“Il calore del sangue” di Irène Némirovsky

“Il calore del sangue” di Irène Némirovsky

Recensione di Ilaria Biondi

 

calore del sangue

 

Brucia il calore del sangue.

La carne ci vuol poco a soddisfarla.

E’ il cuore a essere insaziabile, il cuore che ha bisogno di amare, di disperarsi, di ardere di un fuoco qualunque…

Ecco ciò che volevamo: bruciare, lasciarci consumare, divorare i nostri giorni come le fiamme divorano la foresta.

Il vecchio Sylvestre detto Silvio, un uomo che tanto ha tanto vissuto e amato, al termine di mille intrepidi vagabondaggi del corpo e dell’anima, torna a vivere nel paesino del Morvan dove è cresciuto.

Qui conduce una vita di ostinata solitudine in una stamberga nel bosco, riducendo al minimo la frequentazione dei compaesani.

Di quella borghesia provinciale avida che

se ne sta in casa propria, sui propri possedimenti, non si fida del vicino, ripone il grano, conta i soldi e non si cura del resto.

Il suo occhio lucido e malinconico si posa implacabile su quel piccolo mondo immobile, che infila le perle scialbe dei giorni e delle stagioni nel filo liscio di un’esistenza tranquilla.

Esistenza impermeabile al piacere e alle vanità, protetta e cullata dal quieto sipario di una Natura di remota bellezza.

La sua unghia impietosa scava via la patina levigata di felicità ingannevole che ricopre i volti di quei ricchi e avari proprietari terrieri, scoperchiando abissi neri e brucianti vampate.

Essa addita la crepa impercettibile che scalfisce la superficie nitida di quel mosaico perfetto e senza sbavature.

Di quella  realtà di diafana porcellana.

E attende paziente che lo schianto ineluttabile scagli in aria una pioggia di schegge appuntite.

Silvio sa che quei boschi dove i raggi si impigliano nei giunchi molli che racchiudono stagni placidi, quella campagna che tace e ascolta lo scosciare cristallino dell’acqua dei mulini, nascondono e custodiscono una vita segreta.

Un sottobosco silente che, come burrasca impazzita, infuria sui nidi domestici affondando e devastando.

Il buon senso.

Il rigore morale.

Il controllo razionale.

Le buone maniere e le convenzioni.

La rigidità e severità.

Il calore del sangue, del cuore e dei sensi reclama i propri diritti.

Implacabile e capriccioso, abbatte con pochi colpi ben assestati le muraglie di risolutezza e virtù costruite con lungo e paziente lavorio.

Una guerra sotterranea e muta contrappone vecchi e giovani.

I primi, ipocritamente dimentichi del fuoco che ha bruciato la carne e della febbre di vita che ha fatto tremare le  vene.

I secondi, che si abbandonano alla muta ebbrezza del desiderio e alla fresca vertigine dell’amore.

Ingenuamente incuranti del precipizio che furtivamente spia i loro passi.

La parola aggraziata, garbatamente ironica e delicatamente aspra e spietata della Némirovsky inanella con maestria, come in un gioco di scatole cinesi, oscuri enigmi e segreti inconfessabili.

La sua voce rigorosa e disincantata spalanca la porta sulla verità spoglia della cieca colpa.

Dell’impossibile peccato.

Del crimine sepolto.

Della violenza insanguinata.

Della bugiarda tranquillità.

Dell’inquieta passione, che mai si placa, mai si consuma e reclama imperiosa feroci sacrifici sul proprio altare.

E dopo

non resta che fare il conto dei danni.

Ma il danno più grande e imperdonabile è non assaporare il fuoco del sangue e rassegnarsi all’oblio.

Con cuore assopito, che più non ama e smette di esistere.

Sia benedetto il male, sia benedetta la febbre che scioglie dolcemente i vincoli del corpo e reca una saggezza più grande, una lucidità più acuta, un calore che ravviva il sangue.

(I. Némirovsky, Liens du sang, in «Revue des deux mondes», 15 marzo e 1 aprile 1936)

Irène Némirovsky (1903-1942), scrittrice ucraina figlia di un ricco banchiere ebreo e parigina d’adozione, comincia giovanissima, nel 1921, a pubblicare le sue prime opere in francese.

“Il calore del sangue” risale al 1937-1938, quando la sua fama di donna di lettere è all’apice.

Questo breve e intenso romanzo celebra un tema caro alla scrittrice: la brama di vita, il mistero dell’amore e del desiderio.

È ambientato a Issy-l’Évêque, il paesino della Borgogna dove la Némirovsky, in fuga dal suo paese a causa delle leggi razziali,  si rifugia insieme alla famiglia prima di essere arrestata e deportata ad Auschwitz (dove muore nel 1942).

Viene pubblicato postumo nel 2007, grazie al lavoro dei biografi O. Philipponat e P. Lienhardt, che ricompongono scrupolosamente il manoscritto.

Una parte di esso, andata perduta durante la guerra, è stata successivamente ritrovata dentro un baule dai due studiosi.

 

Autore: Irène Némirovsky
Traduttore: A. Berello
Titolo: Il calore del sangue
Genere: Romanzo
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2008

Link d’acquisto:

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Sinossi:

In questo breve ma densissimo romanzo Irène Némirovsky punta il suo sguardo acuminato non già sull’ambiente dell’alta borghesia ebraica in cui è cresciuta, né su quello dei ghetti dell’Europa orientale, bensì sull’angusto, gretto mondo della provincia francese.

Il quadro è, in apparenza, di quieta, finanche un po’ scialba agiatezza campagnola.

La figlia di due ricchi proprietari terrieri sta per sposare l’erede di un’altra famiglia in tutto e per tutto simile, un bravo ragazzo, come si dice, innamorato e devoto.

Eppure bastano poche note stridenti (che l’autrice è abilissima a insinuare fin dalle prime pagine) per farci intuire che dietro la compatta, liscia superficie di perfetta felicità agreste – in cui sembra che ogni sentimento si sia come pietrificato – si spalancano voragini insospettate.

Nessuno, insomma, è al riparo dalla passione, dalla violenza, persino dal delitto, quando è infiammato dal «calore del sangue».

Con la consueta scioltezza narrativa, e la soave crudeltà che le è propria, la Némirovsky ci fa assistere a un lancinante dramma familiare nel corso del quale vedremo, a una a una, cadere tutte le maschere.

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