CI SONO SERE DIVERSE di Susan Moore

Ci sono sere diverse.
Quelle dove non ha senso cercare, indagare, scavare solo per capire.
Per capirsi e mai ritrovarsi.
Questa è sera è così.
Mi lascio andare e torno ai ricordi.
Voglio e devo tornare indietro.
Tutto ha un’origine, credo.
La mamma aveva un’amica: Palmira. La ricordo vagamente. Credo di averla vista, almeno una volta. Per il resto era un racconto.
Palmira ed il Berto.
Nomi di un altro tempo. Personaggi raccontati ad ogni telefonata, mille volte. Con il viso teso.
Palmira era una delle compagne della lontana Provincia dell’Impero.
Un legame.
Berto non so da dove veniva. L’intuito suggerisce che venisse sempre da quelle terre lontane, ma non lo so.
Ero piccola.
La mamma mi raccontava che era stato internato. Non mi spiegava perché: non lo so e non lo saprò mai.
Era un fatto.
“Berto è stato internato. A Dachau”
E non so se furono giorni, settimane o mesi.
Tornò.
Salvo. Vivo.
Aveva passato quel periodo a scansare i morti.
Scavava la fossa per gli altri. I compagni di baracca, prima che li uccidessero. Lui gli scavava la fossa. Guardando basso, perché non li poteva fissare in volto.
Scavò anche la sua di fossa. 10 volte? O forse 100.
Ma tornò.
Salvo. Vivo.
Palmira fu la sua sposa. La sua pace. Una speranza di vita.
La mamma appoggiava la cornetta del telefono e stringeva le mascelle.
“Berto urla. Urla di notte. Dice che continua a vedere la fossa. I corpi. I morti. Urla parole in tedesco”
Era salvo. Vivo. Lui era tornato, ma era ancora là. Ci sarebbe restato per sempre-
Urlò per anni.
La notte.
Non bastavano medicine. Non bastava la normalità tanto cercata e raggiunta. Non bastava Palmira con il suo sorriso ampio e sincero.
Urlò la notte per una vita e poi…. Poi, non urlò più.
Non parlò più. Mai più.
Il silenzio totale racchiuse e compresse tutto il dolore.
Aveva lo sguardo nel vuoto, occhi sbarrati davanti alle tendine della finestra di quella casa normale che aveva tanto desiderato.
Occhi aperti per non vedere.
Mai più.
Il ricordo si spegne così.
La mamma non andò al funerale. Era morto 30 anni prima, mi disse.
Io ci sono stata a Dachau. Non in visita scolastica, ma per mille altri motivi.
Ricordo che, uscendo dal Cliente che avevo visitato, chiesi cosa potevo vedere in zona.
“Abbiamo una splendida torre dell’orologio! Vada in centro!”
Ringraziai.
Il campo stava a meno di 200 metri da dove mi trovavo.
Andai impreparata. Emotivamente impreparata.
Non c’era nulla di quello che avevo visto nei documentari.
Non c’erano le camere a gas, non c’era il crematorio (o meglio, non avevano fatto in tempo a metterlo in funzione).
Solo un recinto in filo spinato.
I perimetri a terra delle baracche che furono.
Qualche baracca d’esempio ancora in piedi.
Targhe. Iscrizioni.
Il Blocco centrale: quello del comando del campo.
Foto.
Nomi.
Tanti nomi.
Non ho riconosciuto nulla, nessuno. Nessun nome, nessuna lapide mi parlava.
Sono uscita da una costruzione di corsa. Era un’urgenza fisica: mi veniva da vomitare.
Sentii l’orrore, partì dalla mente ed arrivò al corpo.
Fino allo stomaco.
Lo prese ed agì.
Sentii, per la prima volta, quelle urla del Berto nella notte.
Sentii Palmira, disperata, che chiamava la mamma.
Rividi la mamma, che non sapeva che dire.
L’orrore che si erano portati dentro.
Ognuno a suo modo.
Chi testimonierà dopo di noi?
(c) 27/01/2016
Racconto inedito

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