“Hunger Games, la trilogia” di Suzanne Collins. Recensione di Chiara Minutillo

Recensione di Chiara Minutillo

Suzanne Collins, Trilogia Hunger Games: Hunger Games, La ragazza di fuoco, Il canto della rivolta, Mondadori, 2009, 2010, 2012.

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Mi chiamo Katniss Everdeen. Ho diciassette anni. Sono nata nel distretto 12. Ho partecipato agli Hunger Games. Sono fuggita. Capitol City mi odia.

Panem. Una società del futuro. Uno stato creato dai pochi esseri umani sopravvissuti alla loro folle corsa verso l’autodistruzione.

Capitol City. Una raggiante città attorniata da tredici distretti, per garantire la pace e la prosperità. Questo, prima che scoppiasse la rivolta che culminò con la distruzione del Distretto 13 e la stesura del Trattato del Tradimento, che donò leggi volte a eliminare qualsiasi futura ribellione. Donò anche gli Hunger Games. Poche, semplici regole: ogni anno, ciascun distretto avrebbe dovuto inviare a Capitol City due tributi, un maschio e una femmina di età compresa tra i dodici e i diciotto anni. I ventiquattro tributi avrebbero lottato fino alla morte in un’arena, fino a che solo uno di loro sarebbe sopravvissuto, il vincitore. Un messaggio chiaro per tutti: “Guardate come prendiamo i vostri figli e li sacrifichiamo senza che voi possiate fare niente. Se alzate un dito, vi distruggeremo dal primo all’ultimo. Proprio come abbiamo fatto con il Distretto 13.

I settantaquattresimi Hunger Games, però, sono diversi dai precedenti. La gente vuole cambiamenti e mentre a Capitol City i ricchi vedono nelle ultime azioni di Katniss le gesta di una ragazza innamorata, la gente dei distretti vede in quell’ultimo atto disperato “la sfida alla crudeltà di Capitol City”, un sistema ormai così fragile da crollare sotto una manciata di bacche. Katniss diventa quindi il simbolo di una nuova rivoluzione, la Ghiandaia Imitatrice da proteggere e seguire, la ragazza di fuoco che “ha acceso una scintilla che, se lasciata incustodita, può crescere e trasformarsi in un incendio che distruggerà Panem”. I distretti si apprestano ad insorgere nuovamente, sospinti da una forza che il Presidente Snow aveva tentato di tenere sotto controllo: la speranza.

Qualcosa di piccolo e tenue, come un fiammifero acceso, illumina l’oscurità che ho dentro.

Composta da “Hunger Games”, “La ragazza di fuoco” e “Il canto della rivolta”, la trilogia di Suzanne Collins, convoglia in un’unica storia passione politica e denuncia sociale. Dietro l’apparente distopia che caratterizza il mondo di Panem, si nasconde una descrizione delle società che, nel corso della storia, si sono susseguite e una riflessione sui loro errori, su ciò che ha portato l’umanità a scontrarsi in svariate guerre e su ciò che, al contrario, può alimentare la speranza, rendendola fonte di vita per la gente comune e pericolosa scintilla per i tiranni. Gli Hunger Games sono solo una beffa, l’ennesima prova di un potere che va oltre ogni umano limite e ogni più logica concezione, trasformando l’uomo in una belva assetata di sangue, insensibile e talmente presa da se stessa da non rendersi conto che ogni piccolo gesto di ribellione, apparentemente innocuo, altro non è che una goccia all’interno di un vasto oceano fatto di lacrime e scontentezza. La prova finale della fragilità di un sistema totalitario.

Felici Hunger Games! E possa la buona sorte essere sempre a vostro favore.

Fonte:

Recensione Hunger Games

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