Uno fra tanti modi di essere mamma – II tappa

Uno fra tanti modi di essere mamma – II tappa

di Erika Zerbini

essere mamma

Bentrovata, cara amica.

Questo è il secondo appuntamento del viaggio in una delle infinite maternità che esistono, trovi il primo cliccando qui.

Siamo tutte qui.

Ognuna con il proprio trofeo, più o meno in evidenza, e la cartella clinica sottobraccio. Tutte ordinatamente sedute, come a scuola per un richiamo dal preside. Qualcuna sfoglia una rivista, con l’espressione vaga e compiaciuta di chi sa che la passerà liscia. Qualcun’altra, invece, se ne sta a testa bassa, con le mani serrate in un intreccio nervoso. Come se dietro quella porta color pastello ci fosse davvero la minaccia di un’espulsione.

Siamo tutte madri nell’attesa di un’ecografia.

L’hai riconosciuta?

E’ Simona Sparaco, Nessuno sa di noi, un libro che se ancora non hai letto, ti consiglio.

Siamo tutte madri in attesa di un’ecografia.

Proprio così: fuori da quella porta siamo tutte madri, poi entriamo… e non tutte ne usciamo ancora madri.

Il 30%, dicono le stime più ottimiste, ma c’è chi dice che sia una cifra piuttosto al ribasso.

Non voglio spaventarti, affatto, vorrei invece che tu non ti trovassi persa e ignara come si trovano quasi tutte, me compresa.

Accade così, accade che il peggio si immagini solo come una cifra e quando una cifra non è percepita troppo alta, allora si ha la sensazione che il peggio appartenga a qualcun altro, finché quel qualcun altro diventiamo proprio noi.

Ecco, se ti trovassi proprio in quella parte nefasta della statistica, vorrei che tu sapessi che non sei sola. Affatto.

Oppure, se hai la grande fortuna di appartenere alla maggiornza, vorrei che non conducessi la tua esistenza completamente all’oscuro di cosa sia quell’esperienza.

E’ proprio a te che mi rivolgo, a te che non comprenderai mai davvero cosa significhi entrare madre in una stanza in penombra e uscire da lì appena femmina, affetta dall’ingombro di un mucchio di cellule prive di vita.

La nostra società ha un grave problema col dolore: non lo accetta, non lo ammette, non lo sopporta.

Così, ciò che causa sofferenza, difficoltà di comprensione, ciò che si fa fatica a sostenere e sopportare, semplicemente lo si evita, lo si ignora, lo si sminuisce, lo si nega.

Sarebbe duro da sopportare se ti dicessi che per ogni cento coppie che concepiscono un bambino, almeno trenta non lo vedranno crescere?

Immagino che lo sia, almeno per me è duro da sentire. Eppure, pur sforzandomi di ignorare la realtà, essa purtroppo non scompare, né cambia.

Forse allora, sarebbe più proficuo conoscerla, poiché a fronte di tali percentuali, è molto facile che chiunque di noi incontrerà almeno una famiglia costretta a quell’esperienza.

Quelle famiglie concepiscono un bambino e non lo vedranno crescere.

Però lo sentiranno crescere nelle loro vite, nella loro immaginazione, nella loro casa. Alcuni di loro faranno in tempo a fare spazio fra le loro cose, fra i loro pensieri, riorganizzeranno le loro vite per trovarsi pronti. Alcuni di loro lo vedranno crescere nelle curve della mamma e lo vedranno nascere. Alcuni di loro lo sentiranno respirare e poi più nulla. Alcuni di loro si addormenteranno e al risveglio sarà tutto finito.

Ma non è tutto finito.

Un’altra vita, invece, è appena cominciata: una vita senza.

Queste famiglie devono fare un grande sforzo: devono rivedere i progetti, i sogni, le aspettative. Devono riorganizzare lo spazio, dentro e fuori di loro. Devono trovare lo spazio per qualcuno che c’è stato e non ci sarà mai più.

Che fatica!

Una gran fatica anche perché facilmente, le persone inconsapevoli di cosa sia questa esperienza, li osservano straniti interrogandoli:

Perché soffri per qualcuno che non c’è mai stato?

Perché non ti concentri sul futuro?

Perché ti fai del male rimuginando su un mucchio di cellule?

Capisco perfettamente da dove vengano queste domande: vengono da quella gran paura che c’è del dolore. Vengono dalla difficoltà di pensare che quel mucchio di cellule fosse davvero un figlio. Vengono dal bisogno che c’è di non confrontarsi con la sofferenza degli altri. Una sofferenza che non si sa come lenire, né come condividere.

Sai, quella è una sofferenza che nessuno può lenire. Chi non c’è passato nemmeno può davvero comprenderla, però la può accettare. Tu potresti provare ad accettarla esattamente come è, per come ti è raccontata. In fondo è questo di cui noi, famiglie mutilate, abbiamo bisogno: raccontarci, poterci esprimere, non essere giudicate, essere accolte, essere accettate.

Non devi farti carico della nostra sofferenza, affatto, quella sappiamo sopportarla bene da soli, ma potremmo farlo meglio e più serenamente, se tu ci accettassi così come siamo, anche con questa parte della nostra storia, e ci regalassi un sorriso, un abbraccio, seguito una semplice espressione:

Condoglianze.

Noi staremmo meglio e sono certa che anche tu smetteresti di sentirti a disagio trovandoti in nostra compagnia.

Ti ringrazio per il tuo paziente ascolto… so che sto affrontando un argomento delicato e doloroso, per tutti, ma il fatto che tu sia qui e te ne stia interessando, sono certa che farà la differenza.

Per ora ti abbraccio e ti saluto: ci ritroveremo presto, se vorrai.

Trovi la III tappa cliccando qui.

3 commenti:

  1. Articolo che coglie con tutta la sensibilità e realisticamente, la portata di una esperienza dolorosa e purtroppo frequente, e quanto essa sia ignorata. Ci sono famiglie che affrontano questo lutto, questa perdita e anche più di una volta. Nessuno ne parla. Qui si’ e con profondità. Bellissimo articolo.

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