“La gatta sul tetto che scotta” di Richard Brooks

“La gatta sul tetto che scotta” di Richard Brooks

Recensione film di Carolina Colombi

La gatta sul tetto che scotta

Diretto da Richard Brooks La gatta sul tetto che scotta è film girato nel 1958 e prodotto dalla MGM.

Ed è interpretato da attori del calibro di Elizabeth Taylor, Paul Newman, Burl Ives, Jack Carson, Madeleine Sherwood e Judith Anderson.. 

Cat on a hot roof è il titolo originale del film, tradotto in italiano con il più seducente e carezzevole La gatta sul tetto che scotta. 

Più che un film sentimentale lo si può definire un dramma teatrale.

E infatti, proprio dall’omonimo dramma teatrale di Tennessee Williams è stato tratto.

Attraverso le complesse dinamiche familiari, dominanti nelle vicende raccontate, viene mostrato uno spaccato di vita americana.

I fatti sono ambientati intorno agli anni ’50, nel contesto di una tradizionale famiglia di proprietari terrieri del Mississipi.

C’è un capofamiglia, arricchito e duro come la roccia.

In apparenza un padre padrone nei confronti dei figli e della moglie.

Anche se dietro alla sua spessa scorza di durezza si nascondono sentimenti forti.

Difficili da esternare a causa della sua caratterialità.

L’interesse economico è il fulcro che muove i controversi rapporti tra due fratelli e le loro rispettive consorti.

Soprattutto è il maggiore, d’accordo con la moglie, ad ambire al possesso del cospicuo patrimonio paterno.

Approfittando delle precarie condizioni di salute del padre.

Inizialmente, Brick Pollett (Paul Newman) è un abulico e ubriacone.

Brick è in perenne conflitto con la bella moglie Maggie, (Elizabeth Taylor) con se stesso e con il mondo intero.

L’origine di tale disagio è un episodio, impossibile da dimenticare, legato al suo passato.

Maggie, almeno in un primo momento, pare non poter far nulla per strappare il marito all’ubriachezza e all’inettitudine.

Perché il complicato legame che unisce i due non è di semplice soluzione.

Gli scontri che animano il gruppo, attraverso dialoghi spietati e crudeli, portano i protagonisti in un continuo rimpallo di torti e ragioni.

Sono pezzi di verità, quelli che si svelano nel duro confronto dei personaggi, il quale nasce, anche in seguito alla momentanea convivenza nella grande casa del sud.

Abitazione dove cova, neppure troppo latente, una rabbia repressa.

E, mentre in accorati appelli pieni di pathos gli interpreti si raccontano, affiorano i loro drammi interiori.

A questo punto lo spettatore, nel frattempo diventato protagonista anch’esso delle scene che gli si srotolano davanti, partecipa agli eventi. Emozionanti e coinvolgenti.

E il Brick, per cui nelle fasi iniziali si può provare avversione e ostilità, nel finale de La gatta sul tetto che scotta, saggiandone l’umanità, suscita un moto di simpatia e ammirazione.

Soprattutto per il coraggio con cui decide di affrontare il proprio cambiamento.

In ciò sarà però sollecitato dal padre-padrone, il quale adesso appare come il genitore amorevole che forse è sempre stato.

Perché il suo scopo primario è il benessere di quel figlio, fragile e sbandato, e della sua consorte, con cui ha sempre imbastito un rapporto privilegiato.

Ed ecco rinascere dalle ceneri delle incomprensioni fra padre e figlio, due uomini diversi da quelli che conosciamo al principio.

Dunque, nulla è come appare, forse perché i personaggi nascondono in loro aspetti negative e positivi insieme; anche se in quale misura non è dato sapere.

Nonostante le vicende si svolgano all’interno della sfarzosa villa, una tipica costruzione del sud, e praticamente inesistenti sono le scene esterne, le quali di un buon film, spesso ne fanno uno migliore, non si avverte la mancanza di tale principio cinematografico.

Perchè è lo scavo psicologico dei personaggi l’elemento predominante della pellicola, talmente intenso da catturare ampiamente l’attenzione dello spettatore.

Tutti bravissimi i personaggi a cui sono affidati i diversi ruoli.

Dall’antipatica, pettegola e prolifica Mae (Madeleine Sherwood), moglie del primogenito, alla sua antagonista, moglie di Brick (Elizabeth Taylor).

Che impersona una intensa donna del sud, permeata da una grande sensibilità, e tesa ad aggiustare i numerosi conflitti insiti nel rapporto che lega i suoi parenti.

Donna che rende onore al titolo del film, in quanto passionale e sinceramente innamorata del marito, e perciò disposta a tutto pur di riavere il suo uomo.

Numerosi sono stati i riconoscimenti tributati alla pellicola, fra cui l’Oscar e il Golden Globe, nel 1959.

Eccellente la regia, guidata dalla capacità di permettere allo spettatore di raggiungere il cuore dei personaggi, e di carpirne i moti dell’anima.

Dunque, un capolavoro, questo classico della cinematografia hollywoodiana.

Non un filmetto sentimentale dagli scenari di cartapesta, di cui qualcuno, con scarsa capacità critica, ha poco amabilmente parlato.

Un dramma in piena regola, ma soprattutto una critica all’ipocrisia e ad una fittizia morale.

Infine, una curiosità: originariamente si pensò di realizzare il film in bianco e nero, solo successivamente si decise per il colore.

Il tutto per esaltare i magnifici occhi violetti di Elizabeth Taylor e quelli azzurrissimi di Paul Newman.

Il film si conclude con un brevissimo e intenso dialogo, che nel suo elementare significato, esplicita molto bene il messaggio che l’appassionante pellicola  vuole trasmettere.

Maggie, vieni qui, facciamola finita con le bugie e con i bugiardi.

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