Oltre la vita… Un mondo di parole di Donne sul post-mortem

Oltre la vita…

Un mondo di parole di Donne sul post-mortem

di Emma Fenu

Cosa c’è prima e dopo la parentesi chiamata “vita” non lo possiamo sapere.

Tuttavia, se quanto precede il nostro primo vagito non ci inquieta e, se non crediamo nella reincarnazione, non ci porta a porci domande frequenti, quello che c’è dopo ha una valenza diversa.

Perché quanto segue il nostro ultimo respiro non è solo mancata presenza, ma assenza che si veste di paradossale presenza.

Assenza che, comunque venga, o tenti, di essere spiegata, con teorie religiose o agnostiche, con dissertazioni scientifiche o filosofiche, provoca inquietudine, smarrimento, dolore.

Siamo esseri contingenti, forse destinati all’assoluto, forse, ma come?

Una porta di carne e sangue ci ha immesso nella storia, un’altra ci immetterà nella non-storia, quella mai documentata, ma scritta.

Ebbene sì, perché penne giovani ed emergenti, dotate di cultura, spirito critico e voglia di godere della Vita, si sono messe in gioco pubblicando opere narrative che trattano il trapasso, e ho scritto tale termine non per evitare eufemisticamente morte, ma perché è proprio di quella linea di confine che si tratta, ossia quando non si è più, ma non del tutto.

I romanzi da me esaminati evidenziano, al di là della formazione caratteriale e professionale dei rispettivi autori, punti di contatto.

Essi sono (l’ordine rispecchia meramente il mio ordine di lettura, ma è evidente che sono stati editi nel medesimo lasso di tempo):

Lisa Molaro, “Un secondo lungo una vita”, dicembre 2015.

morte

La protagonista, Beatrice, stavolta non è colei che, secondo dantesca memoria e etimologia del nome è “beata” nei cieli, ma una giovane donna che si trova a dover elaborare un tragico lutto, quello del proprio amato.

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Cristina Biolcati, “Balla per me”, dicembre 2015.

morte

Davide, deceduto a causa di un drammatico incidente stradale, ricorda, in un diario di sospiri, la vita e il suo profondo significato, in bilico fra l’effimero e l’eterno, in una quotidianità che è dono.

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Rosalba Vangelista, “Mi chiamavo Susan Forbes”, marzo 2016.  

morte  Susan è una diciassettenne che, nella Crawley (Valle del corvi) del 1847, sceglierà il suicidio, impiccandosi all’albero del cimitero di famiglia, per essere stata costretta a subire l’uccisione dei suoi amori.

Con un’atmosfera noir si descrive la violenza subita da una giovane donna rea solo di essersi abbandonata al sentimento.

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Stilo alcuni punti essenziali per rendere l’analisi, se pur compendiaria e, dunque, parziale, più chiara possibile:

a. Non tutti hanno letto “Amabili Resti” di Alice Sebold, pubblicato nel 2002, e quest’ultimo non è che uno dei numerosi bestseller, neppure forse dei migliori, che hanno affidato al defunto, per di più giovane, la voce narrante.

Eppure, tale romanzo, statistiche alla mano, ha generato, tramite la morte evocata, notevole interesse in lettori eterogenei: quindi l’eco di esso raggiunge anche chi non ha avuto alcun approccio al testo.morteb. I morti parlanti, in tali opere, non sono spettri raccapriccianti, non assumono connotazioni horror e neppure fantasy, sono ancora anime tali e quali a quando erano anche corpi.

Sono tutte giovani vite stroncate in circostanze drammatiche e improvvise.

c. Si muovono in una sorta di limbo, in uno stato di “trapasso” al quale prima accennavo, per portare a termine una missione, prima di poter godere della pace:

ossia quella di comunicare con i vivi, con coloro che amano, per salvarli dal dolore, o con il lettore stesso, per denunciare la propria pena ingiusta.

d. Il finale non è prettamente autoconclusivo, ma il mistero aleggia fra lamiere contorte e ali di piume nere: è un enigma che non investe tanto la morte, quanto il significato dell’esistere.

Paradossalmente i romanzi in questione celebrano un inno alla vita, all’amicizia, all’amore nella sua accezione più ampia.

e. In tutti e tre i casi la scelta è caduta sull’autopubblicazione, probabilmente per motivazioni personali e del tutto estranee al mercato dell’editoria, ma mi è difficile non chiedermi quanto queste tematiche siano ritenute fruibili.

f. I romanzi sono frutto del lavoro attento di scrittrici: sono brevi, con metafore forti ma toni misurati che denotano delicatezza, commozione, empatia, assenza di morbosità, cura formale nel fondere il nero e il rosa.

Queste giovani donne, ventri che, per DNA, sono  predisposti all’accoglienza della nascita, non solo di bambini, hanno trovato un modo femminile di rapportarsi alla morte, perché la vita la amano e la donano.

 

 

 

 

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente.

Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.
Scrivo per lavoro e per passione.
Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui “Cultura al Femminile”.

Ho pubblicato un saggio, “Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena”, un romanzo – inchiesta, “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, “Le dee del miele”, che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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