“La consolante bellezza della natura negli haiku di Silvia Marutti”

“La consolante bellezza della natura negli haiku di Silvia Marutti”

Di Ilaria Biondi

Silvia Marutti

La lingua inglese utilizza due tempi verbali differenti per descrivere le azioni che si inquadrano nel presente: il present continuous e il present simple.

Nel pensare al mio rapporto con la lettura il pensiero mi è volato, per associazione, a questa distinzione grammaticale.

Al primo associo il mio modo di leggere la narrativa e la saggistica.

Ogni volume è un cerchio chiuso, ben delimitato, relativo a un determinato lasso di tempo.

Il che però non impedisce né esclude una futura rilettura, se ho bisogno di quel testo, se credo che esso abbia ancora qualcosa da dirmi.

Al secondo associo invece la poesia.

Non necessariamente leggo una raccolta dall’inizio alla fine, in maniera continuativa, in un periodo nettamente circoscritto.

Posso leggere anche un solo componimento al giorno, ma è una lettura rituale, che sempre si ripete, come – mi si perdoni il paragone forse blasfemo  – quella di una preghiera.

Un incedere lento, che accompagna lo scandire delle mie giornate.

Una presenza costante,  duratura, che non teme, e anzi invoca, la ripetizione.

Un ripetersi che è consolatorio e  rassicurante.

Un ripetersi che è anche ricerca inconsapevole del nuovo.

Una voce sempre uguale, quella della poesia.

Eppur misteriosamente, insondabilmente diversa ad ogni lettura.

Si affaccia il cielo di primavera al davanzale delle nostre braccia spalancate, ad accogliere impazienti l’orgia festosa dei profumi che danzano nell’aria pregna.

Amo sedere sull’erba fresca, che tinge i vestiti e le mani del suo brillio tenero di smeraldo.

E accovacciata su quel morbido giaciglio inseguo la grazia umile e seducente del verso sulla carta.

Mi concedo, ancora una volta, di lasciarmi cullare dalla luce tersa della poesia di Silvia Marutti, che sfiora il pensiero con un sorriso.

Questa brezza vivida che rende il contorno degli alberi, dei cespugli e delle nuvole più lucido, entra dentro le pagine e sembra portare il suono di ciascuna sillaba sulla punta delle fronde più alte e leggere.

Mi sento foglia.

Mi sento petalo.

Colgo la ruvida carezza della terra sotto i piedi nudi, che si tendono come steli, che si aggrappano al suolo come radici nodose.

La gentilezza del cuore compone frammenti di sogno.

La voce di Silvia Marutti si snoda sinuosa e leggiadra entro il rigido schema dell’haiku.

Non una maglia stretta, quei tre versi e diciassette sillabe.

Non una prigione che irrigidisce.

Bensì spazio accogliente di essenzialità pura, che fa sgorgare il suo verso in tutto il suo nitore.

Una soavità e una maestria mai esibite, quella della poetessa parmigiana Silvia Marutti, che dopo le prove poetiche di “Caleidoscopio” (2007) e “Due Kappa” (2010) si cimenta con il genere dell’haiku.

E anche in questa terza silloge dà prova di raffinatezza, acuta sensibilità e sapiente padronanza del verso.

Silva Marutti entra in punta di piedi nello spazio poetico, quasi ritrosa, con candido pudore, come umile rosa canina che non osa aprire i suoi petali al cospetto delle regali rose coltivate che troneggiano in giardino.

Esordisce così nella prefazione alla sua raccolta “Sillabe in controluce” (2012), ove i versi sono accompagnati dalla grazia di farfalla degli ideogrammi di Yoshie Mizushima, che ha curato la traduzione in giapponese, e dalle illustrazioni di Maurizio Mistrali:

“Hai mai scritto un haiku?

A questa semplice domanda postami un po’ di tempo fa da Emilio, risposi in modo negativo non conoscendo affatto il significato di tale parola.

Ricordavo di avere letto molti anni prima un libro dal titolo abbagliante: “Neve” di Maxence Fermine.

Se la memoria non mi ingannava era una storia in cui si parlava anche di haiku.

Lo rintracciai fra gli scaffali della libreria e cominciai a rileggerlo:

 – Yuko Aita aveva due passioni.

L’haiku.

E la neve.

L’haiku è un genere letterario giapponese. È una breve poesia di tre versi e diciassette sillabe. Non una di più … –

Tutto il resto è venuto da sé.»

Silvia Marutti abita il mondo che la circonda, lo vive sulla pelle, spiandone attenta e curiosa ogni singolo sussurro, ogni impercettibile palpito.

Una lingua essenziale, sfrondata e limpida, come cielo che si lascia percorrere e solleticare dal volo delle rondini.

Silvia Marutti respira il paesaggio, e lo inspira, lasciandosi attraversare da esso, facendolo penetrare nei pori della pelle, per poi restituircelo con disegno preciso e levigato, ammantato di gioiosa dolcezza.

Un universo naturale in cui l’anima si placa e trova riposo, rifugio, ristoro.

Un nido di pace, ove le ali si posano liete.

“Il breve croco

gentile mi sorride

sfidando il gelo”

La pioggia si adagia lieve.

Il sole si accende sui rami spogli.

La luna è messaggera di sogni.

L’orizzonte si schiude come porta sull’infinito, ad accogliere il suo bisogno d’immenso.

L’acqua limpida del ruscello, quella scrosciante dell’impetuoso torrente e quella placida dello stagno sono la voce segreta di una natura che si dona in tutta la sua generosa bellezza.

“Di siepe in siepe

il pettirosso viene

portando un canto”


Silvia Marutti

“Sul pergolato

la gaggia trasparente

profuma avorio”

La rosa si fa bacio sulla bocca in attesa.

Si risvegliano alla vita l’umile rosmarino, la casta lavanda, il fior di pesco e il ciliegio.

Silvia Marutti sembra voler affidare se stessa a questa Madre accogliente, farsi stringere dalle sue braccia di stelle e carezzare dalle sue stille di rugiada.

Fremente è la gioia di vita, che lo schema trattenuto dell’haiku incrementa e rafforza.

Un sentire che è comunanza col mondo naturale.

Una sensibilità acuta e tesa all’ascolto e all’accoglienza, con anima nuda. Un essere dentro alle cose, un’aderenza ai loro colori, profumi, voci.

Un vibrare al loro respiro.

“Con un germoglio

mi stupirà il ciliegio

candidamente”

Una gioia che porta in sé la consapevolezza e la conoscenza del dolore.

Ma che di quel dolore è voluto e cercato superamento.

Un dolore composto e appena percepito, che non porta gelo né buio.

C’è.

Ma a dominare è la luce.

E l’amore, che tutto sazia.

Che tutto nutre.

Un amore vivo e presente.

Un cuore scarlatto che si dona con candore.

“Tracce d’inchiostro

sul foglio immacolato

versi d’amore”

E l’amore della vita, e per la vita, che Silvia ritrova, ebbra d’incanto, nel nome del figlio, che gemma con petali di sogno in una nuova primavera.

“Nome di figlio

due sillabe di vita

sulle mie labbra”

Ma anche il ricordo venato di nostalgia di un amore che più non è, eppur è ancora e lascia dietro di sé un vuoto silenzioso ed eloquente.

Quella dolente mancanza non diviene però occasione di lamento o invettiva, cede un istante solo alla mestizia per poi pacificarsi in contemplazione misurata, quasi estatica, di un quadretto che possiede l’ineguagliabile regalità dei cuori umili.

Un cameo di levigata bellezza che Silvia Marutti coglie dal proprio cuore di figlia per donarlo, silente, a quei volti cari amati.

“D’antichi amori

sulla panchina sola

velate impronte”

L’inverno sembra voler prendere il sopravvento, ma gli occhi di Silvia Marutti invocano e cercano, con stupita innocenza, il sorriso muto e pieno di promesse della rinascita.

“Ancora spoglio

di gemme trapuntato

rinasce il parco”

Silvia Marutti

“Lieve tepore

e la piccola rosa

è rifiorita”

Il male pretende di scavare solchi e cicatrici, ma la forza della vita non arretra.

E gli occhi si spalancano sul nuovo giorno, attendono impazienti la luce del mattino nuovo.

“Al mio risveglio

una finestra aperta

l’alba sul mondo”

“Sguardo di grazia

questo male sedotto

mi vuole viva”

L’anima torna bambina.

Accogliente, coraggiosa e lieta si affida al sogno del dolce avvenire.

La tenebra è solo un’ombra e non può fare paura.

L’incanto dei petali allontana la secchezza scabra del deserto.

Frammenti di luce e silenzio avvolgono i pensieri e li cullano.

L’io poetico è colmo di gratitudine e canta la propria gioia.

Di esserci.

Di vivere.

“Sull’altalena

sospingo i miei pensieri

verso il domani”

Come muto guardiano, Dio danza silenzioso al fianco di Silvia.

L’oscurità è trapunta di stelle.

La luce è sua.

Le appartiene.

Nessuno potrà più sottrargliela.

“Con le mie mani

sullo specchio del pozzo

rubo la luna”

Quel male che Silvia Marutti ha sempre guardato dritto negli occhi, alla fine l’ha portata con sé.

Ma le sue “Sillabe in controluce” continuano a splendere più che mai.

Nessun male potrà far tacere la sua voce.

Nessun male potrà oscurare la sua stella né la sua luna che s’incipria d’argento in un cielo punteggiato di lucciole.

2 commenti:

  1. Nadia Campanelli

    Brava la poetessa, la bellezza della poesia sta nelle parole e nell’interpretazione che in questa recensione incontrano la sensibiltà di Ilaria Biondi, anima magica che sa amplificare il suono di una nota in una stupenda sinfonia. Complimenti

    • Grazie cara Nadia, il tuo apprezzamento mi onora profondamente e mi rende oltremodo felice… A te, donna di rara saggezza e sensibilità, va tutta la mia stima, unita ad affetto sincero. Un abbraccio cara, spero ci si possa presto incontrare!

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