“Ti aspetto” di Samantha Terrasi

“Ti aspetto” di Samantha Terrasi

Recensione di Ilaria Biondi

ti aspetto

Ti aspetto.

Anime bucate.

Sedute sulla fredda terra, in perenne attesa di una vita che si faccia respiro infinito e possa riempire il cuore di sereno.

Di fuoco.

Dei silenzi e dei rumori dell’amore.

Amore di madre.

Amore di padre.

Amore di donna.

Amore di uomo.

Ti aspetto.

Michele.

Aspetta il ritorno di Angela, il cui corpo ingordo, avido di passione, avaro di dolcezza, crudele e disumano nel suo narcisismo da “belva” insaziabile, nega l’amore e regala piacere, ed esige solo piacere.

Riva sterile ove la fiamma si spegne, sbiadita, come bacio di ghiaccio della lunga notte invernale.

Michele aspetta il suo profumo stordente.

Insegue le sue carezze, nei giorni vuoti della solitudine.

Aspetta la sua risposta.

Aspetta di riaverla.

Di ritrovarla.

Di ritrovare se stesso in lei, in quell’amore che forse non è amore.

Che ha il sapore acre della piaga vuota.

Aspetta, come bambino assetato, che la vita riversi sul suo cuore arricciato la coppa dorata dell’amore di madre.

È un uomo adulto, Michele.

Ha percorso una strada lunga e polverosa, tenendo sottobraccio coraggio, sogni, passione, Poesie.

Ricercatore alla Facoltà di Lettere.

Si nutre di Parole.

Le intesse nel silenzio del buio.

Nel luminoso specchio dell’aurora, a vestire la nudità del suo cuore, a sciogliere nodi di dolore.

Ma l’anima senza pace percorre lunghezze tormentate con indosso sandali senza lacci, abbagliata dal miraggio di un sorriso e dal tenero abbraccio di occhi materni.

La perdita improvvisa di Anna, madre del cuore e dell’anima – la mamma del suo amico fraterno Marco che anche lui osa chiamare “mamma” – che profuma di biscotti e di dolcezza, come il suo nome.

Il distacco definitivo da Lucrezia, “una comparsa biologica”.

Il grembo freddo che per nove mesi lo ha portato dentro di sé, come intralcio imprevisto, come ostacolo a una carriera che si voleva folgorante.

ti aspetto

Michele aspetta.

Il canto inesaudito di una voce che lo chiami.

Di una mano che lo carezzi.

Di un bacio che lo sfiori.

Ma può solo raccogliere la tenera e struggente nostalgia dei giorni vissuti con Anna e il mesto dolore dei giorni non vissuti con la “non-mamma” Lucrezia, per chiudere tutto a chiave nella stanza dei ricordi.

Ti aspetto.

Giovanna.

Che si fa chiamare Nina.

Che vuol essere chiamata Nina perché non si sente all’altezza del nome altisonante della coraggiosa e audace eroina francese:

io sono piccola. La piccola Nina. Non sono Giovanna, non assomiglio neanche per un po’ alla paladina.

Nina gioca a essere grande, è iscritta alla Facoltà di Fisica e progetta di andare a vivere in America e costruirsi una carriera come Fisico.

Ma è ancora un bambina, che ha fame di attenzioni e di amore.

E aspetta.

Le parole di approvazione di un padre, che direbbero il suo amore per lei.

Padre scostante e altero.

Gelido e impenetrabile.

Chiuso nel castello delle sue paure, dei suoi rancori e divieti.

La sua voce non ha mai letto fiabe e si è sempre rifugiata, solitaria e proterva, nelle pagine algide dei volumi di Fisica.

Le sue mani non hanno mai sfiorato la fronte calda di febbre della figlia, troppo intente e occupate a risolvere problemi ed equazioni.

Nelle sue parole asciutte, solo un cammino già tracciato per quella figlia che non conosce e sulla quale vigila severo.

Cammino costellato di numeri e formule.

Binari rigidi e sicuri.

Che non fanno deragliare emozioni e sentimenti.

Uomo che non conosce amore.

O che forse ne conserva sopravvissute scaglie, che tagliano e ruvide incidono brandelli su un cuore sepolto e inerme.

Nina aspetta anche la bellezza del calore di un abbraccio materno.

I suoi occhi incantati di bambina, coi codini rossi, a piangere un addio impossibile.

Sulle scale.

Un giorno.

Lontano, eppur così vicino nel cuore.

Attesa di un volto mai dimenticato.

Incomprensibile segreto di ritorno mai avvenuto.

Pioveva e io ricordo solo uno sguardo bagnato che mi osservava. Ero piccola, nonna, pensavo tornasse.

La coperta calda dell’affetto della nonna, a riscaldare notti invase dal gelo del dolore e a colmare gli abissi di giorni rattoppati.

Nina senza madre.

Nina abbandonata dalla madre.

Madre amatissima.

Madre rimpianta e attesa.

Madre perduta nelle brume di una fuga inaccettata.

Madre rapita da un dissennato amore.

O forse cacciata da un amore irragionevole.

Nina aspetta la madre.

E aspetta risposte.

E le cerca nel grembo caldo della nonna, le cui parole ricamano lievi i muti disegni di un passato infelice.

Nonna-mamma che non vuole sostituirsi alla madre, che non ha per lei parole di accusa o protervia.

Nonna che cerca di riempire di fiori il vaso vuoto del cuore di Nina.

Vuoto dell’assenza della madre Silvia.

Vuoto della presenza di un padre assente.

Nina aspetta Michele.

E il suo amore che profuma di sogni.

Nina non ha un sogno.

Qualcun altro ha sempre deciso per lei.

Non c’è mai stato spazio nella sua vita per la propria vita.

Solo lo spazio segreto di un diario.

Tanti piccoli quaderni tenuti insieme da elastici colorati.

Solo a quelle pagine Nina ha affidato – con delicato timore – lo svaporio di un cuore giovane, costretto a crescere anzitempo, a stringere il calore e il bisogno di gioia nel pugno.

Un arcobaleno di nuvole, sulle pagine.

ti aspetto

Un correre nelle stelle.

Una vaghezza di sensazioni che ora si aggrappa ad un nome.

Ad un volto.

A quel giovane uomo incontrato sulle scale di una discoteca.

In una notte che odora di alcol, di  ricordi da graffiare via e di una risata che risplende nel cielo.

Michele è l’imprevisto.

È la folgore che squarcia il sereno.

È il respiro che canta, il cuore che danza.

Nina lo aspetta ancora prima di conoscerlo.

E dopo averlo incontrato, cerca di rifugiarsi, caparbia, nei recinti sicuri dei suoi libri di Quantistica, perché intuisce che in quella grazia che il suo cuore si concede lei potrebbe sprofondare.

Il padre, che spia ogni suo minimo cedimento, ogni piccola crepa nella sua integerrima razionalità, la ricaccia nella gabbia dei doveri.

Ma più egli la allontana dal proprio cuore, più Nina scivola a valle, sulle ali trasparenti e luminose di una forza sottile, invisibile e tenace che vuole essere ascoltata.

Michele è l’uomo dei sogni.

L’uomo che le vuole regalare un sogno.

O forse è lei a regalare a lui il sogno vero, il più grande.

Un amore devoto.

Puro. Assoluto.

Che si dà senza riserve, come corolla di camelia che accoglie la carezza dei raggi del mattino.

Un amore giovane e adulto.

Che non chiede nulla.

Fermo, con pudore, sulla spinosa soglia delle paure avare e delle rovinose incertezze di Michele.

Un amore chiuso nel silenzio.

Attonito di fronte alla gioia nuova e al nuovo dolore.

Epifania luminosa.

Che rischiara il buio impenetrabile di Michele, solo quando è troppo tardi.

O forse solo petalo gualcito e calpestato, da amori senza amore, da amori incapaci di amore, da amori che sanno amare solo a modo loro.

Ti aspetto.

Audrey.

Si nasconde nelle pieghe dolorose di un’amicizia sincera.

E aspetta.

Michele e il suo amore negato.

O il suo amore inconsapevole.

Fiduciosa e caparbia come solo le anime innamorate sanno essere.

Veglia su di lui e sui suoi smarrimenti. Culla i suoi impenetrati silenzi.

Scorge nei suoi sorrisi pene acute e dolcezze nascoste.

Gli offre parole e abbracci.

Giorni di forza e istanti di conforto.

Aspettando Michele, smette di aspettare Roberto e il sogno “solido” di una vita tranquilla, sconquassata all’improvviso da istantanee laceranti di vestiti di donna sparsi per la stanza e di lenzuola che odorano di tradimento.

Audrey è comprensiva.

Dolce.

Rassicurante.

Ingenua e semplice.

Braccia accoglienti e avvolgenti.

Cuore aperto e indulgente.

Ma un giorno la sua pazienza diventa ansia imperfetta e la sua rosea delicatezza si muta in febbre divorante, che tutto investe.

Il suo cuore bruciato non può più aspettare.

Il ricordo d’amore – di una notte di fragile paradiso – diventa ferita stanca sui suoi passi incauti.

La sua bocca assorta e disillusa si denuda e svela la sua certezza di amare.

La verità del suo sentire si libera senza più infingimenti.

Un valanga di parole si dilata e ricopre ogni cosa, fra rimproveri e amare delusioni.

Poi, poche righe scritte.

Impresse al fuoco vivido della verità.

E di nuovo l’attesa di Michele.

Sulla banchina di una stazione che raccoglie e raduna i battiti e i brividi del suo cuore…

ti aspetto

Ti aspetto.

Marco.

Amico-fratello di Michele.

Una famiglia modesta, padre operaio e madre casalinga.

È nella sua casa e fra le braccia di sua madre Anna che Michele trova quel calore che nell’elegante attico dei suoi – dove non si cuociono biscotti, ma si mangiano solo freddi panini davanti alla tivù – è dono sconosciuto.

Marco è un ragazzo solido.

Sincero e genuino.

Forte e trasparente.

Insieme a Audrey, cerca di domare le ire di Michele e di placare i suoi affanni.

E come Audrey, e come Michele, anche lui aspetta.

Che il tepore divenga calore.

Che una stella divenga firmamento.

Col sorriso fragile di chi teme di non essere amato e con l’ostinazione di chi non dubita del proprio cuore, Marco aspetta. Audrey.

Condividendo con lei l’aspro sentiero dell’amore non corrisposto. Dell’attesa che mai forse si colmerà.

E con loro, contro di loro o senza di loro …. anche i personaggi “di secondo piano” vivono di attese.

Ti aspetto.

La nonna di Nina, figura dalla maternità dolce, avvolgente e rassicurante, che forse aspetta la riconciliazione tra padre e figlia.

Ti aspetto.

Il padre di Nina, che attende ed esige, ansioso e inflessibile, il successo lavorativo della figlia.

Ma che forse, nell’ultima angolo del proprio io, aspetta ancora di poter sfiorare, almeno una volta, il cuore della sola donna che abbia mai amato, o di toccare la polpa del proprio cuore, per renderlo meno gelato.

Ti aspetto.

Roberto, che aspetta – nella sua vacuità e superficialità – di ancorarsi a una quotidianità genuina e semplice di cui rimpiange la presenza.

Ti aspetto.

Angela, donna spregiudicata e spietata, che aspetta di colmare la voragine che qualcuno le ha scavato dentro.

Con la ricchezza.

La fama.

La mondanità effimera.

O che forse aspetta soltanto di imparare ad essere accettata e amata, senza fuggire.

Ti aspetto.

Arianna, l’amica di sempre di Nina, che aspetta e insegue, con l’irruenza di un cuore romantico e infiammato, un’anima da conquistare, a cui donarsi, a cui offrire amore.

Ti aspetto.

Laura, la studentessa intrigante e sbarazzina che aspetta qualcuno che le faccia conoscere la vera, potente, abbagliante bellezza delle stelle …

Chissà se le attese verranno colmate.

Chissà se le strade di coloro che si cercano e si aspettano, finiranno per incrociarsi, confluendo una nell’altra.

O se ognuno dovrà percorrere, in coraggiosa solitudine, il proprio sentiero in salita.

C’è un grande movimento che avvicina, e un altro che distoglie. C’è questo grande vento che ci trascina e spinge giù per questi corridoi d’aria, come fossimo foglie.

(Nadia Fusini, L’amore necessario)

Una città che si staglia sullo sfondo, impercettibile.

Una Torino che si nasconde allo sguardo del lettore, che si nega.

ti aspetto

E che, come muto paesaggio, assiste al frenetico intrecciarsi  di mani, braccia, esistenze, pensieri, trepidazioni, esitazioni, quasi non volesse rubare loro la scena.

Stanze.

Aule di Facoltà.

Discoteca.

Stazione del treno.

Istantanee.

Frammenti fulminei di luoghi appena accennati.

Nessuna descrizione.

Figure femminili e maschili.

Ritratti con pochi, essenziali tratti.

Esteriorità elusa.

Sono i gesti compiuti, le decisioni non prese, i pensieri fluttuanti, le tortuose geografie del loro sentire a raccontarli, a parlarci di loro, a delineare le loro complesse fisionomie.

Lo spazio esterno si sottrae. Per dare peso e consistenza allo spazio interiore.

Voci che dialogano fra loro, alla ricerca di un varco, di un cuore vivo e pulsante.

Voci che dialogano con se stesse, e si cercano, nelle proprie vergogne e colpe, nelle proprie insicurezze, nei propri dolori maledetti.

Voce narrante che segue i suoi personaggi, come figura furtiva che si cela dietro l’esile sipario del tronco di un albero.

Li guarda muoversi nell’intricato labirinto che li congiunge, li fa sfiorare, li separa, poi li riavvicina di nuovo.

La narrazione condotta al passato si tuffa talvolta, improvvisa, per brevi sequenze, nel tempo presente.

E in quei momenti, in cui la tensione cresce, la storia si fa più vivida, e sembra scorrere sotto i nostri occhi.

Poi, con balzo impercettibile, in un andirivieni sapientemente orchestrato, il tono si fa di nuovo piano e torna ad assestarsi sulle più rassicuranti corde del passato, senza per questo essere meno partecipe e partecipato.

Voce narrante che sa anche e vuole scivolare dentro le anime dei personaggi, scava nelle loro cicatrici, fruga nei loro pensieri, si insinua impudica nei meandri dei loro rimorsi e dei loro rimpianti, spia le loro attese e le loro speranze.

Veglia sulle loro gioie effimere e grigie pene.

Sguardo amaramente disincantato.

Umile saggezza velata di disillusione.

Sguardo che non fa sconti alla verità, seppur dolorosa.

E schegge di intenso lirismo, capaci di catturare –  nel fango di una vita sovente ingenerosa – il fioco, puro brillio di un petalo d’argento.

Bimba mia, non piangere, l’amore è anche questo: scegliere. Scegliere di vivere il proprio cuore. Amare è lasciare andare via. L’amore è come il vento porta e dà, è un andirivieni di emozioni. L’amore non si ingabbia, non si trattiene, non si vincola, l’amore deve fluire come il vento nelle foglie.

La penna di Samantha Terrasi scorre fluida, garbata e poetica e sa cogliere al contempo la fresca vivezza del registro parlato.

Essa disegna con tratto sapiente – a cui non mancano mai un’indulgenza e una dolcezza tutte femminili –  la complessa mappa di storie d’amore in cui si mescolano, si contrappongono, si compensano, si riempiono e si svuotano la dedizione assoluta che si veste di purezza, il tormento inafferrabile e disperato che sa diventare indifferenza o sottile crudeltà.

La generosità genuina e sofferta che si dona senza riserve.

La passione insensata che può vivere solo di fughe e tradimenti.

La passione assoluta e delicata che naufraga sulle rive infide dei cuori sterili.

Il desiderio che insegue e sogna con caparbio eccesso e tenace convinzione.

La quieta serenità che sfugge prostrata ai disperati incanti di legami crudeli e malati per rifugiarsi tra le braccia di chi sa e vuole offrire sincerità e tenerezza.

La povertà di chi non vuole amare, di chi non sa amare, di chi non sa accogliere l’amore.

Amore che si scontra con la vita. E con la morte.

Amore che vuole vincere. Ma forse perde.

Ma Amore è un mistero immenso ed esige di essere ascoltato, sempre.

L’amore ci si presenta davanti, noi lo riconosciamo, lo sentiamo ma forse non ci sentiamo pronti. Ci tiriamo indietro ma rimaniamo a osservarlo in silenzio per non perderlo. Abbiamo paura che svanisca e che non possa rimanere lì, lo congeliamo nei ricordi. Nina l’amore è qualcosa di grande e bisogna saltare.

È agrodolce il sapore di queste pagine.

Come lo sono le emozioni.

Come lo sono gli sbagli.

Come lo sono i peccati.

Come lo sono i cuori affamati e assetati.

D’amore. D’amori. D’amicizia. D’affetto.

Attendiamo e siamo attesi, sembrano dirci i personaggi di questo romanzo coinvolgente e toccante di Samantha Terrasi.

La realtà del presente non ci sazia.

E infinita nasce e cresce la nostalgia.

Nell’assenza, nella lontananza, ma anche nella presenza e nella vicinanza.

Nella mancanza e nel possesso.

Perché infinito e insaziabile è il nostro slancio verso l’inafferrabile Sogno che ammalia la nostra anima.

Amore che ci colma. Ma che non riempie i nostri vuoti…

Oggi che t’aspettavo non sei venuta.

E la tua assenza so quel che mi dice,

la tua assenza che tumultuava,

nel vuoto che hai lasciato,

come una stella.

Dice che non vuoi amarmi.

Quale un estivo temporale

S’annuncia e poi s’allontana,

così ti sei negata alla mia sete.

[…]

(Cit. tratta da Vincenzo Cardarelli , Attesa)

Autore: Samantha Terrasi
Titolo: Ti aspetto
Editore: Lupo 2014
Anno edizione:

Link d’acquisto:

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Sinossi:

Nina e Michele sono alla ricerca della felicità e dell’amore perfetto, che arriveranno persino a sfiorare.

Lei studentessa di Fisica, che ha sacrificato i suoi sogni per quelli del padre; lui ricercatore universitario, attraente ma leggero: le loro esistenze si incroceranno sotto il diapason di una stella, in un breve ma infinito frangente.

“Ti aspetto” stabilisce per folgorazioni narrative la sequenza di un destino paradossale: aver sfiorato la gioia senza accorgersene, averla avuta dimenticandosene, possederla abbandonandola.

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