IL RACCONTO DI UN BAR di Mariella Dicamillo

Il racconto di un piccolo bar.

Conosco un piccolo bar della periferia romana, colorato di blu, con un accento di troppo, che si sposta a seconda di come gli gira. Ha una testa che pensa e ragiona, ed è proprio lui che ama raccontare la sua storia, infatti anche io l’ho saputa da lui.
Prima si era fermato all’angolo e chi veniva dal mercato, se lo trovava davanti, entrata ed uscita formavano un preciso angolo retto, un lato a destra, l’altro a sinistra dell’edificio che l’ospitava.
Adesso si è mosso e si è incamminato sul lato sinistro. Ha oltrepassato la signora Lucia, che saltella nel suo negozio facendo pasta fresca con l’uovo e senza, con un coltello nelle sue mani grassocce, taglia a striscioline, tutte uguali la sfoglia sottile, messa con cura sul pianale, piegata su se stessa, fino a diventare come un pacchetto largo solo pochi centimetri.
Il coltello pare che corra da solo sulla sfoglia piegata ed intanto guarda di traverso una macchinetta che pensa di fare fettuccine e tagliatelle migliori delle sue.
Dopo questo negozio c’è un abitacolo strano, un poco sinistro, nessuno ha mai visto chi lo apre e chi lo chiude, non ha finestre né lampade o lampadine, eppure è pieno di luce, da mattino a sera.
Le pareti sono coperte dai fogli di uno stesso giornale che ogni giorno riporta la data precisa.
Un giornale strano che tutti conoscono, è nato a Roma nel 1900, si chiama Hans, un nome tedesco, ma parla inglese, chi lo capisce? Lo leggono solo i pochi padroni della lingua.
Strano giornale, con le mani unte di gel, che si posa sempre sulla testata di qualche altro quotidiano, che entra per curiosare.
A seguire un altro negozio, chiuso da una tenda di cotone bianco latte, cosa ci sia o cosa si faccia là dentro, il piccolo bar non può dirlo perché non lo sa, ha visto soltanto, davanti all’entrato un piccolissimo cane, nervoso che a volte abbaia senza motivo. Subito dopo c’è il posto dove il piccolo bar ha trovato il suo nuovo alloggio.
Il bar è un’entità reale fatto di caffè, cappuccini, biscotti e cornetti, tutte cose che la gente di Roma ama, non solo a colazione, ma in ogni ora della giornata. Dal bancone si vede la cassa e dopo una bianca colonna trovi una gradita sorpresa, un altro spazio dove puoi comprare olio, formaggi freschi e affumicati, tanti tipi di salumi messi in bella mostra dietro una vetrina.
Alza gli occhi e vedrai, in un contenitore trasparente, il pane, la tipica rosetta romana, le ciriole, i filoni di grano duro e tenero, una bellezza di forme e di odori….quell’odore antico che sentivi da bambino passando davanti ai forni.
Dietro la cassa adornata di giuggiole e caramelle, ci sono altri spazi, ma il piccolo bar, è tosto e si fa rispettare, non permette agli estranei di entrare, neppure di gettare un occhio per curiosare.
Ogni tanto si sente una voce, non sai di chi sia, che chiede informazioni, oppure grida addirittura “ma ce l’hai messo il sale?……quanno mai s’è visto un piatto di spaghetti aglio e olio con la panna? Te sei impazzito?” A Roma le novità non sono gradite, il piccolo bar vorrebbe che si cucinassero anche pietanze esotiche, non solo piatti alla romana, ma i clienti non accettano volentieri le “cose scrause”, soprattutto i più grandi di età, non sopportano quelle che chiamano con disprezzo, intrugli.
Al bancone ragazzi frenetici, ma gentili con tutti e sempre pronti a dispensare sorrisi, servono i clienti, gente particolare: donne dai capelli lunghissimi e scarpe fatte solo di tacco, uomini che bevono strani intrugli di vari colori, in bicchieri pieni di foglie verdi e mangiano, quasi ingoiando, fette di crostate ripiene di chicchi di grano. Ragazzi giovani, pieni di tatuaggi, mamme con carrozzine, uomini con capelli impomatati, manco dovessero fare la pubblicità alla brillantina Linetti, due bonazzi con felpe arancioni che però nulla c’entrano con Guantanamo, è la divisa di un negozio vicino, dove loro lavorano.
Fra quelli più attempatelli c’è uno che chiamano “Partito”, parla solo di politica, e vuole sempre ragione. Spesso si è trovato a discutere con qualcuno con idee antitetiche alle sue e il capo barista, quello che somiglia George Clooney e sa dire parecchie frasi in altre lingue, ha dovuto richiamarlo, perché si è permesso di alzare la voce, ma in fondo è una persona buona ed educata, subito ha smesso di gracchiare.
Il piccolo bar non vuole sentire discorsi politici, per questo Partito gli è antipatico e non ne fa un mistero quando lo interrogano a proposito, con voce stentorea dice ” non si può imporre agli altri la propria ideologia usando modi aggressivi, come se al posto delle parole si avesse nelle mani una falce oppure un martello.”
Simpatico e misurato, invece è l’intellettuale non giovanissimo, ma di bell’aspetto che arriva e mentre aspetta il caffé si legge il giornale, la pagina politica, ma senza commentare, al massimo esprime disappunto sollevando un sopracciglio.
Non fa capire neppure di che corrente sia, però il piccolo bar sa che abita al secondo piano dell’edificio all’ angolo e una sera, sul tardi, era quasi l’ora di chiusura, è sceso per prendere il latte, era in pigiama, e sopra si era infilato l’eskimo, anche se si era in pieno agosto, il piccolo bar ha capito, non ha commentato ma ben sa che certe abitudinisolo per chi la pensa in un certo modo e ha fattobattaglie da studente, son difficili a morire
Il bar osserva anche il minimo particolare, commenta, critica, sbeffeggia fra sé e sé, ma gli stanno bene tutti, portano soldi, questo è l’importante.
Sopporta a fatica, ma non lo dà a vedere, le quattro sgallettate che lavorano alla merceria poco distante, quelle vanno tutte le sere, quando chiudono il negozio, per far le sceme con i barista ed il cassiere del turno che arriva fino alla chiusura, giovanotti, belli, aitanti e scapoli.
Queste scemette dicono che sono i meglio fra il personale, certamente hanno più pazienza, di sera può capitare pure qualche malandrino, c’è qualcuno che si beve un cicchetto di troppo, i lavoranti devono stare attenti, intervenire, senza mostrar paura e senza offendere, le loro mansioni sono un tantinello più complicate, ma per il piccolo bar tutti hanno una responsabilità precisa e nessuno può dir nulla di quelli che lavorano da lui.
Le scemette per gettare occhi al bel ragazzo che sta in cassa di sera, passano un sacco di tempo a decidere che bere e che mangiare, poi vanno in bagno anche senza averne necessità, e il piccolo bar a queste manovre di “acchiappo” sente lo stomaco che gli si rivolta.
Da lui è tutto esposto in bella mostra, non serve perder tempo in chiacchiere, chi lo fa ha un secondo scopo, e lui non è certo uno che si fa imbrogliare.
Guardate là, nel frigo dei gelati, c’è anche il latte senza biscotti, bibite lisce e gassate, confuse con yogurt dove le calorie abbondano oppure sono completamente assenti, ma pochi li comperano, preferiscono i gelati già pronti, coperti di grani ghiacciati, quasi fossero due gelati, divisi dalla busta della confezione.
Orgoglio del piccolo bar sono i tavolini dove si mangiano pasti completi, per lui gustosi come non se ne trovano da altre parti, e la sera c’è l’aperocena, si può dire che nel quartiere, lui sia stato il primo a proporlo ai suoi clienti; è un po’ presuntuoso e questo lo avrete già capito.
Ci sono uomini in giacca e cravatta, signore dall’aria composta, ma anche donne che son fuori come balconi, con vestiti e sciarpe sgargianti, qualcuna gioca con il telefonino, una scrive in continuazione, non si sa cosa, ma la penna corre veloce sul foglio. Quasi tutti son clienti fissi, come gli ometti che prendono il primo e il secondo, ma la frutta se la portano da casa, o come quello che per pranzo, mangia tre piatti di pasta, viene con una busta trasparente dove tiene una divisa dell’A.T.A.C. ed è il più polemico, la pasta è sempre cruda o troppo cotta, soprattutto passa il tempo di attesa gridando, “nun me mettete le cremine, quelle mi fanno senso” poi si gira a chi gli sta vicino e anche se nessuno gli chiede niente, racconta “Io so’ abbituato cor sugo che faceva mi madre….che ne sanno questi, cominciava alle 6 de matina e usava le pila de coccio, quelle che mò non si trovano più, e si se trovano, nissuno le compra, ce vole troppo tempo co’ quelle. Mi madre….’naltro pianeta, si te magnavi la lasagna de mi madre, nun te la scordavi più, mica addoprava la besciamella, seee, sapeva lei come faceva, a lasagna sua era bella asciutta senza ‘a besciamella, forse manco sapeva che esisteva, tutto stà pe come fai er sugo”.
Il piccolo bar si scoccia a sentire sempre le stesse cose e poi non gli piace che si facciano paragoni a discapito della sua cucina.
Quelli che pranzano da lui vantano i suoi piatti, eccetto gli invidiosi o quelli che devono sempre denigrare tutti e tutto, tanto per rendersi interessanti.
Se la sognano una cuoca come la sua, da ragazza ha fatto l’attrice, ha avuto una bella parte nel film “la battaglia di Algeri”, ma non ha avuto tanta fortuna, poi ha fatto particine in film di poco conto, ma una volta ogni tanto e la madre, cuoca a casa di certi signori della Roma bene, le aveva insegnato come si stà dietro i fornelli e alla fine cucinare era diventato il suo mestiere.
Da diversi anni lavora al piccolo bar, la chiamano l’algerina, il piccolo bar ne va fiero, per come cucina e per come è bella, è coreografica, la gente va volentieri anche per parlare con lei, gli occhi neri come la pece, i capelli scuri e un po’ mossi, appena va al lavoro, li raccoglie in una crocchia, sotto la cuffietta.
Il bar ha due porte che dovrebbero aprirsi entrambi, ma non sempre succede, spesso fanno a turno come nei ministeri, perché si inceppa il meccanismo oppure, per farsi dispetto, restano chiuse tutte e due.
Il piccolo bar è fiero del suo aspetto, di come un tizio, che chiamavano “Architetto” è riuscito ad accroccarlo.
La cosa che più lo gratifica è una fila di orologi, messi in alto su una parete, quasi vicino al soffitto, ognuno ha sotto il nome di un posto lontano e riporta l’ora di quel posto, al centro c’è l’ora di Roma, sotto però c’è scritto il suo nome, senza accento stavolta. Ora è mezzogiorno, come alle Hawaii.
Più che un bar sembra un ritrovo di quelli che c’erano un tempo, come il dopolavoro delle corporazioni.
I clienti sono diversi l’uno dall’altro eppure hanno un qualcosa che li accomuna, il piccolo bar lo percepisce, ma non sa di cosa si tratti.
Son pochi quelli che stanno zitti, parlano tutti, a volte, sembra che stiano dialogando, invece stanno vicini e ognuno parla per conto suo, ma capita anche che comunichino fra loro, con un giornale sportivo, spaiato su un tavolino. Le migliori dispute, sempre amichevoli, anche se fatte a gran voce son le partite, non vi dico quello che accade quando c’è il derby!!!
Quanto chiacchierano questi clienti, in continuazione, coprendo ognuno la voce dell’altro, senza ascoltarsi, ma sbracciandosi per dire la propria prima degli altri.
Il bar non capisce che dicono, vorrebbe avere orecchie per potersele coprire, quando le urla rimbombano fra le pareti di cartongesso che coprono il vuoto.
Il bar quando le voci si fanno troppo accese e coatte sente amarezza, vorrebbe un ambiente di classe, come pensa di essere lui. Si guarda intorno con un po’ di tristezza, ha fatto di tutto per essere un posto elegante, sulle pareti di cartongesso che coprono il nulla, per abbellimento al loro triste colore, con Volonté, scusate, mi sbaglio sempre perché portano le stesso nome, volevo dire con Gianmaria, il “capaddozio” che ha fatto scrivere in caratteri cubitali nomi illustri: Keruac, Zolà, Aristotele, Voltaire…..pochi clienti sanno chi sono, tanto servono a poco, mescolati fra bottiglie dalle strane forme, di vino pregiato e liquori sconosciuti.
Il piccolo bar guarda e ammira tutte le cose strane che è costretto ad ospitare, ma l’ho detto, nell’insieme si piace, anche se non tutto capisce.
Solo poche volte lo prende lo sgomento, allora si rannicchia alla cassa, sotto lo sgabello della cassiera di giorno, che prova a fare l’arcigna, ma questa parte le riesce male e per distrarsi pensa alle cose più strane…sentite raccontare dagli stranieri che lo frequentano….al Salar, nella lontana Bolivia, alla miniera d’oro più grande del mondo, quella a cielo aperto che si trova in Perù.
Poca gente in Italia conosce questi posti, alcuni non l’hanno forse mai sentiti nominare, ma il piccolo bar si tranquillizza, lui sta a Roma e questo lo gratifica e conforta, anche se c’è una cliente un po’ pazza che spesso se ne esce come i dolori “Quanto odio questa città, che farei per andarmene all’altro capo del mondo”. Chissà che le ha fatto Roma per meritare tanto disprezzo, il piccolo bar non si fa contagiare da questa strana tipa, vestita con colori sgargianti e sempre con un particolare, magari una sciarpa, o una borsa di colore arancione, “porella, pensa, non ci sta col cervello…ogni tanto si fissa su qualcosa, come sul blu che non vuole l’acceno! A Gianmaria gli è piaciuto e ce l’ha messo, non deve dar conto a lei. Pure questa come Partito non è simpatica, parla sempre male de Roma, la mejo città der monno! Proprio vorrei sapé lei da ndò ariva.!” Il bar quando si infervora parla in romanesco.
A lui Roma piace ed è felice di esser romano, chissà cosa ci sarà dall’altra parte del mondo, forse tanti piccoli bar come lui, con personale e clienti che parlano lingue sconosciute. A questo pensiero, prova un brivido dietro la schiena, una sensazione piacevole, anche se una credenza popolare dice che quando succede, qualcuno passa sulla tua tomba. Ma quale tomba, egli si sente vivo e vegeto, quante sciocchezze ci sono nelle superstizioni!
Quando mai si è vista la tomba di un bar? Si indigna a sentir dire sciocchezze, anche se questo pensiero è venuto in mente a lui, può capitar di pensar senza senso, scuote la testa e caccia i cattivi pensieri.
Poi c’ è il momento di punta, tanta gente si accalca vicino alla cassa. Pochi son silenziosi ed hanno un’aria seria, la maggioranza parla forte e ride.
Le signore bene, quando escono dalla chiesa vicina, si mettono di lato, perché si capisca che non fanno parte di quel gruppo scalmanato, con gli occhi abbassati, aspettando il loro turno.
C’è chi cerca i soldi nel borsellino, chi ha già le monete nella mano, ognuno paga e ritira lo scontrino, qualcuno insiste per pagare il caffé dell’amico che ha incontrato lì al bar, l’altro ribatte che tocca a lui, nella diatriba scherzosa dicono cose che senso non hanno.
Quella strana che insiste col blu senza accento e parla male di Roma, ride alle battute, che spesso non sono neppure di spirito.
Racconto di Mariella dicamillo.

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