“Wangari Maathai. Il sorriso che sconfisse il vento”. A cura di Chiara Minutillo

A cura di Chiara Minutillo

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Abbi cura della terra e dell’acqua: non ci sono state donate dai nostri padri, ma prestate dai nostri figli. (Anonimo keniota)

Occhi color dell’ebano e pelle di una dolce tonalità cioccolato, così contrastante con gli abiti colorati e i pezzi di stoffa che le trattenevano i capelli ricci. Denti bianchissimi e un sorriso che, da solo, sarebbe bastato a conquistare. Wangari Maathai non avrebbe avuto bisogno di altro che di quel sorriso, se non fosse stato per il suo essere donna in un mondo di uomini e, ancora di più, in un mondo di pregiudizi. Essere donna in Africa non era, e non è, semplice. Essere una donna dalla pelle nera nel mondo era, ed é, una delle maggiori complicazioni.
Eppure, nonostante il suo essere donna, anzi, forse proprio grazie a questo, Wangari Maathai è riuscita dove nessuno prima di lei era riuscito, aprendo infinite strade ad altri, soprattutto a altre donne. Donne come lei, discriminate, considerate inferiori agli uomini, non ascoltate, sottovalutate. Wangari Maathai è stata la donna dei record. La prima donna proveniente da una nazione centraficana a laurearsi. La prima donna, insieme a altre sette, a portare la bandiera olimpica alla Cerimonia di apertura dei giochi olimpici senza la presenza di uomini. La prima donna africana a vincere il Premio Nobel per la Pace.
Era il 1 Aprile 1940 quando, nel villaggio keniota di Ihithe, nacqua Wangari Muta Maathai, terza di sei figli e prima femmina dopo due maschi. Appartenente all’etnia kikuyu, Wangari Maathai venne al mondo in una nazione molto differente da come la conosciamo oggi. La dominazione britannica ancora non era riuscita a togliere rigogliosità e fertilità al terreno del Kenya. I campi erano ancora verdi, le stagioni ben definite permettevano di prevedere quando sarebbero cominciate le piogge monsoniche, l’acqua potabile era reperibile ovunque. I campi di mais, fagioli, frumento e ortaggi erano ben irrigati, nel suolo ricco e umido. Nonostante la povertà di molte zone rurali, come quella dove viveva Wangari, in cui le case erano costruite con il fango e prive di elettricità e acqua corrente, la fame non esisteva. Ognuno aveva il proprio appezzamento di terreno in cui piantare e da cui raccogliere cibo e merce di scambio. I più fortunati avevano anche animali da cui ricavare latte, uova e carne.
Il dominio britannico portò scompensi e disagi. Gran parte della popolazione abbandonò le tradizioni per convertirsi al cristianesimo, mentre commercianti e amministratori convincevano la povera gente a introdurre metodi agricoli e di allevamento che sfruttassero le ricche risorse naturali del paese. Le foreste vennero eliminate per sostituirle con piantagioni di alberi importati e l’agricoltura divenne estensiva e commerciale. Nella mente stessa degli abitanti del Kenya venne creato uno scisma, una divisione tra ciò che veniva insegnato in casa e ciò che gli europei volevano che imparassero. Le popolazioni locali divennero sempre più insensibili alla distruzione, vedendo in tutto quel cambiamento un segno del progresso che avrebbe dato enormi benefici anche a loro. Antiche tradizioni rimasero gradualmente in piedi solo in alcuni, piccoli villaggi.
La popolazione kikuyu, prevalentemente formata da agricoltori, godeva di un legame profondo con la sua terra di origine, legame che veniva sancito sin dalla nascita di ogni singolo individuo. Dopo la nascita di un bambino, le donne che avevano assistito al parto portavano nella casa della neomamma un casco di banane intero e con i frutti ancora acerbi, patate dolci raccolte nell’orto della donna che aveva partorito e una canna da zucchero di colore blu violaceo. Il padre, invece, sacrificava un agnello che la futura madre aveva messo all’ingrasso durante la gravidanza. Un pezzo di carne veniva arrostito assieme alle banane e alle patate dolci. Il tutto veniva poi offerto alla madre assieme alla canna da zucchero grezza. La donna masticava piccoli pezzi di quei frutti della terra keniota e versava un po’ di succo nella bocca del neonato, per sancire quel legame che il proprio figlio avrebbe sempre avuto con la propria terra, sentendosi figlio di essa.
Essendo la prima figlia femmina, Wangari divenne la seconda donna di casa. Quando aveva solo tre anni, lasciò Ihithe per trasferirsi a Nakuru, nella Rift Valley, assieme alla madre, dal momento che lì lavorava il padre come autista e meccanico nella fattoria di un colono inglese. Fu proprio a Nakaru che Wangari ebbe due sorelline. La sua vita nei campi, quindi, iniziò presto, accompagnando la mamma a lavorare e coltivare per aiutarla a badare alle due bambine più piccole.
Nel 1947 la vita di Wangari subì un altro cambiamento. I suoi due fratelli maggiori vivevano a Nyeri con uno zio per poter frequentare la scuola, dal momento che non c’erano scuole nelle fattorie dei colon, i quali non erano nemmeno interessati all’istruzione delle popolazioni locali. Il padre di Wangari non voleva più che il mantenimento dei due figli maggiori gravasse sulle spalle dello zio, pertanto decise che la moglie avrebbe dovuto trasferirsi per lavorare nei campi. C’era solo un piccolo problema: le due bambine più piccole. Serviva qualcuno che badasse a loro e chi meglio di Wangari avrebbe potuto farlo? La famiglia, quindi, escluso il padre, tornò a Ihithe, a quindici chilometri da Nyeri. Qui Wangari iniziò il suo vero rapporto con la terra, sancito alla sua nascita con quel rituale semplice e pratico proprio della sua gente. La madre le affidò un pezzetto di terra, in cui seminare e far crescere le painte. Wangari aspettava che iniziasse la stagione delle piogge e poi seminava patate dolci, fagioli, mais e miglio.
Più o meno in quel periodo, iniziò uno dei maggiori cambiamenti per il paese, genere di cambiamento contro cui Wangari avrebbe lottato per gran parte della sua vita. Il governo coloniale aveva deciso di stabilire piantagioni commerciali di alberi non locali laddove sorgeva l’enorme foresta degli Aberdare. Venne dato fuoco al bosco naturale, mentre gli inglesi trapiantarono pini, eucalipti e acacie nere, per favorire lo sviluppo dell’industria del lego e dell’edilizia. Molte piante furono fornite gratuitamente per renderle popolari. I locali si fecero prendere dal valore commerciale di quelle piantagioni e ne favorirono la crescita, a discapito delle specie del posto. Gli alberi provenienti da altre zone, infatti, distrussero l’ecosistema naturale che aiutava a raccogliere e conservare l’acqua piovana, che correva nei ruscelli sotterranei. Nei decenni successivi i livelli delle falde acquifere diminuirono e i fiumi e i ruscelli si prosciugarono.
Il più grande cambiamento nella vita di Wangari, comunque, avvenne quando lei aveva otto anni. Un giorno, uno dei suoi fratelli, che aveva tredici anni, tornò a casa chiedendo perché Wangari non andasse a scuola. La risposta della madre, che era analfabeta, fu: “Perché no?”. In assenza del marito, il capofamiglia era lo zio, il quale, davanti a quella proposta, non rifiutò, dal momento che lui stesso mandava tutti i suoi figli a scuola, compresa una femmina. Wangari poté studiare grazie a quella decisione e, soprattutto, grazie al lavoro che la mamma svolgeva per gli altri abitanti del villaggio, aiutandoli a coltivare la terra, in modo da guadagnare a sufficienza per le spese che l’iscrizione alla scuola prevedeva.
Dopo la scuola elementare, Wangari ebbe la possibilità di frequentare due collegi cattolici, la scuola media Santa Cecilia e l’istituto superiore Loreto, situato appena fuori Nairobi. Erano gli anni della rivolta Mau Mau per l’indipendenza del Kenya, che si ottenne poi nel 1963. Anni difficili, in cui sia da una parte che dall’altra venivano perpetrate violenze di una sorta. Anni in cui essere appartenenti all’etnia kikuyo era tutt’altro che semplice. Anni in cui si rischiava di finire nei campi di detenzione inglesi, dove gli africani venivano torturati e interrogati. Wangari stessa venne arrestata e costretta a rimanere in uno di quei campi per due giorni. Frequentare quei collegi fu una delle sue più grandi fortune, non solo per il futuro che le avrebbero potuto dare, ma anche perché le fornirono un riparo e una protezione che durante la rivolta il suo villaggio non le avrebbe potuto garantire.
L’indole rivoluzionaria e attenta ai diritti di Wangari Maathai cominciò a rendersi evidente proprio quando frequentava la scuola superiore. La domenica si recava a messa e, un giorno, il parroco le chiese di andare da lui a bere un té. Durante la conversazione che ne seguì, Wangari convinse il prete che era necessaria una scuola per i bambini dei braccianti che lavoravano nelle fattorie dei coloni nei dintorni di Nakaru, dove c’era anche suo padre. In seguito, quando Neylan, il britannico per cui lavorava il padre di Wangari con il quale il parroco di Nakaru già aveva parlato, vendette la fattoria negli anni Sessanta, donò parte della terra alla chiesa, che utilizzò quell’appezzamento di terreno per costruire una scuola per i figli dei braccianti.
L’istruzione ricevuta nella scuola superiore Loreto non fu l’unica cosa che spinse Wangari sulla strada che intraprese. All’epoca, le uniche scelte per le ragazze che riuscivano a diplomarsi erano frequentare dei corsi di formazione come insegnante o come infermiera. Ma lo stretto legame che Wangari aveva stretto con la sua insegnante, la aiutò a appassionarsi maggiormente alle scienze, in particolare alla biologia. Wangari non voleva fare l’insegnante e tantomeno l’infermiera. Voleva andare in Uganda, dove sorgeva l’unica università dell’Africa orientale e proseguire gli studi. Un’altra offerta, però, si presentò davanti ai suoi occhi: la possibilità di studiare in America, grazie ad un programma finanziato dalla Fondazione Joseph P. Kennedy; il Kenya aveva quasi raggiunto l’indipendenza e aveva bisogno di persone istruite che assumessero ruoli specifici nel governo. I politici kenioti avviarono contatti con personalità politiche americane con lo scopo di fornire borse di studio a giovani promettenti dell’Africa per frequentare le università americane. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero ottenuto un’apertura verso le ex colonie europee. Per Wangari cominciò quindi l’avventura americana, che sfociò nel 1966 con una laurea in biologia.
L’essere la prima donna africana a laurearsi, tuttavia, non bastò. Dopo un breve periodo nel reparto di zoologia dell’università del Kansas in cui si era laureata, Wangari rientrò in Africa, dove dimorò a Nairobi per proseguire il dottorato, lavoro che svolse al Dipartimento di Anatomia Umana dell’università di Nairobi. In seguito, Wangari iniziò a insegnare agli studenti di Veterinaria, che erano tutti maschi. Le difficoltà non furono poche, sia con i ragazzi, che erano quasi suoi coetanei, che con i colleghi, che dubitavano delle sue capacità.
Proprio nell’Università di Nairobi, Wangari contribuì a portare un altro grosso cambiamento. Dopo essere stata vittima di pregiudizi in America in quanto africana, Wangari si ritrovava a essere vittima di discriminazioni anche nel suo stesso paese in quanto donna. L’Università accordava i suoi pieni benefici solo agli uomini. Le donne nubili o vedove avevano la possibilità di ricevere un alloggio, come gli uomini. Ma le donne sposate erano prive di questa opportunità, così come di una copertura assicurativa e di una pensione, perché di loro doveva occuparsi il marito. Caratterialmente molto forte e spinta da una causa che la vedeva coinvolta a tutti gli effetti, in quanto anche lei era già sposata, Wangari litigò con la dirigenza. Chiese spiegazioni, ma i funzionari liquidarono lei e le altre con un semplice “Siete sposate”. Secondo quegli uomini, le donne sposate avrebbero dovuto sfruttare i vantaggi di cui i loro mariti godevano sul posto di lavoro.“Be’, mio marito non mi aiuta ad insegnare”, fu la risposta di Wangari che lasciava intendere che non si sarebbe arresa. Alla fine, l’Università decise che lei e un’altra donna avrebbero ricevuto il titolo di “professore maschio onorario”, con tutti i diritti che questo comportava. La cosa, ovviamente non fermò Wangari Maathai che continuò a protestare, spingendo le donne sposate a non firmare contratti che le discriminavano, negando assistenza sanitaria ai loro figli o scatti pensionistici a loro stesse. Molte dinne, però, rifiutarono di continuare, convinte dai mariti a lasciar perdere quella lotta.
Oltre alla discriminazione per il suo sesso, Wangari venne discriminata anche da molte donne che la accusarono di essere una moglie che non voleva vivere con il proprio marito, assumendo il ruolo che le spettava. Lottare con le donne e per le donne può essere molto difficile e persino triste, perché la società (e qualche donna) continua a dirti che siamo contente di quel che abbiamo e che non abbiamo intenzione di lottare per i nostri diritti. Spesso incontro donne, che hanno aspettato fino a che quella sicurezza chiamata “uomo” è svanita dalle loro vite, per ricordarsi che avrebbero dovuto proteggere i loro diritti. Sono quelle donne che dicono: “L’avrei fatto anche prima, ma lo sai come sono fatti gli uomini!”. Questo fu ciò che, molti anni dopo ebbe a dire Wangari Maathai quando parlò di quel periodo e mettendo in evidenza come, alla fine, le cose siano cambiate, in quanto i termini contrattuali, con il tempo, migliorarono parecchio per le donne.
La lotta per le donne perpetrata da Wangari non si fermò mai. Nel 1976 si era iscritta al Consiglio nazionale delle donne del Kenya, divenendo presidente nel 1981, carica che durò fino al 1987, quando lasciò il Consiglio. Wangari è spesso ricordata più che altro per le sue lotte per l’ambiente, ragion per cui viene considerata da molti come una donna di scarsa importanza nell’ambito della lotta femminile. Il suo attivismo ambientalista, che la portò a vincere il Premio Nobel per la Pace e a essere Assistente Ministro per l’ambiente dal 2003 al 2005, tuttavia, era una lotta strettamente legata alla difesa dei diritti delle donne. In Africa, le donne sono responsabili della coltura, scegliendo cosa piantare, curando le piantagioni e raccogliendone i frutti. Sono le prime a rendersi conto dei danni ambientali apportati anche alla produzione agricola. Sono coloro che attingono l’acqua e cercano nuovi fonti quando il pozzo si prosciuga. Le donne sono madri o sorelle o nonne o zie che proteggono le creature più piccole della famiglia, cercando cibo che non sia inquinato o deteriorato. Nel 1977 lanciò una campagna per rimboschire il Kenya, bloccandone l’erosione e fornendo legna alle case. Distribuì piante alle donne che vivevano in zone rurali e ideò un sistema di incentivi per ogni pianta che sopravviveva. La sua fondazione, il Green Belt Movement ha aiutato 900mila donne, piantando più di 30 milioni di alberi in Africa.
Quando il presidente Daniel Arap Moi decise di erigere un grattacielo di 60 piani nel centro del parco più grande di Nairobi Maathai condannò il progetto. Le fu imposto di smettere, ma Wangari rese pubblica la sua campagna, attirandosi le ire del governo che iniziò una campagna di intimidazioni. Il Parlamento la denunciò e i giornali la accusarono di essere lesbica, mentre la polizia la tenne in custodia e la interrogò. Maathai organizzò una protesta pacifica di donne, durante la quale la polizia umiliò, picchiò e arresto Wangari e altre donne.la manifestazione le costò la posizione nei confronti del governo, ma diede il via a tante altre manifestazioni femminili e ambientaliste.
Nel processo in cui aiutiamo la Terra a guarire, aiutiamo noi stessi.”
Quando ricevette il Premio Nobel per la Pace, Wangari Maathai espresse i suoi sentimenti nel modo migliore che conosceva: piantò un albero. Aiutare l’ambiente contribuisce alla pace perché quando vengono meno le risorse, imperversano le guerre: per salvare delle vite ne sacrifichiamo molte altre, alla ricerca del controllo di un territorio che non è il nostro. Da un paese in cui sulla terra si fa grande affidamento, non poteva che venire una donna che sulla terra, sulle sue risorse, sulla sua capacità di rigenerarsi, sui suoi uomini e soprattutto sulle sue donne, avrebbe contato fino all’ultimo dei suoi giorni. Sempre con la speranza accesa. Sempre con la voglia di fare. Sempre con la voglia di migliorare le cose e di mettersi in discussione. Sempre con il desiderio di non farsi sopraffare. Sempre donna con il sorriso sulle labbra.
Wangari Maathai fu insignita di un premio per la pace, ma durante tutti i suoi 71 anni di vita fu una guerriera. Una di quelle più spietate, che combattono usando armi infallibili: parole, prima di ogni altra cosa. Lottò attivamente per l’ambiente e per la democrazia, per favorire le donne e la loro causa nel suo paese, il Kenya. Lottò duramente, ma mai con violenza. Non ne aveva bisogno. Wangari Maathai aveva il suo sorriso, con cui avrebbe potuto sconfiggere il mondo.

Pochi anni prima di morire nel settembre 2011, Wangari Maathai pubblicò un’autobiografia dal titolo “Solo il vento mi piegherà”.

2 commenti:

  1. L’ha ribloggato su Barbara Susanna Colomboe ha commentato:
    Queste sono le storie che scaldano il cuore, allargano la fiducia in un mondo migliore. Noi donne tutte insieme possiamo guarire la Terra e guarire l’umanità intera.

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