysitte, la colf, ai nonni, all’asilo…
Voi siete molto fortunate, perchè potete scegliere: scegliere se lavorare oppure no, se delegare oppure no.
Voi raccogliete i frutti di coloro che hanno lottato perché si potesse scegliere: qualche decennio fa si aveva solo una scelta ed era quella la vera privazione.
Dopodiché potreste soffermarvi su coloro che ancora non hanno che una sola scelta: le mamme che per mettere un tozzo di qualcosa in tavola devono delegare ciò che non avrebbero voluto delegare.
Voi siete delle privilegiate, come me, che ad un certo punto ho potuto scegliere in cosa concentrare le mie energie.
Poi c’è l’altra fazione che insorge perchè la mamma non si fa: mamma si è.
Certo che si è.
Mamme si è sempre, le mamme lavoratrici non sono meno mamme perchè non fanno le mamme h. 24, anzi, troppe volte le mamme lavoratrici non hanno a chi delegare, perciò loro svolgono il doppio lavoro.
Ancora torniamo alla libertà, meravigliosa, di scegliere cosa fare, come impiegare il proprio tempo, come sfruttare le proprie competenze, in cosa investire le proprie energie e in quanti settori diversificarle.
Essere mamma non significa necessariamente anche fare la mamma. Per esserlo basta un certificato anagrafico che lo attesti. Per farlo occorre esserci…
Una mamma che fa la mamma a tempo pieno, appassionata della sua mission, un po’ come potrebbe (e dovrebbe) esserlo l’insegnante, il medico, il panettiere (e così ogni mestiere), si aggiorna continuamente, legge, si interroga, si confronta. Sceglie, impara come insegnare o come ascoltare o come capire. E’ una persona in continua evoluzione e in accrescimento.
E’ consapevole che il suo impegno avrà una scadenza: ad ogni segno di autonomia dei figli deve saperli lasciare andare, finché andranno e lei si troverà in condizioni di prepensionamento senza avere maturato l’età: un’esodata, insomma.
Perciò dovrà sapersi rinnovare, ancora mantenersi aggiornata, ancora curiosa e stimolata, dovrà reimpiegarsi in altre attività.
Una mamma a tempo pieno resta in servizio h. 24, ma non ha l’indennità di reperibilità…
Deve essere dotata di una sconfinata pazienza: lei è il riferimento dell’intera famiglia.
Lei resta e fa da perno, mentre tutti gli altri vanno e vengono girandole intorno: prendono, chiedono, raccontano… Lei organizza il loro materiale, le andate e i ritorni, le attività e i riposi, i pasti e l’intrattenimento. Una manager insomma. Solo che se fosse la manager di un’azienda la notte dormirebbe…
Dato che è solo mamma, può non dormire, non mangiare, non… in fin dei conti non ha nessuna scusa dietro cui tirare il fiato: nessun lavoro vero che giustifichi la sua stanchezza, la pressione, l’attenzione divagante.
Per le mamme con doppio lavoro è una vera lotta a rimanere in piedi!
Non mi aspetto denaro in cambio del mio impegno familiare, per carità, non è il denaro il punto. Però vorrei ottenere il preciso riconoscimento della mia scelta, del mio impegno.
Una parentesi sul danaro… da quando faccio la mamma a tempo pieno, la nostra famiglia risparmia!
Risparmiamo sui pasti, gli spostamenti (perché recarsi sul posto di lavoro ha un costo, talvolta ingente), sulla babysitter, sugli acquisti non oculati pioché manca il tempo di soppesare, sul doposcuola, le ripetizioni… perciò io ho contribuito a produrre reddito per la mia famiglia: tutto quello che abbiamo smesso di sperperare.
E ci abbiamo guadagnato: guadagniamo sulla qualità dei pasti (non sempre eh, che cucinare non mi piace…), sul piacere della condivisione, sulla qualità del tempo dedicato ai nostri figli e a noi, sulla qualità del legame fra tutti noi, sulla serenità di ognuno di noi, perché ognuno è libero di rivestire il proprio ruolo.

Definizione di “professione” (Wikipedia): si intende, generalmente, una determinata attività lavorativa esercitata in modo organizzato, sistematico e continuativo a scopo di profitto o reddito.

Il senso del riconoscere la maternità anche come una professione è dunque quello di valorizzare l’impegno che una donna (o un uomo nel ruolo di papà) offre alla sua famiglia e alla società.

Se la maternità (o la paternità) fosse riconosciuta anche come una professione, molte mamme non si sentirebbero svilite, altri non le sminuirebbero, altri ancora chiederebbero la doppia qualifica!
La cura della famiglia è un fatto sociale e di cultura.
Si stanno convogliando molte energie sulla preparazione della mamma: dai corsi pre parto, a quelli di massaggio, agli sportelli di allattamento, i Consultorio attivi sul territorio aperti all’ascolto.
Quindi si sta insinuando una cultura dell’accudimento come la base per la costruzione di una società migliore.
Oggi la mamma non è solo la mamma che cucina, lava e pulisce nasi colanti.
Credo che la valorizzazione di questo ruolo fondante per la costituzione di una futura società migliore, passi anche per il suo ufficiale riconoscimento: occorre accreditare e dare lustro all’impegno di chi si dedica anima e corpo alla sua famiglia, a chi ne fa la sua giornata (riuscendo ad incastrarci perfino la fonte di sussistenza), per tutti i giorni della sua vita.
Quindi io sono una mamma e la mia professione è: MAMMA.

Un commento:

  1. Interessante articolo che mette in rilievo tutte le valenze positive e negative della dimensione di mamma. Infatti tale professione dovrebbe essere una consapevolezza femminile sulla propria dimensione, non solo per la sfera personale ma anche sui significati sociali. Rappresentare nuovi orizzonti di valore e di senso, su cui fare riferimento per trovare tra donne un legame e un sostegno sociale, che non abbia solo lo scopo dell’indipendenza della madre che spesso rischia una vita appartata, oberata da mille impegni, ma deve avere lo scopo di confronto e reciproco supporto. l

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