“Ricordi di scuola lontani …”. Ilaria Biondi

Settembre 1980. Una polaroid un poco sfocata ritrae una bimbetta sorridente che indossa un grembiule nero con colletto bianco e fiocco rosa, portato con orgoglio. Tiene saldamente fra le mani una cartella azzurra con dei fiorellini bianchi, rossi e gialli. Porta frangetta e caschetto, ma qualche ciuffo capriccioso svolazza impertinente impigliandosi alla brezza soffice di fine estate. Il mio primo giorno di scuola si è rintanato, sonnecchioso e colmo di gioia, dentro quel pezzo di carta lucida e colorata, con il suo profumo di torta macchiata, il tepore dolce di una tazza di latte, il bacio emozionato della mia mamma, le pagine ancora candide del quaderno a quadretti.

Una piccola scuola di montagna, a metà strada fra quella di Heidi e quella della Casa nella Prateria. Cinque anni a rincorrere nuvole a passi svelti e curiosi, fra piccole cadute, arditi entusiasmi e acerbi batticuori.

Due stanze riscaldate con la stufa a cherosene, che emana un puzzo confortevole e familiare.

Pochi scolari, suddivisi in due pluriclassi. Ad accogliere le nostre paure, insicurezze e piccole grandi scoperte le maestre Silvana e Giuseppina, che vigilano su di noi, ci accudiscono, ci proteggono, ci accompagnano per mano nei giorni di vento e di azzurro.

Si va a scuola a piedi, con la cartella sulle spalle. Mio fratello e io siamo accompagnati dal fedele Fufi, che ci precede di qualche passo e di tanto in tanto si avvicina alle nostre gambe miagolando e strusciandosi sornione.

La bidella Quartina, impeccabile nei suoi golfini color pastello e con la sua chioma biondo cenere dalle onde perfettamente impettite, ci fa salire le scale, ci apre l’uscio e ci fa accomodare, ognuno al proprio banco. In pieno inverno, quando la neve si accuccia morbida sui tetti e sulle strade, corteggiando con il proprio scialle scintillante ogni granello di terra, Quartina si leva di buon’ora e, con gesti rapidi di consumata sapienza, spazza i gradini e il cortile antistante la scuola, per farci dono del suo buongiorno di sole.

Le ore scivolano liete fra quelle pareti punteggiate dei nostri scarabocchi incerti, i giorni canticchiano come timide rondini, i rami si scuotono dal gelido abbraccio dell’inverno e nuove primavere riportano lucide gemme e un cielo chiaro cosparso di sogni.

Uno scorcio di prato sul retro della scuola ci vede scorrazzare e sudare nei lunghi e pigri minuti dell’intervallo senza campanella. Le maestre ci sbirciano da lontano, felici dei nostri giochi in libertà. Nessuna staccionata né recinzione a delimitare il nostro spazio di gioco. Sono i cespugli di biancospino e alcuni giovani alberi di quercia a difendere le nostre corse e il nostro pallone dai pericoli della strada.

Un vecchio ippocastano, dal tronco solido e dalle fronde maestose, veglia sui nostri respiri e pensieri e custodisce silente, lassù vicino all’arcobaleno, il segreto di un piccolo nido.

Nel cortile si gioca ai Quattro Cantoni e ci si lascia rapire dal fremito caldo delle giornate di sole e dai colori lucenti delle corolle che si dondolano lente nella piccola aiuola: i tenaci nontiscordardime, il giallo flebile della primula, il fruscio impaziente della viola, il regale narciso, l’antico tulipano. Quando l’eccitazione del gioco giunge al suo culmine, capita di inciampare e ruzzolare a terra. Le  ginocchia diventano ruvide scorze imperlate di rosso, ma non c’è posto per le lacrime! Ci si bagna di nascosto le dita con la saliva, si strofina la punta dell’indice sulla pelle bruciante e si conclude la grossolana medicazione con una vigorosa passata di stoffa della manica sulla ferita. Ora rimane solo da sperare che la maestra prima e la mamma poi non si accorgano del misfatto …

Corrono i giorni e la mano, dapprima tremolante, diventa presto amica inseparabile della penna. Riempio di svolazzi acerbi pagine e pagine, orgogliosa di avere scoperto il misterioso scrigno della parola. Non ho il talento del disegno, per me la figura umana si riduce a un cerchio con tante buffe stanghette. Però amo le faville colorate che magicamente fuoriescono dalla punta di pastelli e  pennarelli e mi diverto a ripetere nei quaderni l’infinito gioco stilizzato delle cornicette, piccole muraglie di fantasia geometrica che racchiudono entro le loro sponde rosse, verdi, azzurre e gialle i sudati numeri dei primi problemi.

I mesi si rincorrono e al sopraggiungere delle festività principali siamo tutti in fermento per organizzare la recita scolastica. Ogni volta è una piccola sfida: preparare i costumi, imparare la parte a memoria, allestire le scenografie. Lavoriamo con materiali poveri: carta, tempere, legno, muschio, pietre, stoffa di recupero. A cucire insieme gli scampoli sono la maestria delle nostre mamme e la fantasia che corre sulla punta del loro ago. Nella nostra aula si ergono, come per magia, torri di castelli, boschi fatati, montagne limpide, navi che veleggiano intrepide. Come dimenticare la mia prima prova “teatrale”? Mi ritaglio il ruolo della vecchina ne “Il tamburino torna dalla guerra” e per calarmi bene nel personaggio recito con una noce sotto la lingua, che mi fa emettere suoni sibilanti come se fossi sdentata. Vincendo la mia ritrosia e timidezza, alla fine dello spettacolo mi inchino davanti al pubblico dei genitori e dei nonni che mi applaudono esultanti e festosi. Una claque da far invidia a un’attrice consumata. E dopo le fatiche del palcoscenico, la giusta e meritata ricompensa a suon di zucchero, burro e crema. Il grande tavolo di legno che campeggia al centro dell’aula si trasforma in un sontuoso banchetto da re: crostate, ciambelle, bocconcini al cioccolato, frittelle alle mele, panini di biscotto riempiti con crema al dolceamore, il busilàn preparato seguendo scrupolosamente la ricetta tradizionale di famiglia. La mamma mi guarda, felice e divertita, e reclama un bacio al sapore di vaniglia!

Ogni giorno è un piccolo universo che si dischiude. Numeri, parole, segni, suoni. Quaderni da riempire. Libri da scoprire. Mondo da sfogliare. L’alfabeto della vita. Le nostre maestre amano il piccolo borgo dove viviamo e ci accompagnano nella scoperta delle sue inesplorate ricchezze e umili bellezze. Il nostro sguardo si leva stupito al volo invisibile dell’elegante tortora e della gracile upupa. Le nostre dita ritrovano sulla ruvidezza della corteccia la carezza del muschio e l’irregolare contorno del lichene. Ascoltiamo rapiti il mite e odoroso muggito delle stalle. Gettiamo briciole di pane ai pesciolini che popolano il laghetto artificiale alle porte del paese, mentre spiamo curiosi i movimenti dei minuscoli girini. Percorriamo i sentieri d’ombra nel folto della pineta, a respirare le trasparenti gocce di resina sospese al tronco degli abeti piantati dai nostri nonni. I pensieri aggrappati alle stelle, le mani affondate nella terra. I nostri passi ritrovano le nostre radici.

Anni che sfogliano come petali, e non puoi arrestarli. Ma il loro bianco profumo di buono e di pulito, di acacia e gelsomino, è stupore di luce che fa vivere il cuore, è voce d’incanto che si leva nelle vene e trepidante affida ai giorni nuovi l’oro sottile e misterioso del cielo d’infanzia.

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