QUANDO FINGEVO DI ESSERE UNA STELLA di Annamaria Bortolan

Contest Amarcord

QUANDO FINGEVO DI ESSERE UNA STELLA

di Annamaria Bortolan

La torre dell’orologio sovrastava le case e i sorrisi in quello spicchio di mondo infantile dove tutto era serenamente possibile. Squadrata e tozza, quella torre era solidamente stabilita nel presente. I rintocchi, ogni mezz’ora, scandivano la vita.
Più in basso, una foglia di platano si lasciava trasportare dalla corrente lenta e monotona del canale fangoso, sormontato da un ponte da cui i ragazzini si sporgevano. Il cemento incorniciava plumbeo quell’angolo di natura silenziosa, dove era l’acqua a raccontare storie. E, osservando quello scorrere fluido, io bambina ne immaginavo il percorso: prima attraverso i campi, al riparo di alte erbe e canne ondeggianti di lievi e garrule risate, poi verso il mare freddo e pescoso.
I pomeriggi di aprile erano azzurri, spazzati dal vento che illuminava l’aria. Se non c’era foschia, qualche volta io e mio padre salivamo in terrazza, all’ottavo piano, dove c’erano le soffitte del condominio. All’orizzonte qualche pennellata d’argento si confondeva con il cielo. Quel mare che amavo era lì, vasto e prezioso con i suoi tesori.
Fra le bambole avevo una stella di mare e un cavalluccio marino essiccati. Quando giocavo immaginavo di essere pure io una creatura acquatica, stella fra le stelle, una timida vongola che fugge l’asprezza della salsedine rintanandosi nelle sue valve. Così mi rifugiavo fra le braccia di mio padre.
Il compleanno di mamma era scivolato via con la noncuranza che alligna sempre laddove ci sono troppe cose da fare e troppe preoccupazioni da pensare. Niente torta, quell’anno, ma soltanto i taralli a contrassegnare quel tempo speciale. E le meringhe che acquistavamo in panetteria, davanti a quel canale che fluiva lento e silenzioso a qualche centinaio di metri dalla scuola elementare.

Oggi quella scuola non esiste più e quel corso d’acqua è stato coperto dal cemento. Io sono fuggita da quella città, mi sono divincolata dall’abbraccio di mio padre per giungere in un altrove che sognavo zuccheroso come i dolci di mela cotogna di quand’ero piccola. In quel distacco ho ritrovato la salsedine e la sferza del sole estivo che implacabilmente fa seccare la campagna. Avrei voluto un futuro meno intenso. Quel futuro, che è ora il mio presente, è inciso di rimpianti e tenerezze inespresse.
Oggi non annuso più l’odore del tabacco da pipa di mio padre che si mescolava all’aroma della torta di mele di mamma. Non accarezzo più le sue braccia sfinite dalla malattia. E il volto in lacrime di mia madre.
In lontananza, alte montagne acuminate e bianche lottano col cielo, lo pungono e, ferendone le nubi, fanno piovere scrosci violenti che cadono di sbieco, travolgendo ombrelli, alberi e automobili. La gente in strada fugge velocemente da quell’acqua, più che se fosse velenosa.
Io, sola dietro a un vetro, osservo il ribollire delle pozze sull’asfalto, desideri inesauditi che fermentano nell’anima.

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente.

Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.
Scrivo per lavoro e per passione.
Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui “Cultura al Femminile”.

Ho pubblicato un saggio, “Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena”, un romanzo – inchiesta, “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, “Le dee del miele”, che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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