ULTIMA PAGLIA A PARIGI di Maria Antonietta Maciocu

Ultima paglia a Parigi
A mia madre piacevano i cappellini.
L’accompagnavo a ogni inizio di stagione dalla modista in fondo al corso, con una scatola gonfia di vecchi modelli da rinfrescare e di schizzi di nuove fogge, prese dai figurini e dalle toilette delle dive su “Oggi”.
La modisteria aveva una vetrina stretta e lunga zeppa d’incredibili lusinghe, tamburelli, conchiglie, calotte, falde larghe, pieghe e volant, pizzi e velette, su delle teste dal collo allungato che sembravano fenicotteri pronti a prendere il volo.
L’interno era un buco pieno di specchi, frontali, laterali, posteriori e di cesti di indescrivibili meraviglie, nastri di raso e di grogrè, fibbie, piume, uccelli, fiori, tanti fiori di ogni tipo e colore di cui arrivava perfino il profumo, era di certo la padrona a darglielo per simulare la realtà, ma allora non lo sapevo e mi sembrava una magia.
Seduta su uno sgabellino, seguivo le dita lunghe e magre della modista, una vecchietta spiccia e sicura, rapita di come fossero sufficienti una piega, una ruche, il taglio di una falda, il vezzo di una composizione per dare vita a un copricapo spento, o troppo vistoso, o fuori moda, e restituirlo come nuovo.
Guardavo il bel viso di mia madre, i capelli di permanente ben fermi sotto i nuovi arrivi continentali, – Firenze signora, noi solo Firenze o produzione propria,- sognando il momento in cui sarei cresciuta bella come lei, avrei arricciato come lei i miei quattro spaghetti sempre per conto loro e come lei avrei ruotato il collo tra quegli specchi avvolgenti e fascinosi.
Non si avverò niente.
Non divenni bella come mia madre e arrivò il vento dell’est a spazzar via quel decoro residuo di mezzo secolo fatto di ragazze composte e habillés, tailleur, abitini, gonne al ginocchio, scarpe in vernice, guanti di pizzo, borsette al braccio e cappellini in testa. Oltre all’immancabile giro di perle ( Maiorca per lo più) e al bracciale coi ciondoli della cresima.
Arrivò con le minigonne, i jeans, i pantaloni a zampa, i caftani, gli eskimo, i poncho, le collane di perline, i capelli lunghi e lisci al vento, ed io che ero la disperazione della famiglia per quei ciuffi spaiati e spioventi mi ritrovai modernissima, una vera figlia dei tempi.
Non pensai più a somigliare a mia madre.
Ma la nostalgia dei cappellini mi era rimasta dentro, insieme al gusto di femminilità misteriosa e appartata che le sciarpone e i berrettacci da rivolta con cui mi intabarravo non potevano appagare, anche se mai avrei avuto l’ardire di confessarlo.
Finché uscì “Ultimo Tango A Parigi”.
Ebbi la fortuna di vederlo prima dell’intervento della censura e ne rimasi folgorata. Una storia di passione libera e cieca fuori da ogni ragionevole contesto, un uomo e una donna che non si conoscono e si amano in un appartamento vuoto di Parigi, permettendo al corpo di farsi beffe di qualsiasi schema e regola sociale. La Rivoluzione come istinto, senza cavillosi sillogismi .
Lui era bellissimo, e come non avrebbe potuto, trattandosi di Marlon Brando, ma lei … beh, lei era più che bella, emanava il fascino potente e incatturabile di generazioni di donne, ombreggiando il viso infantile con un cappello a falde adorno di un tripudio di rose colorate, vessillo di forza autonoma e sovversiva contro ogni dogma di moda.
Almeno così io mi suggestionai, conciliando desiderio e ideologia.
Volevo un cappello come quello, ombreggiarci dentro il viso, essere trasgressiva e antica insieme come la ragazza del film.
Se non che abitavo a Sassari e se fossi andata in giro con un tale aggeggio in testa è già tanto se non mi avrebbero costretta al manicomio di Rizzeddu. Per bene che mi andasse, i ragazzini mi sarebbero venuti dietro a fare la cionfra e a sputarmi addosso bucce di semi di zucca. Rimandai all’estate, quando sarei andata a Milano e poi a Parigi, un mese in una scuola a imparare la lingua.
A Milano comprai una fragrante paglia color miele a onde sinuose e l’agghindai con foglie, margherite, violette, boccioli e rose aperte, avevo fatto razzia di fiori finti in una merceria di via Torino e avevo solo il rompicapo della scelta.
Contemplavo il mio capolavoro, mi rimiravo allo specchio, immaginavo il momento dello sfoggio, Bianca mi fece pure delle foto, una occhieggia ancora dal tavolino del mio salotto di semintegrata signora borghese.
Se non che due giorni prima di partire mi ammalai, niente malessere romantico tipo bronchite con tosse convulsa da eroina parigina, ma una banale e fastidiosa cistite con febbricola, accompagnata da un herpes mastodontico che guadagnava di giorno in giorno il centro della guancia destra deturpandola.
Partii che incominciavano a formarsi croste ruvide e scure, cercavo di nasconderle mettendoci sopra i capelli ma tant’è, bastava un minimo movimento a tradire l’ imbarazzante e antiestetica presenza dello sbrego.
Portai con me la paglia, nella speranza di guarire in tempo per poterla esibire, cosa che non avvenne, perché il segno più rimarginava più diventava evidente, con una cocciutaggine che sapeva più di dispetto che di legge di natura.
Ho sempre pensato che non mi fossi ammalata per caso, che la parte saggia e razionale di me avesse preso il soppravvento su quella infatuazione impulsiva e letteraria, restituendomi alla concretezza della vita reale.
La paglia a Parigi finì appesa a un chiodo, con l’unico vantaggio di ingentilire la stanzaccia di rue Des Ecoles venti, nella Maison du Maroc dove alloggiavo, in pieno Quartiere Latino. Non potei indossarla né allora né mai.
Non me ne sono mai disfatta, mi ha sempre accompagnato in giro per città e case nei numerosi traslochi, a custodia di umori, stagioni, parti di me conturbabili e inesplorate; le ho sempre riservato un posto in vista.
Ora si trova sulla mensola del bagno principale, sulla faccina instupidita di una testina cinese che sembra chiedersi cosa c’azzecchi lei, ultramoderna e straniata, con quel debordante catorcio. E’ diventata scura e floscia, i fiori si sono scoloriti.
Sta lì sfatta e rinsecchita, come la rivoluzione politica globale e la mia femminile personale di cui doveva essere l’emblema, spina saltuaria del mio cuore che invecchia nostalgico.

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