Se questa è una donna – di Monca G. Alvarez

Se questa è una donna – di Monica G. Alvarez

“L’altra faccia del male – di Silvia Lorusso”

Monca G. Alvarez

Analisi al romanzo di Monica G. Alvarez.

Esistono, appartengono al genere umano, e sono femmine.

Lo hanno sperimentato sulla loro pelle gli sventurati che hanno subito le loro atrocità nei campi di concentramento.

Uomini che hanno visto nei loro occhi di donna la stessa malvagità e lo stesso sadismo dei loro colleghi di sesso maschile.

Mi riferisco alle aguzzine delle SS, le guardiane dei campi di concentramento, spesso addette alle sezioni femminili di prigionia, che hanno sviscerato quanto di più feroce è insito nella natura umana.

É difficile credere che le donne, possano essere capaci di compiere atti volti ad infliggere indicibili sofferenze sui corpi di altre donne.

Leggendo il libro di inchiesta di Monica G. Alvarez, edito da Piemme dal titolo: “Se questa è una donna”, emerge in tutto il suo orrore ciò che viene considerata una verità scomoda e imbarazzante.

Le donne possono essere altrettanto malvagie e depravate non solo come gli uomini, ma addirittura esserne orgogliose e non mostrare alcun segno di pentimento.

 A tal proposito, esaminando le dichiarazioni delle aguzzine  che sono state arrestate al termine della guerra e processate, si nota come nessuna abbia mostrato alcun segno di pentimento in merito al loro terribile “operato”.

La maggior parte ha negato, pur di fronte alle testimonianze più crude, oppure ha semplicemente ammesso che si trattava solo di “dovere”.

Questo riferimento ad eseguire gli ordini e ricorrere ai mezzi più cruenti per tenere a bada i detenuti e le detenute nei campi di concentramento, mi riporta alla filosofa Hanna Harendt, che nel suo concetto di “banalità del male” circa i torturatori maschi nazisti, ha espresso come giustificassero il loro atti con una semplice ammissione di zelo al proprio dovere.

Un processo di totale disumanizzazione, perpetrata con devastante consapevolezza, nei confronti dei deportati che passavano dal ruolo di persone a bestie senza identità e senza storia.

É sconcertante ciò che riferirono nel corso dei processi queste aguzzine, cito Ilse Koch, guardiana al campo di Buchenwald, moglie del comandante SS karl Koch.

Soprannominata la “volpe di Buchenwald” o “cagna di Buchewald” ha assassinato circa 5.000 prigionieri e la sua tortura preferita consisteva nell’ordinare lo scorticamento di pelle umana tatuata con cui fare paralumi per la sua collezione.

Al primo processo celebrato il 10 luglio 1947, ebbe la sfacciataggine di affermare:

Non ho mai preso in considerazione la possibilità di essere processata, perché non ho ma commesso nessuno dei crimini di cui sono stata accusata”.

La giustizia trionfò e venne condannata all’ergastolo e i lavori forzati.

Era una donna molto bella, dai lunghi capelli rossi e dotata di fascino della seduzione, non le mancava nulla.

Eppure frustava personalmente fino alla morte i prigionieri senza un briciolo di pietà.

Dorothea Binz ebbe il ruolo di SS-Oberaufseherin (sovraintendente) nel campo di concentramento femminile di Ravensbruck.

Ha sulle spalle la morte di circa centomila persone tra donne e bambini.

Dorothea Binz

Dorothea Binz

Era soprannominata “la guardiana delle barbarie”.

Durante il processo in cui le si chiedeva di rispondere sui maltrattamenti inflitti alle detenute, rispose:

Credo che preferissero questo all’essere private del cibo, o altro”.

Nella sua mente contorta le detenute e i bambini preferivano essere frustati e torturati da lei e le sue complici, e per finire spediti nelle camere a gas, piuttosto che non avere cibo.

Come se lo avessero il cibo!

Unica consolazione:  morì sulla forca.

Molte sono purtroppo queste donne, mediocri nella vita, che si trasformavano in belve sanguinarie.

Dalle loro biografie si evince l’ordinarietà delle loro vite, lavori umili o semplicemente mogli di qualcuno nelle SS. Nessuna ambizione, nessuna cultura, entrate a far parte di un ingranaggio sanguinario con il miraggio della buona paga che le SS promettevano.

Terribili nella loro normalità, devastanti in merito alla metamorfosi che avveniva in loro una volta ottenuta la carica di responsabili e sorveglianti dei campi di detenzione e quindi di quelle povere vite.

Personalmente non credo che le condizioni di potere che veniva loro conferito sia stato l’elemento della crudeltà che hanno dimostrato, ritengo piuttosto che il sadismo, la vigliacca cattiveria scorressero fin dalla nascita nel loro sangue, e che la consapevolezza di totale impunità di ogni loro atto abbia avuto la meglio.

Belve di nascita, demoni oscuri nelle viscere. E purtroppo, femmine.

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Titolo: Se questa è una donna: Il racconto dell’altra faccia del male
Autore: Monica G. Alvarez
Editore: EDIZIONI PIEMME (19 gennaio 2016)

Sinossi:

Umiliate, torturate, maltrattate.

Denutrite, annichilite dalla violenza.

La fame e la paura, gli occhi vuoti e il grembo freddo.

Le prigioniere dei campi di concentramento e sterminio nazisti hanno strappato a Primo Levi il grido “Considerate se questa è una donna.”

Ma le recluse non erano le uniche donne in quegli inferni sulla terra.
Benché i loro nomi siano meno noti di quelli dei loro sanguinari complici, come Mengele, Himmler, Goebbels, furono molte e non meno crudeli le donne che hanno lavorato nei campi e si sono applicate spesso con più accanimento degli uomini a infliggere torture e morte.

Maria Mandel, la “bestia di Auschwitz”, amava prendere a calci sul viso i prigionieri.

Ilse Koch, la “cagna di Buchenwald”, si faceva confezionare paralumi con la pelle tatuata delle sue vittime.

Hermine Braunsteiner è responsabile di almeno 200.000 morti.

E sono solo alcune.
Non tutte erano povere, molte erano spose, madri, lavoratrici.

Potevano scegliere.

E hanno scelto deliberatamente il male.

Per senso del dovere, per obbedienza, “per assaporare”, come ha detto una di loro.

“il potere, la superiorità, il diritto di decidere della vita e della morte delle detenute.”

Nessuna di loro si è pentita.
Sulle atrocità commesse da queste donne su altre donne la storia è stata a lungo reticente, quasi imbarazzata.

Chi dà la vita può scendere all’abiezione più pura senza esservi costretta?

Nei ritratti di alcune di loro, la terribile risposta.

tratto da: https://bambolediavole.wordpress.com/2016/02/24/laltra-faccia-del-male/

 

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