“La Macchina nera” di Altea Alaryssa Gardini

“La Macchina nera” di Altea Alaryssa Gardini

Contest Amarcord

Era un giorno come un altro, non ricordo esattamente che temperatura ci fosse, ma ricordo molto bene come ero vestita. Indossavo dei jeans a zampa di elefante, slavati sulle cosce e una camicetta blu con sopra un golfino di cotone.

Li ricordo perché li ho conservati, dopo averli lavati.

Erano lì, nell’armadio. probabilmente ogni fibra si è chiesta per quale ragione fosse stata riposta con le altre, ognuna di loro avrà parlato di come e di cosa fosse accaduto. Nulla, non è accaduto nulla.

Ricordo come fosse buio, probabilmente l’orario non era ancora cambiato, ma era giovedì. I negozi sono chiusi di giovedì. Non mi piaceva l’idea di uscire, non ero io ad aver bisogno di quel negozio, non ne avevo la necessità ma io ho dovuto.

Non si tratta di recriminare, probabilmente avrei potuto andare fuori per mio bisogno e la medesima concatenazione di eventi si sarebbe comunque verificata.
Il tragitto era semplice, giù dalla discesa avrei attraversato la statale, poi avrei attraversato il sottopasso e sarei arrivata.

Era semplice, in teoria.
Le casualità, le infinite possibilità.

Quel sottopasso era sempre trafficato, non era strano che non passasse nessuno? Ma dai, maledetti automobilisti, siete sempre tra i piedi, quando si tratta di pedoni.

Non doveva essere doloroso rispondere a delle indicazioni stradali, è facile che uno straniero si perda. Finora, è davvero tutto semplice e casuale.
Quello che non fu semplice avvenne in cinque o dieci secondi: sbattere la schiena contro il muro, scalciare, mordere ed urlare. Ricordo le mani sporche di grasso e che ci vollero eterni secondi prima che arrivasse un auto.

No, dico, dove diamine eri? Ti sei fermato, con la tua bella macchina nera, a comprare la frutta? Sono davvero contenta per te, forse anche un po’ grata, visto che mi ha lasciato andare per scappare non so dove.

Avrebbe potuto andare peggio ma finalmente sei arrivato tu. Avresti potuto fermarti, almeno avrei ringraziato visto che non ci siamo più incontrati.
Da questo punto in poi, tutto torna semplice.  Mi rialzai, arrivai al negozio, ed era chiuso. Feci qualche altro passo, forse il mare, dall’altra parte della strada, mi avrebbe tranquillizzata. Lui non ci riuscì ma Ivan si! Non so se sarei tornata a casa se lui non mi avesse riaccompagnata.

Tutto non andò come previsto, doveva essere una passeggiata, in semplicità.
Il peggio, venne dopo. L’umiliazione venne dopo. La rabbia venne a braccetto con la certezza. Io non sono una vittima, mi rifiuto! Non l’hanno mai preso, non ne avevo dubbi, ma fecero quello che potevano con gli elementi che gli avevo dato. Loro, i carabinieri, furono gentili.

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