Giornata Nazionale per la Salute della Donna

di Erika Zerbini

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Oggi, 22 aprile 2016, è la prima edizione della Giornata Nazionale per la Salute della Donna.

Il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, ci chiede di partecipare attivamente proponendo questioni, problemi, domande, osservazioni che riguardino la salute delle donne o dei loro familiari.

#SD16

Questo è l’hashtag sotto il quale si possono radunare i pensieri e le voci di tutti noi.

Da poco si sono conclusi i lavori dei dieci tavoli di discussione che hanno avuto il compito di contribuire a delineare le linee guida del Ministero, valide per i prossimi tre anni. A conclusione della giornata, il Ministro sottoscriverà il Manifesto dedicato alla salute della donna, da mettere in campo nei prossimi anni.

E’ nostra intenzione mantenere alta l’attenzione su un tema che ci sta molto a cuore. Un tema affrontato dalla pagina Facebook Basta tacere: le madri hanno voce, che in sole due settimane di attività ha raccolto più di 21.000 like, offrendosi di dare voce alle storie di violenza ostetrica, allo scopo di mostrare quanto sia necessario portare in discussione la proposta di legge depositata dall’On. Adriano Zaccagnini:Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico”.

Crediamo che il momento del parto sia una delle tappe fondamentali di una donna, ma non solo della donna. Infatti, attraverso quel processo, nascono un figlio, una madre e un padre: attraverso il parto nasce una famiglia intera.

Offrire l’opportunità alle famiglie di vivere quell’esperienza nel modo migliore possibile, significa permettere alle famiglie di nascere in buona salute. Un parto rispettoso dota già le famiglie delle migliori opportunità perché possano crescere sane, affettivamente e fisicamente.

Famiglie sane sono la base fondamentale per una società sana.

Purtroppo però, accanto ad una sempre più accurata attenzione al momento della nascita, esistono ancora troppe realtà in cui la tendenza è contraria. Tali realtà sono talmente numerose da non potersi considerare eccezioni. Non occorre andare a scovarle in luoghi remoti: si verificano anche in strutture accreditate, considerate veri punti di riferimento nel territorio. Tali realtà sono talmente comuni da averne collezionate facilmente alcune, raccontate di seguito…

La mia era stata una di quelle gravidanze da augurare a qualsiasi donna: non un disturbo, tutto regolare, facevo meditazione, yoga, avevo praticato il bonding prenatale, parlavo con la ima bimba nella pancia da mesi, un colpetto io , uno lei, due colpetti io , due lei.. Insomma , stavo arrivando al termine in perfetta salute e senza patemi. Avevo gia’ preparato la musica da usare in sala parto, una di quelle con cui l’avevo cullata dentro me da mesi.
Due settimane prima del termine mi reco in ospedale per un controllo, necessario a valutare la condizione di una ghiandolina e capire se era da incidere prima o dopo il parto…
Mi visita una ginecologa , molto frettolosamente, che mi guarda come fossi scema e mi dice : “ Ah, lei non si e’ accorta che sta perdendo liquido amniotico?”. Veramente no. Le spiego che da sempre ho piccole perdite , ma da tutta la gravidanza, pertanto era normale lubrificazione. Invece no. Senza farmi nemmeno un amniotest decide per il ricovero immediato. Mi ritrovo catapultata in corsia nell’arco di due ore, con la mia valigina blu preparata da tempo. Contrazioni: nessuna. Passa a visitarmi di nuovo un medico, poi una ostetrica, poi i dottorandi… Lascio immaginare. Mi sentivo una cavia. Mi preannunciano con fare ilare che entro poco avrei partorito. Peccato che fossi dilatata di nemmeno due centimetri. Dormo beatamente e il mattino dopo decido che me ne vado. Macche’. Il dottore di turno mi ferma . “ Signora entro stasera partorisce!”. Cominciano a mettermi il gel. Una volta. Due volte. Nessuno mi spiega nulla. Contrazioni zero. Alle 15 del pomeriggio mi dilato a tre centimetri. L’ostetrica mi dice: “Andiamo in sala parto”. Mi attacca la macchinetta per controllare i battiti e le contrazioni ( quali?). Dalle 15 alle 20 vengo lasciata completamente sola. Dopo qualche ora e’ mio marito che cerca qualcuno.” Si si ora veniamo”. Alle 22 sono esausta. Non ne posso piu’. Sola, senza nessuno che mi spieghi nulla, da ore e ore, la macchina che monitora i battiti e tutto il resto ferma gia’ da ore. Arriva frettolosa una ostetrica che mi visita ( ancora??). Nessuna dilatazione ulteriore. Mi trasferisce in una saletta . Mi attacca l’ossitocina. Sono arrabbiata. Io non volevo partorire cosi’. Mi lasciano sola, nessuno mi spiega nulla, se chiedo mi rispondono male. L’ossitocina non provoca cambiamenti. A mezzanotte arriva il chirurgo, non mi gurda in faccia, mi visita. La mia piccola, regolarmente posizionata da tempo, si e’ girata, ritirata. Non vuole nascere ora, non vuole!! E’ così chiaro! Il medico invece senza appello : “ Parto cesareo. Signora tentiamo una spinale”. E se ne va. Inizio a piangere. Di rabbia, di impotenza..si arrabbiano perchè piango. Arriva l’anestesista. Tre tentativi.. non riesce a trovare il punto. Decidono per una anestesia totale. Mi fanno firmare un foglio tra le lacrime.Pare ci sia scritto che acconsento al cesareo. Ormai sono esausta. Morta. Riemergo dalla nebbia dell’anestetico. Sento una voce che urla forte :” Signora, signora, si svegli!!” Io cerco di comunicare ma non escono le parole. Cerco di muovere un braccio per segnalare che non respiro. L’ostetrica urla, l’anestesista pure : “Ma questa stronza non ha mai fatto una anestesia in vita sua?”. Sto morendo, non respiro. Mi sbatte sul viso qualcosa di scuro, credo una mascherina. Riemergo poco dopo. Mio marito erano ore che cercava di sapere cosa fosse accaduto. Nulla. La bambina nasce con un indice Apgar bassissimo, come dubitarne dopo tanto scempio. Aprira’ gli occhi solo dopo 7 giorni. Mio marito minaccia denuncia. Lo fanno dormire per terra neppure una sedia. Per me nessuna parola. So che l’anestesista ha telefonato a casa per chiedere scusa, disse che era andata nel panico. Cartella clinica : scolo liquido amniotico ASSENTE. Al foglio che ho firmato per acconsentire al cesareo era accluso un altro foglio che non avevo mai visto : La paziente e’ informata che viene praticato il taglio cesareo per sproporzione feto-pelvica.
Mai detto da nessuno.
Quella notte , su dieci donne che eravamo a partorire, vennero praticati dieci cesarei…….

Giulia La Face

Lo so, sono passati tanti anni. Mi avevano detto che il dolore del parto si dimentica, ma se sono qui a raccontarvi questo vuol dire che qualcuno ha mentito.
Quando ho avuto la prima figlia, sedici anni fa, avevo fiducia nel medico che mi era stato consigliato. Dopo una gravidanza fisiologica, abbastanza serena, arrivarono le prime contrazioni. Il corso preparto mi aveva delusa profondamente: ricordo solo poltrone basse e sprofondanti, che mi facevano sentire una tartaruga rovesciata, e la dottoressa che ripeteva “mi respiro, sono una scatola vuota”. Quali contrazioni erano “giuste”? Questo non lo sapevo, non ero preparata.
Una mattina, però, cominciarono dei dolorini che mi portarono fin davanti all’ospedale, per poi decidere di non entrare: non erano regolari, sentivo che non era ancora il momento. Nel pomeriggio, però, i dolori erano ancora lì, più forti… e al secondo giro varcai la soglia.
Il caso (sfortunato, temo) volle che il mio medico fosse di turno e valutasse la situazione. Non ero quasi dilatata, ma lui “decise” che avrei partorito entro il suo turno. Prima dilatazione manuale. Poi, ossitocina, con flebo. Chiusa in una stanza senza finestre, relegata a letto, monitorata e col braccio attaccato a un tubicino, il mio travaglio fu questo: ore e ore senza possibilità di mangiare o bere nulla, senza possibilità di muovermi. Ore e ore di contrazioni indotte, dolorosissime. Mi fu rinfacciato che però erano “poco efficaci”: seconda dilatazione manuale. Questa fu davvero un incubo.
Il mio tentativo di resistere al dolore mi provocò una specie di contrattura del viso: non riuscivo a parlare e ad aprire un occhio. Ero terrorizzata da quella sensazione di paralisi, ma nessuno mi diceva nulla, a parte “non è niente”. Due parole per spiegarmi mi avrebbero tranquillizzata, avrebbero cambiato tutto. Invece, fui trattata come una che si fa solo delle fisime.
Una bacchetta magica per rompere le acque poi finalmente toccò a me: arrivò il momento in cui lasciarono fare a me il mio lavoro. E la bimba arrivò.
Nulla di che: ordinaria amministrazione di parto indotto.
Che posso dire? Se mia figlia e io fossimo state rispettate, se ci fossero stati lasciati i nostri tempi, sarebbe stato tutto diverso. Questo parto ha cambiato il mio rapporto con la mia femminilità, ha generato paure che non ho mai superato, mi ha privata di una serenità che potevo e (meritavo di) avere. Ho avuto altri figli, altre esperienze. Ma quello che mi è stato tolto quel giorno non mi verrà mai restituito.

Antonia Romagnoli

Al monitoraggio di controllo della 41esima settimana, il tracciato presenta anomalie.
Un ginecologo mi comanda bruscamente di seguirlo, mi fa un’ecografia diversa dal solito: monitor a colori, picchi luminosi e dati che non ho mai visto.
Gli chiedo cosa ci sia che non vada: perché quel controllo?
Mi risponde di non seccarlo, che sta lavorando.
Dopo l’ecografia mi rimanda a casa, senza una spegazione.
Il giorno dopo entro in ospedale alle 9 del mattino perché temo di avere rotto il sacco.
Mi conducono in una stanzetta, mi fanno posizionare sul lettino ginecologico e senza un’occhiata, una parola di spiegazione, l’ostetrica mi infila un attrezzo ferroso, grande quanto una mano, dentro, lo spinge fino in cima al sacco e conferma che è rotto. Dolore, paura, avvilimento.
Mi assegnano un letto e inducono il travaglio con le prostaglandine.
Dopo alcune ore un’altra dose.
Nel pomeriggio mi chiamano per una visita di controllo e una ginecologa alle prime armi aspetta una contrazione, infila le dita e rovista senza alcuna delicatezza, seccata per la conformazione poco agevole del collo del mio utero. Un dolore atroce. L’ostetrica accanto a lei è visibilmente dispiaciuta, con lo sguardo mi chiede scusa, aspetta la contrazione successive e mi visita: non sento alcun dolore. Mi occorrono alcuni minuti per rialzarmi, dico che sia per il dolore, in realtà è il dolore della violazione, dell’umiliazione. Torno nel mio letto piangendo.
Passa l’infermiera per somministrarmi la terapia antibiotica. Prima di darmi la pillola controlla la mia cartella e mi avvisa che sono allergica al farmaco. Lo voglio ugualmente?
Strabuzzo gli occhi e ovviamente rifiuto. Torna la ginecologa macellaia e mi spiega che se rifiuto il farmaco devo firmare un modulo: me ne assumo la responsabilità. Faccio notare che sono allergica al farmaco che hanno attentamente scelto per me. Non importa: qualcuno ha stabilito la terapia e se non voglio assumerla è affar mio.
Firmo.
Nessuno si fa più vivo finché di notte, da sola, lungo il corridoio buio del reparto, piegata in due dai dolori, vado a cercare un’ostetrica. Finalmente sono pronta per l’epidurale.
Fanno l’epidurale, mi attaccano al monitoraggio e la stanza si riempie: ginecologo senior, ginecologo junior, anestesista, ostetrica e infermiera: qualcosa nel monitoraggio non va, esattamente la stessa anomalia del giornio prima.
Le paia di dita si susseguono le une alle altre: entrano quasi tutti.
Dopo un’ora di manipolazioni l’inferimera mi rade e cesareo d’urgenza.
Mi mettono 25 graffette e sono madre.
Mia figlia era bradicardica, il battito del suo cuore scendeva pericolosamente durante le contrazioni. Oggi deduco che avesse il cordone attorcigliato da qualche parte, ma allora non mi diedero alcuna spiegazione.
Questo è stato il mio primo parto.
Da allora ho partorito altre quattro volte e non mi sono mai più sentita una vacca al macello, segno che non sempre va male e segno che, lavorandoci su, si può guarire da certe ferite.
Tuttavia la cicatrice resta, infatti sono giunta al parto della mia secondogenita dando a mio marito la precisa incombenza di non perdermi mai di vista e intervenire al minimo accenno di pericolo.

Erika Zerbini

 Cara Ministro Lorenzin, contiamo su di Lei!

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