TESTIMONIANZA POSTUMA DI MIA NONNA PER L’ANTOLOGIA DEI SOPRAVVISSUTI di Paola Caramadre

Questa è la testimonianza postuma di mia nonna per l’antologia dei sopravvissuti. L’ho trascritta io al suo posto. Le avrebbe fatto piacere. Le piaceva raccontare, è lei che mi ha insegnato il valore di un racconto. Non basta vivere, bisogna anche saperlo raccontare.
“Il mio nome è Clementina Calcagni e ho appena detto addio a mia madre.
E’ il 13 dicembre del 1943. E a Pico non sappiamo più fare i funerali. Non c’è tempo, non ci sono fiori, non ci sono benedizioni, si muore e si cerca di seppellire i morti, non c’è niente, sembra che non ci sia rimasta nemmeno la pietà.
Eppure, in qualche modo, non so nemmeno come, riesco a trovare un falegname che, a sua volta riesce a trovare quattro assi di legno per costruire una bara per mia madre. Racchiusa in questi legni, l’accompagnamo fino al cimitero.
E’ stato un funerale strano.
Ci siamo avviati di notte, io, qualche vicina di casa, e noi di famiglia. A piedi con la cassa in spalla, il cielo sulla nostra testa a momenti si illuminava come fosse giorno pieno. Erano gli aerei che sorvolavano il fronte di guerra. A ogni passaggio noi tremavamo.
Ormai avevamo capito che non potevamo aspettarci niente di buono. Il rombo in lontananza ci faceva fermare il respiro e in fretta ci gettavamo a terra. Ogni volta. Mia madre, invece, non l’aveva fatto quando era stato il momento.
E’ così che è morta. Eravamo insieme. E’ stato poco più di un mese fa. Avevamo le ceste con il bucato io in mano, lei portava il peso sulla testa. Abbiamo sentito gli aerei avvicinarsi. Qualcuno ci aveva spiegato che era meglio buttarsi a terra, bocconi. Io l’ho fatto. Ho lasciato cadere i panni e mi sono gettata con la pancia a terra, mia madre per non sprecare il lavoro fatto è rimasta ferma ma in piedi con la cesta issata sulla testa. Dopo qualche secondo ho sentito il boato. Una bomba era esplosa a qualche chilometro da noi. Io non ho nemmeno visto dove. Sono rimasta immobile a terra, in attesa di sentire i rumori di sempre. Dopo minuti interminabili, ho alzato lo sguardo e mia madre era sempre in piedi con lo sguardo terrorizzato. Guardava in direzione di Monte Leuci. Era oltre il monte, verso Pontecorvo, che forse erano state sganciate le bombe. Mia madre si mosse, con il terrore dipinto sul viso siamo tornate a casa. Ma qualcosa era successo, qualcosa di brutto. Non aveva ferite apparenti, non c’era sangue ma il suo corpo era come abbattuto, spezzato. Non so dire per quale motivo ma sapevo che stava male e che non avremmo potuto aiutarla in nessun modo. Potevo solo aspettare insieme a lei. E’ così, in attesa, che siamo arrivati al giorno di Santa Lucia quando mia madre è morta. Non potevo fare niente, abbiamo preparato un funerale improvvisato in mezzo alla distruzione e alla sofferenza ma potevamo ritenerci fortunati. Con la morte di mia madre sono rimasta da sola con i miei figli di sei e quattro anni, con i figli di mia sorella appena adolescenti, con mio suocero anziano e zoppo e con mio cognato, un monaco vestito da monaco. Sulla strada davanti casa nostra passavano soldati che parlavano ogni lingua. Dicevano, ma non so in base a che cosa, che nel palazzo di fronte al nostro c’erano i cecoslovacchi ma parlavano in tedesco. Uno dopo l’altro tutti i nostri vicini hanno iniziato a preparare i bagagli e con le lacrime agli occhi hanno lasciato la propria casa. Alla fine mi sono decisa anch’io. Ne ho parlato con mio suocero prima e poi con gli altri anche con i bambini più piccoli. Ci siamo fatti coraggio anche noi e siamo andati via. Ci siamo lasciati il paese alle spalle e, di notte, ci siamo avviati verso la montagna. A Pico, il mio paese, le zone di montagna sono sempre state popolate. Abbiamo trovato rifugio nei pagliai, le tipiche case della zona: un cerchio di pietra sul quale si alzavano pareti di paglia con un foro centrale per far uscire il fumo del fuoco acceso. Ci siamo spostati di continuo, tutti insieme e ci siamo salvati. Nessuno ci ha negato ospitalità e amicizia. Siamo sopravvissuti in questo modo. Abbiamo patito la fame, la sporcizia ci si è appiccicata addosso insieme ai pidocchi, ma ci siamo salvati tutti insieme. Quando siamo tornati a casa nostra non c’era più niente. Siamo tornati a maggio del 1944 e abbiamo trovato le macerie. Prima di andare via avevamo murato lenzuola e biancheria, gli oggetti più preziosi ma non abbiamo trovato più niente. Non c’era più il muro. La guerra ci ha tolto tutto, ma non la forza di andare avanti”.

PAOLA CARAMADRE

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