Marina Cvetaeva, la Poetessa dell’Anima – di Silvia Lorusso

Marina Cvetaeva, la Poetessa dell’Anima

di Silvia Lorusso

Marina Cvetaeva

Amore, solitudine e morte, tre temi riconoscibili nella letteratura e nella vita della straordinaria poetessa Marina Cvetaeva.

Nata a Mosca nel 1892, da una pianista di talento e un professore universitario di Storia dell’arte e di nobile lignaggio, cominciò a comporre versi a soli 6 anni.

Gli anni della Rivoluzione d’ottobre, segnarono per sempre la vita di questa poetessa.

Già dalla più tenera età, Marina rivelò il suo temperamento forte: era indipendente e straordinariamente romantica.

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Nel 1909 si trasferì da sola a Parigi per frequentare lezioni di letteratura francese alla Sorbona. Pubblicò il suo primo libro, “Album serale”, nel 1910 contenente  le poesie scritte tra i quindici e i diciassette anni. Fu notato e recensito da alcuni tra i più importanti poeti del tempo, come Gumiliov, Briusov e Volosin.

Penna incessante, passionale, ebbe numerosi amori.

Così  Marina Ivanova Cvetaeva scriveva attorno al 1925, lasciando scivolare l’inchiostro sulle pagine:

Abbiate paura delle mie lettere, e cioè

bruciatele o custoditele con cura…

Io sono più passionale di Voi nella mia vita

epistolare: persona di sentimenti,

nell’assenza mi trasformo in creatura di passioni,

giacchè la mia anima è passionale, e

l’Assenza è il paese dell’Anima.

Inquieta,  istintiva, convinta delle sue qualità artistiche, del suo bisogno d’amore, non rinuncerà a scrivere e ad amare, nemmeno di fronte alle condizioni più disastrose, nemmeno quando la miseria aveva ormai avuto il sopravvento sulla speranza.

Ribelle alla famiglia, alla scuola, alla vita coniugale, agli impegni domestici, ad ogni residenza prolungata, ad ogni affetto definitivo, ha cercato sempre una condizione migliore di quella che stava vivendo, ha cercato l’amore di uomo e di donna.

Ha amato sottovoce artisti, poeti… e anche chi per una notte, le ha dato del cibo.

A questo proposito, si racconta che negli ultimi anni, nella soffitta in cui ormai non aveva nemmeno più carta per scrivere… accettò l’amore di una notte con un soldato per riceverne, in cambio, delle patate da mangiare.

Per il grande lirico Aleksandr Blok, a cui non osò dichiarare il suo amore, scrisse alla notizia della sua morte:

                              “Il tuo nome è una rondine nella mano,

                                     il tuo nome è un ghiacciolo sulla lingua.

                                     Un solo unico movimento delle labbra.

                                     Il tuo nome sono cinque lettere.

                                     Una pallina afferrata al volo,

                                     un sonaglio d’argento nella bocca.

                                    Un sasso gettato in un quieto stagno

                                    Singhiozza come il tuo nome suona.

                                    Nel leggero schiocco degli zoccoli notturni

                                    Il tuo nome rumoroso rimbomba.

                                    e ce lo nomina lo scatto sonoro

                                    del grilletto contro la tempia.

                                    Il tuo nome – ah, non si può –

                                    il tuo nome è un bacio sugli occhi,

                                    sul tenero freddo delle palpebre immobili.

                                    Il tuo nome è un bacio dato alla neve.

                                    Un sorso di fonte, gelato, turchino.

                                    Con il tuo nome il sonno è profondo.”

A Parigi, nel 1923, chi l’ha conosciuta, come la russa amica Elena, racconta che Marina Cvetaeva lavorava, e scriveva; raccoglieva legna e nutriva la famiglia con le briciole.

Lavava per terra, faceva il bucato, cuciva, con le dita aristocratiche, una volta esili, poi trasformate dal lavoro manuale e ingiallite dal fumo.

Eppure, quelle stesse dita, una volta riassettata la tavola, componevano versi, prosa, interi poemi.

La figlia Irina, morta di stenti, Alja, un destino tragico il cui riscatto sarebbe avvenuto dopo anni di sofferenza.

                             “Un giorno, stupenda creatura,

                                     Un ricordo per te diventerò.

                                     Là, nella tua memoria occhi – azzurri

                                     Così lontano – lontano – smarrito.

                                  Scorderai il mio profilo con il naso a gobba,

                                     E la fronte nell’apoteosi del fumo.

                                    E il mio riso eterno, che tutti canzona,

                                    E il centinaio – sulla mano che lavora –

                                    Di anelli d’argento, – la soffitta-cabina,

                                    La sommossa divina dei miei fogli…

                                    Come in quell’anno terribile, innalzate

                                    Dalla sciagura, tu – eri piccola, giovane – io.”

Marina Cvetaeva trascorse una vita intensa e travagliata, specie nell’ultimo periodo in Russia, dove la figlia Alja nel 1939  fu arrestata e deportata nei gulag.  Marina era ormai stanca, provata dalla disperazione e dalla miseria, si tolse la vita  il 31 agosto 1941.

Di lei ci rimane l’opera straordinaria di una Donna e di un’Artista di incommensurabile valore,  che oggi è considerata la più grande poetessa della letteratura russa, e che viene studiata nelle università.

Silvia Lorusso

Tra le numerose opere di Marina Cvetaeva:

Il settimo sogno: lettere 1926, (con Pasternak e Rilke), a Roma: Editori Riuniti, 1980; Lettera all’Amazzone, a cura di Serena Vitale, Milano: Guanda, 1981;  Il racconto di Sonečka, a cura di Giovanna Spendel, Milano:   La tartaruga, Il paese dell’Anima: lettere 1909-1925, a cura di Serena Vitale, Milano: Adelphi 1988;Deserti luoghi: lettere 1925-1941, a cura di Serena Vitale, Milano: Adelphi, 1989.

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