“Guglielmo per sempre” di Carolina Colombi

“Guglielmo per sempre” di Carolina Colombi

Contest Amarcord

moshi moshi

 
Avevo saputo di ciò che le era accaduto soltanto un po’ di tempo dopo.

E non avevo avuto il coraggio di avvicinarla per esprimerle le mie condoglianze.
Era trascorso circa un anno dal crudele evento, e da allora non l’avevo più incontrata. L’ho fatto invece in un giorno pieno di vento anche se dall’aria ancora estiva.
Non immaginavo certo, uscendo da casa quella mattina, che i passi di Dora avrebbero incrociato i miei, proprio lì, davanti al negozietto dove un tempo entrambe facevamo la spesa.

Prima che supermarket e discount popolassero il quartiere dove tutte e due viviamo da vent’anni.
Per la verità non la riconobbi subito, smagrita e trasformata com’era dalla sofferenza.
Anzi, fu lei a venirmi incontro. E quando me la trovai davanti scoprii di non avere le parole che avrei voluto dirle.

Uno strano mutismo, che di solito non mi apparteneva, mi chiuse la gola in un nodo di angoscia, pensando al dolore in cui la vita di Dora era stata inghiottita.
La guardai, e la osservai direttamente negli occhi: l’azzurro intenso che ben conoscevo non c’era più.
Era sparito, e sparita era pure la vivacità che aveva sempre animato il suo sguardo.

Al posto del color turchino di un tempo, per cui in passato avevo provato anche un briciolo d’invidia, c’era un velo opaco di tristezza.

E in quello sguardo appannato lessi il suo travaglio di madre, gettata d’improvviso in un baratro scuro e profondo, come solo la morte di un figlio può dare.
“Anche Luigi fra poco se ne andrà… mio marito, ti ricordi di lui, vero?”
Esordì Dora.
“Certo! Come posso dimenticare una persona tanto affabile e gentile!”
Nel frattempo, ricordai che io e le altre, le sue amiche del cuore, l’avevamo sempre chiamata Rina, diminutivo del più impegnativo Dora.
“E poi sarà il mio turno.”
Aggiunse.
Ma io non dissi nulla, non ancora: il groppo che avevo in gola era troppo amaro per essere inghiottito.
“Ormai noi siamo vecchi… e io non ho paura di morire, ma lui, il mio Guglielmo era giovane. Lo so che ora è in Paradiso… ma io non lo posso vedere e neppure abbracciare, e quello che mi fa più male è sapere che non lo potrò fare mai più, almeno non qui, su questa terra.”
Continuò Rina, con voce sommessa, recitando una vecchia litania.
Finalmente, il nodo che fino a quel momento mi aveva impedito di parlare si sciolse, e risposi con voce fievole.

Nascondendo però del coraggio che mi era mancato per affrontare lei e la sua sofferenza. Mentii, nella speranza, attraverso una menzogna, di dimenticare la mia viltà.
“Ho saputo, ho saputo di Gulli, purtroppo in ritardo. Altrimenti… altrimenti sarei venuta a trovarti.”
“Ha sofferto tre anni, e non è servito a niente. Tre anni per andarsene così, in una fredda sera di gennaio, aveva solo ventinove anni il mio Guglielmo…”
Aggiunse  Rina, alzando il tono della voce, per dare spazio alla disperazione covata nella sua anima.
“Anche se le parole servono a ben poco, sappi che io ti sono vicina, anzi ti siamo vicini, anche mio marito e mia figlia. Purtroppo non posso fare niente per aiutarti. Se potessi… se solo potessi caricarmi un po’ del tuo dolore! Lo prenderei su di me e forse mi sentirei più utile. Allora, tutto quello in cui crediamo, che abbiamo condiviso e insegnato ai bambini avrebbe un significato…”
Ma Dora sembrava non aver voglia di ascoltare le mie parole, vuote, fiacche, frasi banali, trite e ritrite.
La sua urgenza era quella di parlare, di raccontarmi ancora di Guglielmo che se n’era andato, lasciando solo vuoto e dolore intorno a sé.
“Era il mio bambino! Capisci!”
Sì, che capivo. Anche io avevo una figlia di vent’anni, e neppure potevo immaginare come avrei reagito se qualcosa di male le fosse accaduto. Anche per me, Ilaria era la stessa bimba di un tempo, con i suoi grandi occhi nocciola e i capelli ricci e ribelli che a fatica riuscivo a pettinare.
“Si era appena sposato Guglielmo, aveva trovato una brava ragazza ed erano così felici… la loro casetta, il giardino pieno di fiori che curavano con tanta passione. E adesso lei è rimasta lì, in quella casa piena di silenzio, e lo aspetta ancora sai, lo aspetta perché dice che un giorno il suo giovane marito tornerà per raccontarle ancora di come si è innamorato di lei. Ma io non credo che lo rivedrò più, anche se ho sempre avuto fede nel Signore. Il mio ragazzo è morto in quel letto d’ospedale, a forza me l’hanno strappato dalle braccia, perché non volevo che me lo portassero via.”
“Se posso esserti utile, fare qualcosa per te.”
Dissi, senza altre parole a disposizione, e trovando nella più ordinaria delle frasi una qualsiasi cosa che potesse alleggerire il cuore di Rina.
Ma lei, pure questa volta, non rispose.
Doveva raccontare, parlare di lui, del suo Gulli, affinché nessuno lo dimenticasse.
“C’erano tutti al funerale… i suoi amici del Genoa. Fin da piccoli si frequentavano, erano come fratelli, e poi quelli della parrocchia, era strapiena la chiesa, ma tu non c’eri?”
“No, l’ho saputo dopo.”
Risposi, imbarazzata per quella domanda inattesa, e vergognandomi della mia assenza.
D’altra parte era vero. Non lo avevo saputo per tempo, nonostante nel quartiere vengano affissi i manifesti delle persone che vengono a mancare, e in alcuni casi viene anche aggiunta la foto del defunto.
Nel caso di Guglielmo invece no, nessuna foto: facevo fatica a immaginarlo da adulto, ricordandolo quando era solo un ragazzino.

Anche questa volta però Rina non fece caso alla mia risposta, aggrovigliata com’era nel suo dolore. Non badò al fatto che non avessi partecipato al funerale di Gulli, che era stato uno dei miei alunni preferiti. Perché in quel giorno, pieno di ricordi tristi, nulla di ciò che era accaduto aveva più importanza. E pensai che del bambino che Guglielmo era stato non era rimasto più nulla, se non la sua presenza nel cuore martoriato di sua madre.
E nonostante Rina avesse altre due figlie che quotidianamente assistevano il padre malato e confortavano la loro mamma, non riusciva a sollevarsi dal vuoto tormentoso che la perdita del figlio aveva lasciato nella sua vita: aspettava solo il momento di morire per riabbracciare il suo Guglielmo.
E mi domandai, con un pizzico di rabbia e un filo di polemica, non indirizzata ad alcuna entità superiore in particolare, quali peccati dovesse scontare la povera Rina su questa terra.
Una madre che ha cresciuto con amore e fatica, anche economica, tre figli, perché deve subire una prova durissima come quella della morte di un figlio?
Come recita un detto popolare: sono i figli che devono seppellire i genitori, e non i genitori ad accompagnare al cimitero i giovani figli.
E in quell’istante, in un rapidissimo flash, vidi il bambino che Guglielmo era stato.
Rividi il monello dal sorriso sincero, sempre pronto a scrivere bellissimi pensieri dedicati al suo Gesù, e piansi lacrime amare e silenziose perché lui non era più tra noi.
Infine, per cercare una qualsiasi giustificazione alla disgrazia che aveva colpito Dora, mi dissi che questa vita non è altro che un anticipo dell’altra, di quella che ci aspetta dopo la morte. Ma per Gulli, il momento di lasciare la vita terrena era arrivato con troppo anticipo, anche se forse la sua presenza, in spirito, continuava a vivere in un’altra dimensione.
Però tacqui. Non ebbi il coraggio di sciorinare a Rina teorie di cui neppure io, nonostante mi dichiarassi credente e osservante, fossi del tutto convinta.
Non potevo, soltanto per affrancarmi dall’altrui sofferenza, proporre a una madre una soluzione facile facile che la sollevasse dal suo strazio. Il rispetto innanzitutto, rispetto per il suo sentire e per la sua intelligenza.
E infine, devozione per l’amicizia condivisa. Quella, che in maniera incondizionata mi aveva dimostrato fin dai nostri primi tempi della nostra frequentazione. In nome della nostra amicizia dovevo solo starmene zitta e ascoltare il suo lamento di donna ferita da un male da cui non poteva alienarsi.
E, in balia ancora dei molti dubbi sul mistero della vita e della morte, mi chiesi come può la sofferenza trasformare in maniera radicale una persona. Perché della Rina che avevo conosciuto non era rimasto più nulla. Non esisteva più la persona radiosa, allegra e dalla battuta sempre pronta. Dov’era andata quella donna? L’amica affidabile e sincera?
E nel silenzio della mia testa mi diedi una risposta. La più semplice che in quel momento avessi a disposizione.
La Rina, la quale in maniera del tutto gratuita mi aveva dato la sua amicizia, e con cui avevo condiviso piacevoli chiacchiere di donne, non c’era più. Un’altra, sconosciuta, aveva preso il suo posto.
Quella che avevo davanti era una persona senza futuro, e soprattutto senza speranza, una donna che aspettava solo di morire dopo suo marito, logorato anch’esso dal dolore per la morte del loro ragazzo.
Infine, quando indietreggiò, capii che il momento di congedarmi da lei era arrivato.
Mi abbassai per adattarmi alla sua statura, e la strinsi a me in un abbraccio carico delle parole che non ero stata capace di trovare. Solo gesti, consueti, e che forse non le sarebbero serviti a nulla; d’altra parte, solo questo ero in grado di darle in quel momento.
Poi, Rina si allontanò e mi lasciò lì, con la mente vuota e le tante parole di cose non dette che mi vorticavano nella testa fino a farmela dolere. E per giustificare il mio comportamento, mi dissi, che la mia ritrosia a mettere a nudo i miei sentimenti le era ben nota fin dai tempi della nostra frequentazione, e la mia amica sicuramente avrebbe compreso le mie difficoltà a esternare il mio sentire.
Poi, in silenzio, così com’era comparsa, senza voltarsi indietro, Rina se ne andò.
Magrolina, incurvata sotto al peso del dolore, inadeguata a sostenere il pesante fardello che gravava sulle sue fragili spalle.
E a me non rimase altro che una manciata di struggenti ricordi, da conservare come pietre preziose nell’intimità della mia anima, mentre un groviglio di emozioni mi acchiappava alla bocca dello stomaco, pensando alla sofferenza in cui si trovava Rina. Rina, un’amica perduta e che mai più avrei ritrovato.
Perché trascorsi quindici giorni dal nostro incontro fu trovata morta, fulminata da un infarto che le aveva spaccato il cuore a metà. E quando mi fu data la notizia della sua scomparsa, ebbi la certezza che aveva raggiunto il suo Guglielmo. Sì, finalmente si era ricongiunta per sempre con il suo amato figliolo.

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