Myanmar : a piedi nudi nel tempio

Appunti sparsi di viaggio di Marina Fichera

Desideravo visitare il Myanmar – da noi meglio conosciuto come Birmania – da oltre dieci anni, ma mi aveva sempre fermata l’indicazione del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi di non alimentare il turismo deManl paese, in mano a una feroce dittatura militare dal 1962. Dopo la sua liberazione, avvenuta nel 2010, le cose hanno iniziato lentamente a cambiare e ho deciso quindi di far diventare realtà questo mio ennesimo sogno.

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Mandalay, pagoda di Kuthodaw, foto di M. Fichera

Nonostante gli scontri tra la popolazione, in particolare studenti, e i militari non siano terminati e il fatto che esistano zone – non raggiungibili dai turisti – dove è ancora in corso la guerra civile, nel mio breve viaggio il Myanmar  mi ha dato l’impressione di essere un paese estremamente tranquillo.

Questo perché la religione buddista permea e modella profondamente la vita di questo popolo, e le persone praticano in modo concreto quella che i devoti di Buddha chiamano la compassione. Un atteggiamento che noi occidentali potremmo chiamare empatia, e che si mostra in modo semplice, nei sorrisi e nei gesti naturalmente gentili e onesti dei birmani.

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Piccoli monaci buddisti – foto di M. Fichera

Quando si entra in un tempio o pagoda buddista birmana, antichi o moderni che siano, ci si devono togliere le scarpe e le calze e proseguire a piedi nudi. Per me è una piccola sofferenza camminare sulla pietra o su tavole di legno, faccio fatica a percorrere scalza i numerosi scalini, ma ogni volta il tutto è ampiamente ripagato dallo spettacolo umano, architettonico e paesaggistico che offrono questi luoghi mistici.

Che sia per lo splendente oro delle pagode, lo sguardo incuriosito di piccoli monaci con le tuniche color porpora, la vecchietta che vende profumatissime collane di fiori bianchi da donare a Buddha inchinandosi tre volte, ma anche per le più prosaiche teche ricolme di elemosine o i mercati di paccottiglia per turisti, ogni tempio è un piccolo mondo a sé.

E ogni volta è una nuova emozione, meraviglia e stupore. Mi fermo a osservare tutto quello che mi scorre davanti agli occhi, in un vano tentativo di fermare il tempo e di cogliere tutta la pace che vi regna, anche nel caos dei luoghi di devozione più affollati.

La grande pagoda Shwedagon di Yangon, completamente ricoperta d’oro zecchino, cambia colore a seconda delle ore del giorno. E quando il cielo scivola verso toni cobalto il suo splendore e la magnificenza si mostrano alle centinaia di fedeli e fortunati turisti.

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Yangon, la pagoda di Shwedagon – foto di M. Fichera

Per andare da Mandalay a Bagan, sulla mappa circa 200 km, si possono scegliere varie opzioni: il bus che impiega circa 9 ore, il treno che ce ne mette una decina, la nave veloce che, sul fiume Irrawaddy, percorre la distanza tra le otto e le  dieci ore oppure la nave lenta, la cosiddetta slow boat, che è sostanzialmente una nave mercantile che ospita sul ponte superiore i turisti e impiega mediamente dalle quattordici alle diciassette ore per arrivare a destinazione.

Naturalmente abbiamo scelto quest’ultima opzione, perché permette di passare un’intera giornata a contatto – molto ravvicinato e molto divertente – con la popolazione birmana. Peccato che, per una serie di fatalità più o meno imprevedibili, il mio spirito di avventura sia stato seriamente messo alla prova da ben ventisette ore di navigazione sulla slow boat!

La vita a bordo è molto movimentata e non ci annoia mai. Facciamo amicizia con delle simpatiche signore con cui ci capiamo a gesti e sorrisi e che ci aiutano a ripararci da un improvviso acquazzone fuori stagione;  scambio uova sode e frutta con un signore dai denti macchiati di rosso – è un masticatore di foglie di betel, come è usanza da queste parti – mangio un ottimo piatto di riso con verdure preparato nell’improbabile cucina di bordo e tutti facciamo numerosi acquisti di leccornie e altre merci vendute da donne e ragazzi che, salendo a bordo ogni volta in cui attracchiamo nei piccolissimi porticcioli,  allestiscono meravigliosi mercatini. Tutto è colore, sorrisi, profumi, tutto è una vita completamente diversa dalla mia vita di cittadina europea.

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Poco prima dell’attracco della slow boat – foto di M. Fichera

 

La barca inizia ad accumulare ritardi fin dal primo mattino – partenza ore 5:30, imbarco quarantacinque minuti prima – a causa della nebbia, per arrivare alle 18, al calar del sole, con un problema di carico eccessivo che ci fa perdere altre tre ore e ripartire nel buio pesto di una notte senza luna.

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Tramonto sul fium Irrawaddy – foto di M. Fichera

Alle tre del mattino il capitano decide che ormai è troppo tardi e non si può procedere oltre, spegne i motori e le luci: tutti a nanna, si riparte all’alba! Ma è pur sempre una notte d’inverno, e la temperatura scende a 4° C e noi sul ponte esterno – per ripararsi esiste solo una piccolissima cabina all’interno della quale si trova l’unico gabinetto, a sera ormai puzzolente dall’uso di troppe persone, cabina per giunta occupata da alcuni cinesi che si sono ubriacati e hanno dato di stomaco –  a bere the bollente, imprecare e cercare di dormire, sperando che arrivi presto l’alba. Non ho paura, sono solo tanto stanca e infreddolita. Alle sei e mezza del mattino inizio a tremare dal freddo e non riesco a fermarmi, intontita mi metto a saltare per riattivare la circolazione e bevo l’ennesimo the,  per fortuna i motori si riaccendono e si riparte, che sollievo!

Dopo due ore arriviamo a Bagan, sono letteralmente distrutta, ma devo dire che, se ci ripenso ora, è stata proprio una bella esperienza. Nonostante il tanto freddo e la scomodità, ho vissuto una giornata piena di vita e di sorrisi.

Dopo la notte in barca abbiamo ancora le forze per girare la valle di Bagan in bici. Vagare in questa magnifica pianura, una rigogliosa savana in cui sono disseminati oltre 3.000 templi, è entusiasmante ma fa caldo – circa 30° C – si suda e la fatica inizia a farsi sentire presto. All’ora del tramonto, verso le 18, sono talmente stanca che dopo la doccia m’infilo sotto le lenzuola e… salto la cena. Siamo appena a metà del viaggio e, dopo aver passato tre notti su cinque su un mezzo di trasporto, ho bisogno di recuperare le energie.

Il giorno seguente, dopo aver girato tutto il giorno in bus, andiamo ad ammirare il sole che si spegne sulla valle mentre il cielo si tinge di un arancio intenso e commovente. Centinaia di turisti salgono le ripide scale di un antichissimo tempio per accaparrarsi una delle migliori posizioni da dove poter fotografare lo spettacolo del calar del sole. Il tramonto si rinnova ogni sera e chissà se si è accorto che il turismo di massa è ufficialmente arrivato in Myanmar.

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Tramonto a Bagan – foto di M. Fichera

La luce sul lago Inle vibra di colori e il tempo sembra quasi immobile, come se tutto fosse così da sempre, è davvero una bella sensazione. L’aria della mattina è cristallina come solo nella stagione fresca, prima che arrivi il grande caldo dei mesi di aprile e maggio, seguito poi dalla lunga stagione delle piogge.

Che siano pescatori, artigiane, sigaraie o contadini, gli abitanti di questo luogo riescono ancora a vivere lentamente, tranquillamente.

L’unica cosa che m’infastidisce, e che al tempo stesso mi fa sentire un po’ colpevole, sono i pescatori che fanno lo show per i turisti in navigazione. Ridotti a tristi ombre dei loro antenati, rischiano di perdere l’essenza della loro storia per i soldi che noi portiamo loro. É un dilemma di cui non ho la soluzione, lasciare luoghi meravigliosi come questo incontaminati o portare quello che noi occidentali definiamo “benessere economico”, quale potrebbe essere la scelta migliore?

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Pescatore sul lago Inle – foto di M. Fichera

Un cielo terso e sereno su verdi campi e fertile terra rossa, illuminati da un sole splendente, ci danno il benvenuto nella  valle degli Shan, un vero paradiso in terra. Il silenzio di questo luogo, dove la vita è semplice e contadina, è interrotto solo dalle centinaia di campanelle sulla punta dei numerosi stupa di cui è costellata la regione. Giungendovi – su uno scassato bus guidato da un autista un po’ troppo miope – ho una fortissima impressione di armonia e di serenità, quasi come se ci fossi già stata, forse in un’altra vita? Quando la guida ci racconta che lì, fino a dieci anni fa, c’era ancora la guerra civile, sono quasi scioccata. Come può tanta bellezza esser stata terreno per scontri etnici?

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Tempio nella valle degli Shan – foto di M. Fichera

E’ accaduto nella regione degli Shan e ancora accade, nella più lunga guerra civile attualmente in corso sul pianeta  – combattuta da oltre 40 anni – a est del paese, nel territorio dell’etnia Karen.[1]

La patria di Aung San Suu Kyi negli ultimi anni ha fatto grandi passi avanti verso la democrazia, ed è ormai avviata nella direzione di nuove riforme e libertà. Eppure il potere è ancora saldamente nelle mani del regime militare che vuole con tutte le proprie forze che la situazione resti immutata, e che le aperture democratiche siano le minime indispensabili per non aver problemi con la Comunità Internazionale. E così sarà fino alle elezioni politiche in vista per il prossimo novembre 2015 (NdR: a oggi, dicembre 2015 il partito del Premio Nobel per la pace ha vinto le elezioni), quando i generali rischieranno di essere scacciati definitivamente dal paese.

Il Myanmar è un luogo meraviglioso, con splendidi panorami, una cultura antica e una popolazione gentile, tuttavia ha come un “lato oscuro” che, in così pochi giorni,  non sono riuscita a comprendere  pienamente, a me sembra tutto così tranquillo e in equilibrio ma so che non è così. So che il Paradiso in terra potrebbe esistere e si trova tra l’India e la Cina, e forse proprio per questo, per ora, non gli è permesso di diventarlo.

“Tra le dolcezze dell’avversità, e lasciatemi dire che non sono molte, la più dolce, la più preziosa è la lezione che ho imparato sul valore della gentilezza. Anche il più piccolo gesto di gentilezza può alleggerire un cuore pesante. La gentilezza può cambiare il cuore delle persone”.  Aung San Suu Kyi, discorso pronunciato a Oslo nel 2012, per il ritiro del premio Nobel, assegnatole 21 anni prima.

[1] Per approfondimenti: http://www.corriere.it/esteri/12_luglio_08/guerra-piu-lunga-del-mondo-birmania-guerrieri-karen-ettore-mo_fdfaface-c8c3-11e1-8dc6-cad9d275979d.shtml

Tratto dal blog sognaparole.blogspot.it

4 commenti:

  1. I tuoi resoconti di viaggio mi fanno sempre sognare… Grazie!
    Buonanotte,
    Lucinda

  2. Che bel viaggio e stupendo reportage, grazie !

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