“C’è un punto della terra… Una donna nel lager di Birkenau”

“C’è un punto della terra… Una donna nel lager di Birkenau” di Giuliana Tedeschi

Recensione di Ilaria Biondi

C'è un punto della terra

C’è un punto della terra che è una landa desolata, dove le ombre dei morti sono schiere, dove i vivi sono morti, dove esistono solo la morte, l’odio e il dolore.

Di notte lo circondano e separano dalla vita le fitte pareti dell’oscurità.

Di giorno l’infinità dello spazio.

Il sibilo del vento.

Il gracchiare dei corvi.

Il cielo tempestoso.

Il grigio delle pietre.

Ci si arriva fiduciosi in treno, dopo una corsa attraverso i verdi boschi della Baviera e lungo le fresche rive della Moldava, ancora contemplate con occhi di turista.

Ma quando il cancello si è chiuso e i fili spinati sono oltrepassati, si è nell’abisso.

La gente laggiù ha gli occhi dilatati e opachi, secchi ed ostili.

Chi entra attende che il tempo passi e che i propri occhi diventino inespressivi e torbidi o che si chiudano per la stanchezza e per l’orrore.”

Con sguardo lucido e con penna misurata e composta anche quando racconta l’inconcepibile, Giuliana Tedeschi ripercorre la tragica ed estenuante esperienza della deportazione a Birkenau e Auschwitz, da cui torna sola, senza il marito e la suocera.

Nelle sue parole, che annegano nel ruvido abisso di un’oscurità senza fine ma che cercano disperate l’incerto chiarore della speranza, della sopravvivenza, del bisogno di farcela, si srotolano le vite di donne derubate delle loro vite.

Del loro essere donne.

Del loro corpo.

Della luce che brillava nelle loro pupille.

Corpi sudici e cenciosi, infagottati in luridi stracci.

Corpi straziati, maltrattati, affamati, svuotati della carne e del legittimo diritto di un’esistenza normale.

Corpi-sagoma.

Corpi-fantasma.

Corpi gelati, manomessi, curvati, degradati.

Donne depredate della loro Bellezza.

Che ogni donna porta in sé  e che non è, o non è solo, avvenenza fisica.

È il potente segreto, la grazia luminosa della femminilità che alberga nelle fibre.

Nel sangue.

Nella pelle.

Nella mente.

Nel cuore.

Nell’anima.

Ed è proprio in quella conca misteriosa che si incunea – spietatamente disumano – l’incubo degradante, che colpisce, schiaccia e strappa il loro essere Donne.

Donne che incredule non riconoscono se stesse  né le altre donne in quei corpi ricoperti da molli mutande maschili.

Da calze cascanti.

Da camicie pidocchiose.

In quelle capigliature arruffate che ben presto verranno rasate.

C’è un punto della terra…

“Corpi corpi corpi, molti non belli, molti non giovani, alcuni flaccidi e cadenti, i più imperfetti e disarmonici. Massa. A questo carnaio ciascuno appartiene e si sente estraneo.”

Donne che la brutalità trasforma in un branco di bestie che si accalcano e spintonano.

Donne che, spinte dal bisogno primario della sopravvivenza fisica, tirano fuori istinti belluini che prendono la forma della durezza.

Della cattiveria.

Dell’egoismo autoprotettivo.

Ma da quella femminilità violata e calpestata nella sua umana dignità, che raggiunge il suo punto più vile nella perdita della capacità di procreare   – la maggior parte di loro non ha più il ciclo mestruale e la sola “creatura” che possono stringere al ventre è un fagotto di stracci  – queste donne, seppur ai limiti di ogni resistenza fisica e morale, sanno risalire.

E lo fanno affondando in se stesse, nella propria femminea arcana sapienza, per riscoprire, con mani forti e tenaci, con rabbia e coraggio, la sorgente di vita che ancora brilla in loro.

Pietà e solidarietà.

Timide speranze.

Fedeltà agli affetti e ai sogni.

Sono candele flebili ma non smorzate, che tolgono un po’ di buio a quella follia nera di fumo.

C’è un punto della terra…

“ Olga mi disse […] prima di dormire: – Ogni sera mi racconterai una novella o mi canterai una canzone. Per un’ora almeno vivremo in un mondo dove esistono i libri, la radio e il grammofono. Il mondo dove si è Uomini e Donne, non un semplice Mensch.”

Prima di partire dal campo di martirio lo sguardo svuotato si volge indietro, dove silente si staglia il contorno funereo delle ciminiere e del recinto.

La fine dell’incubo spalanca un domani ignoto e temuto.

La valanga delle emozioni e delle mute, inquiete interrogazioni travolge ogni passo.

Ma più forte della Paura è la Speranza.

Il credere, il voler credere, il dover credere che un nuovo avvenire è possibile.

C’è un punto della terra…

“  Ci volgemmo in silenzio per riprendere il cammino: da quel momento avevamo lasciato Auschwitz per sempre; il nostro animo ormai era tutto proteso all’avvenire e l’avvenire era la libertà. Camminavamo balzelloni, a salti, come pecore uscite dal chiuso.”

Titolo: C’è un punto della terra … Una donna nel lager di Birkenau
Autore: Giuliana Tedeschi
Editore: Giuntina
Anno edizione: 1995

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SINOSSI

“Il libro di Giuliana Tedeschi è ricco di una sua realtà interiore che si afferra alla varietà infinita degli eventi narrati e dà loro un significato inconfondibile, poiché la scrittrice vive la sua esperienza profondamente e vi riflette su.

Il campo di Auschwitz acquista ai nostri occhi una sua propria consistenza fantastica e più l’acquista la turba delle abitatrici, un’accozzaglia di esseri caduti là da ogni paese e incatenati a un destino comune, “le donne”, che sono il soggetto corale di ogni proposizione contenuta in queste pagine.” (Benvenuto Terracini)

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