David Bowie, il camaleonte del rock

“We can be heroes just for one day”.
Era il 1977 quando il singolo Heroes venne pubblicato. Il suo successo, nel mondo, non fu immediato, ma in Germania e Italia raggiunse subito posizioni elevate nella vendita di singoli, divenendo, anche negli anni a seguire, l’emblema dell’amore impossibile.
Quando scrisse Heroes, David Bowie era già da qualche anno un artista affermato in tutto il mondo, ma, distrutto dalla cocaina e dall’alcool, aveva abbandonato Los Angeles, dove aveva vissuto negli ultimi anni, per trasferirsi a Berlino. Qui, in piena guerra fredda, con il Muro a dividere non solo la città, ma anche le persone stesse, Bowie trovò l’ispirazione per scrivere un pezzo che l’avrebbe definitivamente condotto tra le leggende della musica.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=Tgcc5V9Hu3g&w=420&h=315]

David Robert Jones

La storia di David Bowie cominciò, in realtà, molti anni prima, quando David Bowie era semplicemente David Robert Jones, un ragazzino che sognava di diventare l’Elvis britannico. Colpito dal blues e dal rock ’n’ roll che arrivavano da oltreoceano, dalla musica jazz che si diffondeva attraverso i numerosi locali londinesi, dalla Beat Generation americana e dalla ribellione che quel movimento rappresentava, David Bowie cominciò a interessarsi di quella musica che, all’epoca, era considerata alternativa.
Nel 1959, all’età di tredici anni, David iniziò a lavorare seriamente sul suo futuro da musicista: per il suo compleanno, la madre gli regalò un sax e, sfacciatamente, il ragazzino cercò il numero di telefono del suo idolo, Ronnie Ross, chiedendogli di prendere lezioni da lui. L’anno successivo David si unì ad un gruppo di studenti interessati all’arte e assieme all’amico George Underwood entrò a far parte anche di una band scolastica. La trasformazione da David Robert Jones a David Bowie, tuttavia, avvenne solo nel 1966, quando, con i capelli lunghi e il forte desiderio di diventare una star alternativa, lontana dalle cerimonie, dalla monotonia e dai cliché, il musicista trovò in Kenneth Pitt un manager. Fu così che la carriera di Bowie ebbe il via, tra la passione per la musica e qualche testo che, tutt’ora, solo i fan più sfegatati conoscono. Il primo album, David Bowie, uscì nel 1967, carico di immaturità e di tutta quella confusione che Bowie si portava addosso. Ancora giovane (aveva solo 20 anni), frastornato dalla quantità di novità artistiche e musicali che gli anni ’60 avevano portato con sé, preso dal successo di gruppi come The Who, Beatles, Rolling Stones, Pink Floyd, David Bowie si trovava davanti a tante, troppe scelte: non sapeva come proseguire, come improntare la sua carriera musicale, e il suo primo album ne é una chiara prova. Per raggiungere il successo, quindi, ci vollero altri tre anni: insofferente, disgustato dalla società e dalla sua ipocrisia, Bowie si unì alla religione buddista tibetana e passò un periodo di tempo in isolamento monastico in Scozia. Quando rientrò, era finalmente giunto il momento di dare forma a quelle idee che gli ronzavano nella testa. Era il 1969 quando Bowie incise il primo pezzo che, tra le sue canzoni, sarebbe entrato nella storia del rock: Space Oddity. Dopo un inizio inquietante, con la voce di Bowie che arriva da chissà dove nello spazio, la canzone prende il via con un ritmo sinfonico che sfocia in un ritornello struggente. Liberamente ispirato al film “2001 Odissea nello spazio” di Kubrick e allo sbarco dell’uomo sulla luna, la canzone di Bowie diede il via a quel filone fantascientifico che avrebbe contraddistinto la sua carriera musicale. L’album Space Oddity, originalmente pubblicato con il nome di Man of Words/Man of Music non raggiunse lo stesso successo e tantomeno lo stesso livello di composizione del singolo, eccezion fatta per Letter to Hermione, stupenda canzone d’amore dedicata alla sua prima compagna e Cygnet Committee, con la quale Bowie divenne a tutti gli effetti un “profeta musicale”, segnando, in questo caso, l’avvento di nuove forme musicali e la decadenza del movimento hippie. I primi due album di David Bowie, nonostante le insicurezze, rappresentano la sua capacità camaleontica, che si sarebbe protratta nel tempo, di accostare svariati generi musicali mescolandoli con la recitazione e il mimo. Da questo punto di vista fu fondamentale l’incontro, proprio nell’anno di uscita del suo primo album, con Lindsay Kamp, un mimo e ballerino che influenzò il modo di porsi del giovane cantante, rendendo i suoi concerti sempre più coreografici e spettacolari.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=iYYRH4apXDo&w=420&h=315]

Da David Robert Jones al Duca Bianco, passando per Ziggy Stardust

Dopo il grande successo di Space Oddity, Bowie riprese a girare locali londinesi in cui veniva suonata musica underground. Era il 22 febbraio 1970 quando David cominciò a pensare ad un nuovo modo di fare musica e di comparire sulla scena. Sul palco de Roundhouse di Londra, Bowie vide, quella sera, quattro musicisti, tra cui Mick Ronson. Ma non furono tanto i suoi giri di chitarra a entusiasmarlo, quanto il cantante, vestito con sgargianti sete multicolore. Fu quell’incontro a determinare la prima vera svolta nella carriera musicale di Bowie, trasformando la sua musica in un rock ambiguo e non privo di sensualità. Proprio quell’anno uscì l’album The man who sold the world, la cui copertina ritrae Bowie in abiti da donna. Le canzoni hanno sound più duro, rispetto ai due album precedenti, punteggiate da riff di chitarra e ritmate da suono martellante del basso. I testi grotteschi risentono del suo modo di vedere il mondo, rivelano la sua genialità, e, in parte, il terrore di impazzire come era successo al fratellastro Terry, malato di schizofrenia.
L’anno successivo fu denso di attività per Bowie: da un demo di sei canzoni che la sua nuova etichetta discografica aveva ascoltato e apprezzato, nacque l’album Hunky Dory, un lavoro completamente glam-rock, prodotto in un’epoca che Bowie, con il look assunto per The man who sold the world, aveva preannunciato, un’epoca trasgressiva, fatta di ambiguità sessuale, boa di piume e lustrini. L’album si apre con Changes, una riflessione amara sui cambiamenti della vita, ben mimetizzata in un ritornello accattivante che cattura l’attenzione. Life on Mars? è invece la quarta traccia dell’album, destinata a diventare uno dei cavalli di battaglia del cantante inglese. L’album si chiude, infine, con una canzone melodica e dal ritmo acustico che lascia l’amaro in bocca: The bewlay brother, un pezzo sul difficile rapporto tra David e il fratellastro Terry a causa della malattia di quest’ultimo.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=v–IqqusnNQ&w=420&h=315]

Il successo che Bowie raggiunge con questo album è discreto, ma non sufficiente per i suoi standard. Così, mentre la cultura trasgressiva di cui tanto ha parlato nelle sue canzoni e la comunità rock partecipavano a eventi che inneggiavano alla pace, Bowie studiava. Pensava a quale sarebbe stato il suo prossimo personaggio. Il risultato valse tutti gli sforzi, perché, proprio quell’anno, nella sua testa nacque Ziggy, l’alieno caduto sulla terra.
The rise and fall of Ziggy Stardust and the spiders from Mars è, forse, il lavoro più importante di Bowie. Di certo è quello che l’ha condotto al successo mondiale. Il cantante firmò un concept album il cui protagonista è un alieno caduto sulla terra, una specie di profeta del rock che incarna tutti i più grandi artisti dell’epoca e condanna il meretricio del rock, che si vende al miglior offerente, non prestando attenzione al suono, ma solo alle vendite, cedendo al commerciale e abbandonando la sua missione di rivoluzionario. Ma anche la carriera del rocker venuto dallo spazio dura poco, il tempo di un album: la traccia Ziggy Sturdust parla dell’assurda fine dovuta a un’orda di fan carnefici. La conclusione può essere solo il suicidio del rock ‘n’ roll (Rock ‘n’ roll suicide), finito in pasto alla società. Per Bowie, Ziggy era un personaggio talmente reale che prese a impersonarlo sul palco, rendendolo in un certo senso immortale. L’album contiene fascinose ballate incastrate tra pezzi quasi punk, in cui il canto strozzato di Bowie si mescola a chitarre graffianti.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=dLYafk0Lui0&w=560&h=315]

Il tour intrapreso per promuovere Ziggy Sturdust porta la folla in delirio, ma Bowie non aveva tempo per godere del successo. La sua testa era un vulcano di idee. Nel 1973 pubblica Aladdin Sane, che, tra le altre, contiene Panic in Detroit e The Jean Genie, e nel 1974 pubblicò Diamond Dogs, un album distopico il cui messaggio e il cui sound sono in forte contrasto con la disco music che comincia a imperversare nei locali. Sempre in quell’anno, Bowie intraprese un tour in America che, nel 1975, lo portò a pubblicare un altro album che segnò una nuova svolta nella sua carriera: Young Americans. Per Bowie il soul, il rock ‘n’ roll, il jazz che arrivavano da oltreoceano non erano più generi cui ispirarsi e da riadattare secondo il gusto inglese. La musica di Bowie smise di essere un tributo al soul americano e il risultato fu un disco di soul puro, intriso di ritmo, contenente il primo singolo di David a scalare le classifiche americane, Fame. Nata da una collaborazione con John Lennon all’Electric Lady di New York, la canzone fu inserita all’ultimo minuto nella tracklist dell’album. Poco dopo l’uscita del disco, Bowie si trasferì a Los Angeles, dove interpretò L’uomo che cadde sulla terra, un classico di fantascienza.
In seguito alle riprese arrivò una nuova svolta. Bowie si chiuse in studio per incidere l’album Station to Station, che include TVC15, canzone profetica sulla capacità della tv di inghiottire lo spettatore, e la stessa title track, che contiene riferimenti al Duca Bianco, personaggio in cui si trasformerà Bowie, lasciando da parte le scenografie cromatiche di Ziggy per utilizzare ambientazioni da film in bianco e nero.

L’epoca berlinese

Giungiamo così all’epoca berlinese di Bowie. Nella città tedesca, il cantante pubblicò tre album, il primo dei quali disorientò completamente critica e pubblico. Low, album del 1977 è un album sperimentale e surreale, completamente differente dai lavori precedenti, con pezzi di pop futuristico e composizioni ipnotiche. Album sconcertante, per gli esperimenti compiuti muovendosi in sentieri non ancora percorsi, ma che ha dato vita a due tra le canzoni più amate: Be my wife e Sound and vision. Il secondo disco berlinese è appunto Heroes, che oltre alla canzone che da il titolo all’album contiene il singolo Beauty and the Beast e si chiude con una canzone che non fa altro che profetizzare le prossime influenze culturali di Bowie: The secret life of Arabia.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=L-wp8JcWPqk&w=420&h=315]

Nel 1979 uscì l’ultimo dei tre album berlinesi: Lodger. Impossibile dimenticare il brano Fantastic Voyage, incentrato sulla possibilità di un’apocalisse nucleare e Boys Keep Swinging il cui ritmo caotico è accentuato dallo spostamento del chitarrista nel ruolo di batterista e del batterista nel ruolo di bassista. Per questo album, Bowie decise di non far partire alcun tour promozionale e di restare lontano dalle scene, a parte per una veloce esibizione, fatta di tre brani soltanto, al Saturday Night Live. Come sempre spettacolare, Bowie interpretò The man who sold the world indossando uno smocking di plastica e rimanendo immobile in un enorme vaso, TVC15 in gonna e tacchi e Boys Keep Swinging con la sua testa sovrapposta a quella di un pupazzo grazie alla tecnica del chroma key. Il 1979 stava finendo, ma Bowie era ancora in piena attività: da una parte le prove per lo spettacolo di Broadway, The elephant man, dall’altro lo studio di registrazione dove, nel 1980 vide la luce l’album Scary Monsters…and Super Creeps, che va a riesumare il personaggio di Major Tom, protagonista di Space Oddity. Nei due anni successivi la produzione di Bowie si limitò a una collaborazione con i Queen per la stesura di Under Pressure, che inaspettatamente raggiungerà la vetta delle classifiche inglesi.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=UFO323uDkSQ&w=420&h=315]

Il successo indiscusso degli anni ’80

Era il 1983 quando uscì l’album più venduto durante tutta la cartiera di Bowie: Let’s Dance. La title track divenne immediatamente una hit, mentre anche altri singoli estratti dal disco conquistarono il pubblico e non solo. Le influenze blues rock e groove funk presenti nell’album e soprattutto nella stessa Let’s Dance, incideranno profondamente su artisti come The Killers e Franz Ferdinand. Se Let’s Dance fu l’album più venduto di Bowie, il tour che ne seguì fu il più seguito. Iniziato nel maggio del 1983, quando si concluse nel dicembre dello stesso anno a Hong Kong, venne registrata la vendita di un totale di 2 milioni e mezzo di biglietti in 15 nazioni.
Nel 1984 uscì Tonight e negli anni successivi Bowie mantenne alta la sua popolarità con qualche apparizione in pubblico e un duetto con Mick Jagger. Ma nel 1988 si ebbe una nuova svolta. Bowie era stanco di fare il solista superstar e decise di formare una band, come aveva fatto più volte da ragazzino. Radunò gli amici Hunt e Tony Sales e il chitarrista Reeves Gabrels per formare i Tin Machine. Deciso a dare un futuro a quella band, Bowie si lanciò nel progetto a tempo pieno, vendendo milione di copie dei due nuovi album prodotti con la band, ma facendo dividere il pubblico: c’era chi amava questo nuovo gruppo alternativo, attento al sound delle chitarre, e chi invece rimase perplesso. A risolvere il problema ci pensò nuovamente Bowie, sciogliendo la band nel 1991.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=N4d7Wp9kKjA&w=420&h=315]

L’addio ai vecchi successi e le atmosfere profetiche di Outside

Il 1990 fu l’anno del Sound+Vision Tour, concepito come un addio ai più grandi successi di Bowie, molti dei quali vennero eseguiti live per l’ultima volta proprio durante quel tour. Nel 1993 uscì un nuovo album, Black Tie White Noise, che, in forte contrasto con il tour concluso tre anni prima, segnò, sotto molti aspetti, un ritorno ai sound sperimentali degli album passati. The wedding, brano ispirato al recente matrimonio con la modella Iman, presenta un’allegra influenza dance-house vicina alle atmosfere di Low. Mentre il singolo Jump-They Say, dedicato al fratellastro morto suicida nel 1985, richiama i momenti più funky della carriera di Bowie.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=avJt0SQec0I&w=560&h=315]

Nel 1994 uscì l’album Outside, un altro concept che attraverso il diario del fantasioso personaggio Nathan Adler, vuole essere un’esplorazione della crescente ossessione per la mutilazione del corpo come forma di arte e della paganizzazione della società occidentale. L’atmosfera dell’album fece ancora da presagio per la sensibilità noir che presto avrebbe accompagnato non solo la musica, ma anche il cinema e la letteratura. Il tour di promozione di Outside fu uno dei più audaci della storia del rock: partito per la tournée qualche settimana prima dell’uscita dell’album, Bowie si ritrovò a dover evitare i brani a cui aveva detto addio nel 1990 e al tempo stesso proporre al pubblico canzoni che esso ancora non conosceva.
Rimanendo un precursore dei tempi, nel 1996 Bowie pubblicò il brano Telling Lies, disponibile per il download su internet. Nonostante il web fosse ancora agli arbori, il brano venne scaricato da 300000 fan e poi inserito nell’album Earthling, la cui tracklist venne in parte utilizzata da Bowie per il concerto in occasione del suo 50esimo compleanno al Madison Square Garden, dove cantò con artisti del calibro di Lou Reed, Robert Smith e Dave Grohl.
Dopo aver lanciato il primo singolo disponibile al download, nel 1998, Bowie lanciò il primo provider creato da un artista, il BowieNet, candidato al Wired Award del 1999 come Miglior Sito di Intrattenimento dell’anno. Proprio nel 1999 Bowie ricevette la laurea ad honorem dal Berklee College of Music di Boston, entrò nel mondo dell’arte con una mostra e ricevette la Legion d’honneur, la più alta onorificenza francese. Sempre nel 1999 uscì Hours…, un album estremamente intimo e introspettivo, che ha il potere di esercitare un forte impatto emotivo nell’ascoltatore, parlando di sé e, al tempo stesso, lanciando un messaggio universale.
Bowie si concesse quasi due anni lontano dalle scene, fino alla nascita della sua prima figlia e alla conseguente produzione di brani da includere in un nuovo album, Heathen che uscì nel 2002. Riguardo all’ album, Bowie usò le seguenti parole per descriverlo: “Il paganesimo è uno stato d’animo. Mi riferisco a una persona che non vede il proprio mondo. Non ha luce mentale. Lo distrugge quasi senza rendersene conto. Non sente la presenza di Dio nella sua vita. È l’uomo del 21esimo secolo. Non c’è un tema o un concept dietro Heathen, è solo una serie di canzoni, ma in qualche modo c’è un filo conduttore che è forte come quelli dei miei album tematici”. Nuovamente, Bowie non si concesse pause. Nel 2003 pubblicò Reality, un album che coraggiosamente mise in discussione l’esistenza di fondamenti razionali nella società moderna.

Un silenzio durato 10 anni e la morte del Duca Bianco

Per 10 anni Bowie si chiuse nel silenzio, partecipando solo a qualche concerto di beneficienza, prendendo parte a alcuni duetti e a alcuni film e documentari. Nel 2013 il Victoria and Albert Museum ricevette l’autorizzazione per utilizzare il materiale custodito nel David Bowie Archive per creare una mostra a tema, che fece faville tra i fan del cantante come se fosse uno dei suoi attesissimi concerti. Nello stesso anno, Bowie pubblicò un nuovo singolo preannunciando l’uscita dell’album The Next Day, che si rivelò immediatamente un grande successo, osannato da pubblico e critica, definito “un capolavoro” e “il più grande ritorno rock”. Ma Bowie continuò a mantenersi lontano dalle scene, sempre escludendo alcune piccole performance. Nel 2015 venne annunciata una nuova collaborazione con il drammaturgo Walsh: si trattava di Lazarus, una pièce teatrale basata sul romanzo L’uomo che cadde sulla terra, incentrato sul personaggio di Thomas Newton, già interpretato da Bowie nell’omonimo film del 1976. Lo spettacolo prevedeva l’esecuzione di nuovi brani e di riarrangiamenti di vecchie composizioni.
Nello stesso anno venne annunciato il titolo di un nuovo singolo, Blackstar, che avrebbe dato il titolo all’ultimo album della carriera di Bowie, la cui uscita era prevista per il successivo compleanno di Bowie stesso, l’8 gennaio 2016.

David Bowie rimane uno degli artisti più incomprensibili e difficili da digerire del panorama musicale degli ultimi decenni. Estremamente versatile, precursore dei tempi e delle mode, attento ai cambiamenti che avvenivano sotto gli occhi di tutti ma di cui lui sapeva cogliere gli effetti prima che si verificassero, per essere sempre un passo avanti agli altri. Un lucido scienziato della musica, pronto a sperimentare e a mettersi un gioco, un artista visionario, disposto a tornare a ciò che aveva abbandonato. Un musicista camaleontico, dai mille soprannomi, come mille erano i suoi personaggi. Personaggi che i suoi testi, la sua musica, la sua voce hanno reso immortali. Estremamente stravagante, fuori dagli schemi, sfacciatamente ribelle, David Bowie ha lasciato un’impronta indelebile nel mondo del rock, inserendo la sua genialità in alcune delle più belle canzoni degli scorsi decenni.

Così come ha combattuto strenuamente per divenire un’icona della musica, David Bowie, tra cadute e ricadute nella droga e nell’alcol e condizioni di salute precarie, ha lottato a lungo anche per la sua vita, spentasi dopo solo due giorni , il 10 gennaio 2016, dall’uscita del suo ultimo, probabilmente indimenticabile album.

bowie1

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *