“Il Grigio” di Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Recensione di Giulia Citron

Recensione di Giulia Citron

Giorgio Gaber – Sandro Luporini, Il Grigio, Einaudi, 2003

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Tutti abbiamo bisogno di qualcuno o qualcosa che non faccia addormentare i nostri dubbi”.
Perfettamente descritto da Gaber, questo è forse il punto chiave di tutto l’ironico monologo.
In meno di cinquanta pagine è racchiuso lo scorcio di vita di un uomo senza nome, il quale decide di scappare dalle difficoltà giornaliere e dalla volgarità della società che ormai sembrano opprimerlo senza rimedio. Si trasferisce così in una nuova casa, da lui definita “oasi”, in una tranquilla campagna.
La pace che pare instaurarsi si rivela solo un’illusione: egli comincia a sentire dei piccoli rumori, fruscii quasi impercettibili. Dando la colpa alla stanchezza decide di coricarsi, per poi scoprire il giorno successivo che si tratta di un topolino. La notizia sembra rasserenarlo, perché “meglio un topo che un fantasma; un topo è alla mia portata”.
Inizia in questo modo una lotta comica che, nonostante il protagonista ancora lo ignori, si protrarrà per giorni, trascorsi in cerca di una strategia per uccidere l’animale.

Questo piccolo topino diventa però una parte sempre più importante della sua vita, fino a trasformarsi nella principale attrazione delle sue giornate. Si instaura un particolare, ed inesorabile, rapporto, tanto che all’animale verrà affibbiato l’appellativo “Il Grigio”.
Pare, dalle parole narranti del protagonista, che Il Grigio diventi ogni giorno più audace, spingendosi fino al limite della provocazione ma riuscendo sempre a fuggire.
Questa situazione inconcludente in cui si ritrova, accompagna il protagonista verso uno stato pressoché delirante, fino al punto di ritrovarsi a conversare con il topo e, per contro, con se stesso.
Costretto a guardare in faccia la realtà, ad ammettere le proprie debolezze e l’incapacità di amare, capisce che la sua vita non è stata altro che un susseguirsi di fallimenti perfettamente travestiti da un’effimera felicità.

Il protagonista arriverà infine a comprendere che nessuno può vivere bene senza il suo personale Grigio, un nemico tanto invincibile quanto necessario a non farci adagiare sulle nostre presunte sicurezze, che non faccia addormentare i nostri dubbi.

L’esperienza del Grigio lo ha profondamente cambiato, tanto che, partendo da questa affermazione:“Bisognerebbe essere capaci di tirar fuori l’intolleranza e il disprezzo che dovrebbe avere un Dio che guarda residui di persone che appaiono, ma non esistono”, arriverà alla fine a concludere.

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