“Prosa in zollette – Una fredda giornata d’inverno” di Luisa Sordillo

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“Prosa in zollette – Una fredda giornata d’inverno” di Luisa Sordillo

Giaceva immobile, come una giostra nel bel mezzo di un black out, braccata all’improvviso da un buio non annunciato e non prevedibile, senza messaggero tramonto. Pancia all’aria, a ricercar la stella infausta; le zampette indurite, come strette da una morsa di cemento, si presentavano senza direzione, sperduta la bussola, in ordine sparso. La coda, oscurato il sole, era come una foglia d’autunno, migrante e spaesata, senza consapevolezza alcuna.

Gli occhi aperti ma vuoti, lasciavano però filtrare la paura, il contorno infame dell’agguato in cui era caduta, l’incredulità, il tentativo vano di sottrarsi al destino.

L’avevo portata su di un palmo di mano una fredda giornata di inverno, premio ambito dei miei reconditi sogni di bambina, più volte domandato e più volte negato.

Anche io, in fondo, ero stata per lei un anelato premio: tutti conquistati dalla sua vivacità e dalla sua tenerezza di fiocco di vita, ma nessuno sufficientemente pronto a farne parte integrante delle proprie giornate e delicato bersaglio dei propri sentimenti.

Entrambe perciò ci facemmo l’occhiolino al primo sguardo, contraccambiando un affondo nel pelo incolto con una tiepida e svelta leccata sulla mano.

Era Chicca, questo il suo nome, un tenero incrocio tra un confusionario e allegro yorkshire ed un raffinato e scorbutico pechinese, di un colore talmente bello da sembrare una spiga di grano baciata dai raggi del sole, dipinta in un quadro d’autore, spennellato da dorate meches e lucenti e chiari colpi di sole, sogno di attrici e donne di classe. Il suo musetto vispo con il tartufo schiacciato, tipico del pechinese, la rendeva sufficientemente civettuola e femmina ed i suoi occhioni senza orizzonte, penetravano senza permesso dentro l’anima, facendo di quel castagno intenso un invincibile passepartout per strappare concessioni e sorrisi.

I primissimi giorni non si distingueva da un cricetino e trovava rifugio e diletto in una scarpa n. 45 che le era stata regalata come parco giochi a suo esclusivo dominio, dove esercitare ogni tipo di acrobazia e allenamento muscolare e dentario.

Ricordo ancora il primo cappottino di velluto rosso, cappa di marmo sulle sue fragili zampe e il collarino in tinta, con un campanellino che ne segnalava sempre la presenza, onde evitare misfatti indesiderati.

I momenti con lei sono indimenticabili. Rientrare a casa e vederla saltellare di gioia, irrefrenabile e con un tamburo battente al posto del cuore, assistere ai suoi rituali frenetici e alle sue inarrestabili corse per scaricare l’ansia e la paura del mio non ritorno, i suoi balletti da primadonna della Scala, leggiadra e piroettante come una trottola di seta.

In una parola, vita.

Quella che le venne miseramente portata via ancora in una fredda giornata d’inverno, cupa e piovosa, da quel destino scritto con inchiostro di uomo, brutale, impietoso, con un macigno nel petto, arido e grigio.

Un boccone avvelenato la prese per la gola, assatanandola, invadendola di fiele, logorandola fin dentro l’anima. Un’addio cruento, vigliacco, insolente.

Una lacrima che ancora scorre, la mia, nel fragore di un gesto insensato, nella mano caina che restò in silenzio, nell’ignobile muscolo di qualcuno che al battito riconduce un cuore, nella cecità di una notte subdola, in un’assenza che scava e consuma, in un amore incondizionato inciso nel cuore, in un giorno d‘inverno che non porterà all‘estate, in quell‘ultimo gemito che non dimenticherò.

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente.

Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.
Scrivo per lavoro e per passione.
Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui “Cultura al Femminile”.

Ho pubblicato un saggio, “Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena”, un romanzo – inchiesta, “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, “Le dee del miele”, che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

Un commento:

  1. Nonostante si descriva la tristezza di una perdita e soprattutto la vista della morte, la scrittura non lascia alcun dubbio sul legame di affetto profondo, vero protagonista di questa piccola storia.

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