“Lidia” di Chiara Pesenti

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“Lidia” di Chiara Pesenti

Stavo passando per il corridoio che porta in cucina, come faccio tante volte ogni giorno, quando all’improvviso mi sei venuta incontro tu. Dalla parete di fondo, dove sono appese le fotografie più care, mi hai guardato con i tuoi occhi curiosi e penetranti, appena velati dalla cataratta.
Sono gli stessi occhi di una tua foto di tanto tempo fa: era da poco terminata la grande guerra e tu, jeune fille della Rovigo-bene, guardavi dritto davanti a te, accennando un sorriso che mi ha sempre fatto pensare a Monna Lisa. Eri bella, col tuo sguardo severo e dolce allo stesso tempo, forse un po’ rigida nel tuo abito inamidato.
Mi raccontavi sempre che dovevi sforzarti di stare dritta, perchè avevi il vizio di curvare le spalle, forse per nascondere un seno troppo fiorente, di cui ti vergognavi un po’. E lo stesso pudore di allora, misto a un compiacimento sottile, ti faceva arrossire ancora, ogni volta che qualcuno, ingannato dalla freschezza del tuo sguardo, sbagliava a indovinare la tua vera età.
Mi sono sempre domandata quante cose avesse visto, quello sguardo, in quasi un secolo di vita: due guerre, un’alluvione, quella del tuo Polesine, infiniti governi. Persino l’ultimo re.
Ricordavi i comizi di Matteotti nella tua città, come fu ucciso. Era incredibile ascoltarti raccontare in prima persona cose che avevo studiato sui libri, e che a me sembravano così lontane…
La tua vita ha seguito inesorabilmente i sentieri della Storia: il collegio interrotto bruscamente dalla piena del Pò, che costrinse tanti veneti ad abbandonare le loro case; il matrimonio, subito dopo la prima guerra mondiale, con un professorino di lettere che portava ancora nella gamba sinistra il segno della sua fedeltà alla patria; la fatica, poi, di sfamare quattro adolescenti con i buoni del governo fascista, le corse in bicicletta nelle campagne vicine o al mercato nero per rimediare un chilo di patate o di pasta in più.
Più di una volta, mi dicevi, avevi dovuto gettare a terra la bicicletta e ripararti in un fosso, per sfuggire a uno dei tanti attacchi aerei.
Chissà se, quando ti scattarono quella fotografia, pensavi che la tua vita sarebbe stata così difficile, e così lunga.
Avevi ventun anni quando incontrasti il tuo Luigi: lui era piccolo, magro e bruttino, ma aveva un ciuffetto biondo che, a distanza di settant’anni, ti faceva ancora brillare gli occhi, al ricordo.
Insegnava lettere al liceo in una città della Lombardia, amava la letteratura e l’arte sopra ogni cosa, ma si innamorò di te e ti chiese di lasciare tutto per seguirlo.
Quando raccontavi della tua terra tornavi per un momento la ragazza di allora e sul tuo volto potevo leggere ancora la malinconia che dovevi aver provato e quanto ti doveva essere costato scegliere quell’amore dal quale sono nati quattro figli, quindici nipoti e tanti pronipoti.
Intorno a te sono nate tante nuove vite, alcune si sono spente troppo presto, facendoti esclamare ogni volta che non era giusto, che toccava prima a te.
Del resto la tua salute di ferro, che a 97 anni ti permetteva ancora di vivere da sola, ci aveva illusi che tu ci saresti stata per sempre.
Eri il “refugium peccatorum”, come dicevi tu, di figli e nipoti; quando ti accorgevi che uno dei tuoi stava per commettere una sciocchezza non esitavi ad ammonirlo, ma tornavamo tutti a farci consolare da te, dopo l’ennesima delusione, certi di trovare la tua porta e e tue braccia sempre aperte.
Credo fosse proprio questa tua inesauribile disponibilità ad accogliere tutto ciò che era nuovo e diverso, a guardare con curiosità a tutto ciò che ti accadeva intorno a renderti così incredibilmente giovane e moderna.
Ultimamente eri felice perchè, dicevi, anche io che ero l’ultima dei tuoi nipoti stavo per sposarmi con un ragazzo che ti ricordava un po’ il nonno. Finalmente, dicevi, potevi aspettare che il Signore ti prendesse, perchè eri un po’ stanca anche tu.
E adesso che mi guardi dalla parete, il viso un po’ corrucciato di chi viene fotografato a tradimento, e a volte mi manchi terribilmente, vorrei dirti grazie per avermi accompagnato fin qui.

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile".Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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