Generazione di impauriti coraggiosi: romanzi sui trentenni

Generazione di impauriti coraggiosi: romanzi sui trentenni

 di Emma Fenu

 

Nipoti di valori tradizionali impastati nella farina della memoria.

Figli di ideali politici consumati con il pane appena sfornato e condito di futuro.

Uomini e Donne destinati a sbriciolare resti ammuffiti e ad imparare a mischiare gli ingredienti per tentare una ricetta inedita.

Nel forno della Storia, la generazione dei trentenni (non ancora quarantenni o appena tali, ancora interdetti davanti alle candeline che illuminano la torta e la strada percorsa) si imbratta di farina e strutto, ma il fuoco è sempre troppo fioco perché si formi una crosta che protegga la mollica.

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Negli anni Settanta si voleva cambiare il mondo e lo si faceva, andando a destra o a sinistra, urlando contro un cielo sempre più vicino e sempre più a misura d’uomo: si potevano sfiorare, le nuvole, allora.

Allora, quando la Storia la si sentiva calda e duttile fra le mani.

Allora, quando il vento non devastava i campi di grano, ma spargeva lontano semi che sarebbero germogliati e avrebbero elargito il frutto della libertà.

Ma tutto marcisce, se non viene colto quando il tempo è propizio.

E tutto diventa indigesto, se ne si abusa o urticante se non si è avvezzi a mangiarlo.

E tutto diventa insapore se contaminato da sostanze che mirano alla quantità a scapito della qualità.

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C’è un filone letterario italiano molto interessante che raccoglie le testimonianze di una generazione di trentenni che non ha altre pretese che di raccontarsi e instaurare un ponte di parole fra passato e futuro. Ho letto, nell’ultimo anno, almeno una decina di romanzi che presentano, nella diversità, interessanti punti di contatto.

Lo stile infrange spesso le regole canoniche, coniugando flusso di coscienza, anacoluto, espressioni proprie del parlato, o addirittura dialettali o gergali, con un uso a volte convulso delle figure retoriche e dell’interstestualità. Il periodare è secco e diretto o contorto e angosciante: si passa dal tavolo dell’autopsia al labirinto emozionale e sintattico.


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Le storie iniziano facendo riferimento ai mitici anni ’80 e ’90, quando noi, che oggi senza cellulare ci sentiamo smarriti, abbiamo giocato in strada; tirato calci al pallone in campi non regolamentari; imparato ad attraversare la strada a cinque anni, dando la mano al fratellino o al figlio del vicino di casa; lenito ginocchia sbucciate e labbra screpolate con i rimedi della nonna; cantato a squarciagola le melodie di Cristina D’Avena mentre sfrecciavamo in bici in due, aggrappati e fiduciosi.

C’è un’infanzia quasi mitica di cui si va fieri, perché noi il passato pre-tecnologico lo abbiamo attraversato prima di svettare (alcuni di poco) sopra il metro e mezzo.

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Le storie proseguono descrivendo le fasi di un’adolescenza distratta dal macrocontesto perché totalmente rivolta a sé; sono gli anni in cui il corpo diventa protagonista con le sue imperfezioni. Troppi brufoli, cosce grosse, seno piatto, spalle strette, capelli crespi, braccia dinoccolate.

In questa dimensione da crisalide, mentre si sognano ali di farfalla per volare e perdersi nell’aria soleggiata o nella notte umida, si ricalcano le orme della generazione che ci ha partoriti: organizzazione furtiva di “indianate” al chiaro di luna; scoperta, a volte dolorosa, dell’amicizia e dell’amore; comunicazione tramite musica; ma anche consumo di sesso – alcol – droga e non per cambiare il mondo, come allora, ma perché il mondo fa troppo schifo e resta come è, alieno e alienante.

E, se ci sente troppo soli, basta un click per avere tutto a portata di mano e ritrovarsi in mano nulla.

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Eppure, questa generazione di trentenni che non si vergogna della paura ha dimostrato coraggio.

Coraggio di crederci in un mondo migliore laddove altri, spavaldi, avevano fallito.

Coraggio di continuare laddove altri, ammirevoli, avevano vinto, consegnandoci il trofeo.

Coraggio di vedere che i coetanei al governo sono come quelli che li hanno preceduti.

Coraggio di essere padri e madri, se pur additati come eterni figli bambini.

Coraggio di studiare e collezionare riconoscimenti professionali e accademici che sono, paradossalmente, poco spendibili in un Paese dove trovare lavoro è una sfida contro tutto.

Coraggio di partire, con nostalgia e entusiasmo, perché il mondo forse non immaginiamo di cambiarlo, ma lo vogliamo mangiare, come nuovo pane speziato, per nutrici di storia e alimentare il fuoco del forno del futuro.

«Non cerco gloria, pane, né compassione. Ma vi chiedo in ginocchio: datemi qualche certezza». Giovanni Papini

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Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile".Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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