Intervista a Armando Vertorano, autore di “Dindalé, conti di poco conto”

 Intervista a Armando Vertorano, autore di “Dindalé, conti di poco conto” 

di Emma Fenu

dindalè

 

«- Mamma, posso andare in sala giochi?

– Ci sei andato ieri

– Ma oggi ci vanno tutti i miei amici!

– Dindalé.

 A metà strada tra formula magica ed espressione dialettale, dindalé era la parola che mia madre usava ogni volta che voleva rifiutarmi qualcosa. Dindalé significa che le mie serissime motivazioni per lei non avevano importanza.

Veniva pronunciato sempre affettuosamente, con una finta severità a cui non credeva nessuno».

Dindalé, conti di poco conto” è una silloge di racconti scritta da Armando Vertorano e edita goWare nel 2014.

La commedia umana ha inizio dalla fine.

Il primo racconto che apre il sipario si intitola, infatti, “Il finale”, strizzando l’occhio al lettore – spettatore affinché comprenda che le storie che seguiranno terminano incastrando l’attimo fra inchiostro e carta, ma il tempo successivo all’ultimo punto appartiene solo alla vita e al suo fluire.

L’atto conclusivo è una fiaba della Buonanotte, un invito al sogno, un racconto che emerge dall’infanzia di chi era bambino negli anni 80.

Bastian. Il nostro eroe.

La vita è una sequenza incessante di uomini ed episodi che sono granelli di sabbia nella clessidra di una Storia infinita, che inizia dall’epilogo e si proietta nel tempo eterno della narrazione.

Attimi, sequenze minime.

Dindalé.

Non è un dramma.

Dindalé.

La terra non smette di girare anche se ti fermi.

Dindalé.

Sono molto felice di intervistare, per Cultura al femminile, Armando Vertorano, autore di questa silloge che coniuga sapientemente forma ineccepibile, contenuti originali e coinvolgimento emotivo.

Ciao Armando, raccontaci di te. Chi sei?

Ho sempre un po’ di imbarazzo nel rispondere a domande di questo tipo.

Fondamentalmente perché, pur avendo la mia dose di egocentrismo, non amo definirmi, credo sia più opportuno che lo facciano gli altri.

Le definizioni che si danno di sé stessi (“sé stessi” con l’accento, la Treccani dice che ci vuole e quindi ce lo metto) sono sempre parziali, deformate dalla percezione soggettiva. Sono in pochi quelli che sanno davvero guardarsi allo specchio.

Io per esempio mi vedo somigliantissimo a George Clooney.

Caspita, che specchio hai? Io, pur avendo quello della matrigna di Biancaneve, gli preferisco quello Ikea, meno saccente e puntiglioso.

Credo che la questione ortografica su se stessi (io dopo lungo meditare, ho scelto di scrivere senza accento) rifletta, paradossalmente, quanto è difficile definire ed essere se stessi!

 Ho letto il tuo libro con sorpresa, mi aspettavo personaggi trincerati nel loro individualismo, creature grottesche e alienate.

Invece, pur non mancando un’ironia sferzante che denuda questi non-eroi del quotidiano, non si può non provare tenerezza per le loro buffe ossessioni, che estremizzano le nostre.

Qual è il messaggio che hai voluto comunicare con la scrittura?

Ecco, ora mi piacerebbe proprio sapere perché ti faccio pensare a creature grottesche e alienate!
Scherzi a parte, estrapolare un “messaggio” da una storia non è sempre una cosa semplice, anche perché se è troppo evidente si rischia di diventare didascalici.

Diciamo che con i racconti di “Dindalé” ho provato a ingigantire alcune fobie, alcune insicurezze, alcune ansie più o meno comuni, per metterne paradossalmente in risalto la loro piccolezza.

Un po’ come la rana di Esopo, che nel cercare di essere più grande si gonfia, si gonfia, si gonfia, assume un aspetto grottesco e poi, inevitabilmente, esplode.

“Dindalé” mi è parso una sorta di “take it easy” con, in aggiunta, l’amara giocosità del sud Italia. È una filosofia di vita che invita non alla passività, ma a ridimensionare i rifiuti e le sconfitte che tutti, almeno una volta, siamo destinati a fronteggiare?

A dire il vero l’uso del “dindalé” lo intendo ancora più attivo.

Un’arma, più che uno scudo, un’arma non violenta per rifiutare col sorriso e far esplodere una volta per tutte le rane gonfiate di cui sopra.

Ce ne sono così poche in giro, di armi non violente.

I personaggi femminili scaturiti dalla penna di un uomo mi affascinano sempre.

Tu non hai messo in scena fatalone, leonesse, maghe seduttrici. Sono tutte figure “dolcemente complicate”, in cui la tua penna indugia con particolare affetto.

Come è il tuo rapporto con le donne, al di là della relazione di coppia?

Ho un gran bel rapporto con le donne, forse perché ho sempre avuto una tendenza spiccata all’introspezione, e le donne sviluppano molto prima degli uomini questo tipo di sensibilità.

L’uomo spesso ha paura di esporsi, di scavare, non sempre ha la curiosità di guardare cosa c’è dentro.

Le donne ci sono abituate fin da piccole. Per questo a volte gli uomini le etichettano come creature incomprensibili, pur se affascinanti.

Io non sono d’accordo: se impari ad ascoltarle e a comprenderle il loro fascino aumenta.

 E bravo Armando!

Ti occupi di stilare domande per i quiz televisivi.

C’è una domanda inerente a te, come persona e scrittore, a cui non sapresti rispondere?

“Dove vuoi arrivare?”. Ovviamente posta come domanda secca, senza opzioni. E non posso nemmeno più usare l’aiuto da casa.
 Titolo: “Dindalé, conti di poco conto”
Autore:Armando Vertorano, 
Edizione: goWare, 2014
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Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile".Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

Un commento:

  1. ilsoffionedimiemma

    Intervista che sprigiona empatia e simpatia. Mi è davvero piaciuta!

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