“IL SENTIERO DEI COLORI” di Dante Bortolotti

IL SENTIERO DEI COLORI

Nessuno bada molto ai sentieri che scendono, si ha voglia di arrivare al punto di partenza, le fatiche della salita hanno fiaccato i muscoli, la meta è stata raggiunta, nessuna meraviglia nel ritorno.

Nei sogni è diverso, i sentieri che scendono e cambiano colore ad ogni svolta sono il percorso interiore verso l’essenza e la conoscenza di se, tra i ciottoli sconnessi e le viole fuori stagioni, i minuscoli specchi quarziferi imprigionano immagini di eventi passati e riflettono sprazzi di lontani futuri.

Laggiù, dove i rigagnoli d’acqua piovana si arrestano,
le scintille sono statiche, i raggi del sole restano sospesi..

La ragazza danza…i piedi nudi non lasciano impronte, nei lunghi capelli color grano maturo si perdono minuscoli fiori bianchi di ciliegio selvatico.
La veste leggera e trasparente evidenzia le forme di una dea della terra che sembra implorare l’eterno rito della fecondazione che perpetua la vita.

Lei viene dalle pianure sterminate della preistoria, dai templi ricostruiti copiando disegni della prima razza, viene dalle sacre foreste dei Druidi, dai rifugi della Cappadocia.

Nelle notti di luna invernale, quando il gelo cristallizza la neve e gli animali si contendono i rifugi più riparati, un canto senza musica vaga sui crinali, una nenia sensuale e silenziosa invade la mente e nasconde i dolori del giorno, fodera le piccole pene di seta colorata, accompagna l’essenza negli immensi luoghi del sogno dove l’amore è giovane e i sensi integri.

La madre vergine di tanti Dei, la compagna effervescente e libera dei voli adolescenziali, la donna tenace e paziente dell’età di mezzo, la mamma saggia e paziente che ha tenuto tutti per mano,
Lei raffigura tutte,
la sua eterna giovinezza vigila nella dimensione di un eterno presente, passato e futuro sono patetiche astrazioni inventate per giustificare l’invecchiamento della materia.

L’angoscia del tempo che scorre suggestiona i giorni della vita,
soltanto l’illusione d’amore riesce a mascherare l’affanno della rincorsa ossessiva ai simboli dei giorni, dell’avventura e della ricerca.

Lei è l’incarnazione dell’eterna magia della terra, nei giorni di vento percepisco la sua presenza…distesa sui ciuffi di “paledra” avvizzita scruta la feroce lotta per la vita,
le more selvatiche si sono coalizzate con i piccoli germogli di rosa canina e di sarmentose, catturano le foglie morte, le costringono sotto gli , ancora esili, filamenti…saranno il loro concime e la difesa contro le gelate e la siccità, trifoglio e radicchi selvatici non cresceranno più nel fortino alleato, le piccole viole non avranno più luce per nascere.

Ha visitato le stelle già morte e quelle che nasceranno,
il tempo e lo spazio si sono fusi in un immortale presente che si evolve solamente nei brevi sprazzi di nuova bellezza,
nessuna lingua del mio mondo può farmi dialogare con Lei, L’intuisco…come l’emozione di un idea talmente evidente da essere dimenticata.

Quando la realtà fisica si manifesta per la puntura di una spina di biancospino addormentato la nebbia della conoscenza svanisce,
il rombo di un tuono preannuncia la pioggia fredda di Marzo, potrebbe anche essere neve.

Il grosso gatto cenere-arancione sembra dormire all’incrocio dei due tronchi principali del grande castagno, pare abbia scelto definitivamente di rinunciare alla carità pelosa degli uomini, sento che mi osserva con sonnolenta curiosità, non mi teme e non desidera la mia compagnia, è indifferente che io esista o no, non aspetterà la prima goccia per raggiungere un nascondiglio coperto….

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