Mahmoud Darwish, uno dei più amati poeti del mondo arabo. Di Maria Rosaria Danna

Di Maria Rosaria Danna

Mahmoud Darwish, uno dei più amati poeti del mondo arabo

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Mahmoud Darwish, uno dei più amati e rappresentativi poeti del mondo arabo, nel cantare l’orgoglio e la difficoltà dell’essere arabo in Palestina e nel pianeta, ha assunto un ruolo di riferimento collettivo per il suo popolo e merita, senza dubbio, la notorietà anche nel mondo occidentale.
Palestinese, Darwish nasce nel 1941 ad al-Birwa, villaggio della Galilea poi distrutto dalle truppe israeliane durante il primo conflitto arabo-israeliano e quindi oggi inesistente. Per sfuggire alle persecuzioni sioniste, si trasferisce con la famiglia in Libano, ma poi rientra in patria, ormai parte dello Stato d’Israele, da clandestino.

Proprio per la sua clandestinità, ma anche per il carattere combattivo della sua poesia, talvolta declamata in pubblico, Darwish subisce vari arresti, ed è costretto a vagare a lungo, non avendo alcun diritto di cittadinanza nella propria patria. Da esule dalla sua terra, vive e lavora in Unione Sovietica, Egitto, Tunisia, Libano, Giordania, Cipro e Francia. Sempre impegnato nella sua attività intellettuale, poetica e giornalistica a favore della causa palestinese, nel 1987 viene eletto nel Comitato Esecutivo dell’OLP e partecipa alla redazione del testo della Dichiarazione d’Indipendenza dello Stato Palestinese. Soltanto nel 1996, dopo 26 anni di esilio, il poeta riesce ad ottenere un permesso per una breve visita alla sua famiglia nello Stato d’Israele. E così ancora in esilio, nel lontano Texas, a Houston, Darwish si spegne nel 2008.
La sua produzione lirica esprime la condizione assurda e dolorosa dell’ “alieno”, dell’ “ospite illegale” nel proprio paese, nonché il dramma dell’esilio, quello che Dante e Foscolo hanno fatto conoscere a noi Italiani, la sofferenza del vivere da “profugo”, del fuggire “di gente in gente”, straniero e senzaterra. Nei suoi versi, tuttavia, non c’è umiliazione, né disperazione, né resa. A testa alta il poeta palestinese esorta alla resistenza, alla speranza, alla costruzione del futuro:

Con il ferro incatenarono la bocca
al sasso della morte legarono le mani,
gli dissero: Assassino!
Gli tolsero il cibo, gli abiti, le bandiere,
gettarono il corpo nel ventre della morte
gli dissero: Ladro!
Bandito da ogni porto
gli tolsero la sua piccola amata
gli dissero: Profugo!
Oh sangue mio
degli occhi e delle mani
breve è la notte
piccola la cella
e poco resiste il ferro!
Nerone è morto, Roma non muore.
Con lo sguardo uccide!
La spiga muore
La valle inonda il grano.

La poesia di Darwish racconta il peso dell’oppressione e l’orrore della guerra che distrugge, annienta, falcia giovani vite:

(…)Le nostre perdite: da due a otto martiri
giorno dopo giorno.
e dieci feriti.
e venti case.
e cinquanta ulivi…
aggiungeteci la perdita intrinseca
che sarà il poema, l’opera teatrale
la tela incompiuta.
Una donna ha detto alla nube: copri il mio amato
perché ho le vesti grondanti del suo sangue.
Se non sei pioggia, amor mio
sii albero
colmo di fertilità, sii albero
se non sei albero, amor mio
sii pietra satura d’umidità, sii pietra
se non sei pietra, amor mio
sii luna
nel sogno dell’amata, sii luna
– così una donna che dava sepoltura
al figlio –
o ronde della notte!
non siete stanche
di spiare la luce nel nostro sale
e l’incandescenza della rosa
nella nostra ferita
non siete stanche, ronde della notte?
(…)

e nel contempo grida il forte, granitico orgoglio dell’origine, dell’identità nazionale:

Ricordate!
Sono un arabo
E la mia carta d’identità è la numero cinquantamila
Ho otto bambini
E il nono arriverà dopo l’estate.
V’irriterete?
(…)
Ricordate!
Sono un arabo,
Ho un nome senza titoli
E resto paziente nella terra
La cui gente è irritata.
Le mie radici
furono usurpate prima della nascita del tempo
prima dell’apertura delle ere
prima dei pini, e degli alberi d’olivo
E prima che crescesse l’erba.
Mio padre… viene dalla stirpe dell’aratro,
Non da un ceto privilegiato
e mio nonno, era un contadino
né ben cresciuto, né ben nato!
Mi ha insegnato l’orgoglio del sole
Prima di insegnarmi a leggere,
e la mia casa è come la guardiola di un sorvegliante
fatta di vimini e paglia:
siete soddisfatti del mio stato?
Ho un nome senza titolo!
Ricordate!
Sono un arabo.
E voi avete rubato gli orti dei miei antenati
E la terra che coltivavo
Insieme ai miei figli,
Senza lasciarci nulla
se non queste rocce,
E lo Stato prenderà anche queste,
Come si mormora.
Perciò!
Segnatelo in cima alla vostra prima pagina:
Non odio la gente
Né ho mai abusato di alcuno
ma se divento affamato
La carne dell’usurpatore diverrà il mio cibo.
Prestate attenzione!
Prestate attenzione!
Alla mia collera
Ed alla mia fame!

Il suo è uno strenuo canto di lotta:

Potete legarmi mani e piedi
togliermi il quaderno e le sigarette
riempirmi la bocca di terra:
la poesia è sangue del mio cuore vivo
sale del mio pane, luce nei miei occhi.
Sarà scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro
La canterò nella cella della mia prigione, al bagno, nella stalla, sotto la sferza, tra i ceppi nello spasimo delle catene.
Ho dentro di me un milione d’usignoli
Per cantare la mia canzone di lotta.

ma anche un invito all’altruismo, all’interesse e all’impegno per l’ “altro”, invito che sgorga proprio da un’accorata e sofferta riflessione sulla miseria umana:

Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.
Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.
Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre dormi contando i pianeti, pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio.

Il tema della guerra e dell’esilio si intreccia, nella produzione lirica di Darwish, con la tematica amorosa. Più volte nei suoi componimenti egli fa riferimento a una “piccola amata” che il conflitto arabo-israeliano e la conseguente fuga dalla sua terra “gli tolsero”. La “piccola amata” non era semplicemente una metafora dell’adorata Palestina. Assolutamente no: si trattava di una donna. Ebbene sì, il giovane Mahmoud era innamorato di una ragazza ebrea, Tamar Ben Ami, sua compagna nel partito comunista, la cui identità è stata sempre celata dal poeta e solo di recente è stata rivelata dalla donna stessa. Tamar Ben Ami è la Rita della poesia nota come Rita e il fucile, i cui versi, messi in musica da un famoso cantautore libanese, Marcel Khalife, sono celeberrimi in terra araba.

Fra Rita e i miei occhi si leva un fucile.
Quelli che conoscono Rita s’inchinano
e pregano la divinità che risplende nei suoi occhi di miele.
Ho baciato Rita bambina,
lei si stringeva a me, lo ricordo.
I suoi capelli mi coprivano il braccio.
Ricordo Rita
come l’uccello ricorda la sua fontana.
Ah, Rita!
Tra di noi mille uccelli
mille immagini
mille appuntamenti
crivellati dai proiettili.
Il nome di Rita, festa per le mie labbra.
Nel corpo di Rita, nozze per il mio sangue.
Per due anni, mi sono perduto in lei.
Per due anni, lei si è distesa sul mio braccio,
Prestammo giuramento intorno al più bello dei calici
e uniti nel fuoco delle nostre labbra
siamo resuscitati per due volte.
Oh, Rita!
Chi avrebbe potuto sciogliere i nostri sguardi,
– tranne il sonno
o le nuvole di miele –
se tra noi non si fosse levato un fucile?
Oh, notte di silenzio!
C’era una volta…
La mia luna è calata all’alba
Lontano, in occhi di miele
E la città ha cancellato Rita e le canzoni.
Fra Rita e i miei occhi, si leva un fucile.

Rita/Tamar è il primo amore di Darwish, un amore spesso richiamato, e con dolonte nostalgia, nella sua poesia. Una passione profonda, intensa – è evidente nei versi – che è fisica e mentale, insieme felice incontro di giovani corpi e condivisione di ideali, speranze e sogni. Una passione, che purtroppo si scontra con la realtà dei tempi e si interrompe nel 1967 allo scoppio della guerra. Il fucile che si leva tra Mahmoud e Rita è appunto il simbolo di una separazione forzata da eventi che i due amanti non riescono più a controllare, appartenendo alle due parti ormai incompatibili del conflitto arabo-israeliano. La loro relazione non può sopravvivere alla rigida e violenta polarizzazione innescata dalla guerra. Il poeta stesso mette fine alla relazione e così spiega, anni dopo, in un’intervista, la sua decisione: “Immaginate che la vostra innamorata tenga prigionieri i vostri compatrioti a Gerusalemme. Né il cuore né la coscienza saprebbe sopportare quest’immagine“. Darwish amerà ancora, più volte nella sua vita, ma mai riuscirà a dimenticare questo amore tenero e ardente della sua giovinezza, quest’amore rimasto in sospeso e sacrificato alla Storia.

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente.

Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.
Scrivo per lavoro e per passione.
Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui “Cultura al Femminile”.

Ho pubblicato un saggio, “Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena”, un romanzo – inchiesta, “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, “Le dee del miele”, che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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