“Il talento della malattia” di Alessandro Moscè. Recensione di Mirella Morelli

Recensione di Mirella Morelli

Alessandro Moscè,“Il talento della malattia”, Avagliano Editore 

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Adesso è la malinconia, paradossalmente, che mi tiene agganciato alla storia del mio male e dell’incredibile guarigione. In un certo senso è come se fossi rimasto un adolescente. Ma l’adolescenza, solo l’adolescenza, è un’età eterna. Uno scrittore non può diventare mai un adulto fino in fondo, perché sarebbe banale nel suo conformismo. L’adolescente, invece, è sempre fiero, invulnerabile, trasgressivo.

E’ strano come tutto cambi, divenendo straordinario, allorché ci si accinga a fare la recensione non di uno scrittore fra i tanti, ma di un uomo che a vari titoli si è avuto modo di incontrare. In ogni caso nulla, assolutamente nulla ha più dell’ordinario quando si tratta di Alessandro Moscè, scrittore-poeta-giornalista che vive a Fabriano, nella mia piccola città, e soprattutto del suo romanzo autobiografico, “Il talento della malattia”.
Conoscere l’uomo, oltre che lo scrittore, significa intrecciare emozioni ad altre emozioni, e mai come in un romanzo del genere il rischio sembrerebbe essere quello della perdita di obiettività.
Ma gli amici di Cultura al Femminile ormai sanno come io scriva e recensisca soltanto ciò che più mi ha colpito; e lo scrittore in questione è talmente affermato (il libro di cui sto parlando è ormai alla sua terza edizione, ed è stato tradotto in molteplici lingue) che non ha certo bisogno di un mio piccolo scritto agiografico!
A muovermi è stato il sapere che tra pochi mesi verrà pubblicato il suo prossimo romanzo, dal probabile titolo “L’età bianca“, un proseguo di questa particolarissima storia; galeotta, inoltre, anche la lettura di una bellissima intervista di Laura Margherita Volante, da cui è tratta la citazione iniziale di questo feedback. Insomma, ho ripreso in mano “Il talento della malattia”, l’ho sfogliato di nuovo, mi sono soffermata una volta di più su alcune righe sottolineate (Lettera a Giorgio Chinaglia, 16 ottobre: “Giorgio non te ne andare, almeno tu. Fammi un goal, dinne una delle tue, lancia una bordata con la tua gamba destra, con la tua bocca di fuoco. Mi sto aggrappando a te e continuo a resistere …Caro Giorgio, in ospedale si muore ed ho solo tredici anni. So che tu mi diresti qualcosa di confortante se fossi qui. Spalle curve, da solo sotto il vento, perché vincevi da solo”). Ed ho ripensato a tutte le domande che indirettamente lo scrittore si pone, e ci pone. Per esempio…
Per esempio, cos’è che ci rende sfrontatamente invincibili mentre, adolescenti in un letto d’ospedale, assistiamo sgomenti alla morte di altri adolescenti colpiti dal nostro stesso implacabile male? Cos’è che ci fa aggredire a morsi la malattia, ricacciandola nel nulla, ferreamente convinti che nulla può vanificare la nostra voglia di vivere? E davvero una passione, un mito, un’Idea -come in questo caso il calciatore bomber di una Lazio vincente, Giorgio Chinaglia – possono fare il miracolo?
Oppure è merito solo della nostra mente, della nostra natura guerriera e combattente che, di fronte ad un destino infausto, mai vorrà alzare bandiera bianca?…
Il talento della malattia” è un romanzo appassionato, una storia delicata e struggente al tempo stesso che ci costringe a metterci di fronte a noi stessi ed alla nostra anima; è un grido di battaglia, un inno alla vita ed alla voglia di non arrendersi mai, nemmeno di fronte a quello che perfino la Medicina dichiara “Impossibile”. Con questo forte messaggio va letto, ed introiettato.
Lui, Alessandro Moscè, ce lo racconta con scrittura lucida, impeccabile e pur tuttavia coinvolgente, intima come solo una lirica. Perchè oltre che raccontare la sua storia lui sta facendo il suo mestiere di poeta prima ancora che di scrittore: poeta della vita e dei luoghi a lui cari -come traspare dalle numerose raccolte di poesie, e da quel suo struggente verso “Sei nel mio giro di vento” che ce lo hanno reso caro.
Non si esce indenni dalla lettura del suo romanzo di vita, proprio come lui non è uscito indenne dal miracolo della sua malattia sconfitta, evento che ha fermato per sempre nell’anima un’età adolescente, sfrontata e guerriera, impavida nell’atteggiamento, perdutamente innamorata di una vita che è biologicamente in movimento eppure per sempre ferma lì, a quell’istante di immortalità in cui gli viene detto: tu non morirai più.

Il romanzo di un uomo, di una provincia marchigiana dei nostri tempi, di un mito calcistico e, come cantava un cantautore, di una “santa voglia di vivere”.

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile".Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

Un commento:

  1. Complimenti per la tua recensione profonda e appassionata, di un libro emozionante!

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