La figura della Madre nelle liriche di Silvia Marutti

Di Ilaria Biondi

caleidoscopio

Si muove e ondeggia la parola poetica di Silvia Marutti con discrezione, levità e garbo nella polvere ariosa e impalpabile che intreccia, con trasparente lucentezza, un vissuto quotidiano densissimo di riflessi e di emozioni vibranti a un paesaggio dell’anima sempre teso a cogliere, scrutare, catturare, sentire col respiro e lo sguardo un Altrove percepito e inseguito, un orizzonte infinito che è corda d’arco chiamata a restituire misura, forza e senso al vivere.

Squarci di luce che si velano, per istanti, di un’ombra sfumata e appena accennata, che quasi si ritrae, per timore di essere invadente.

Il taglio del dolore viene accolto, quasi carezzato dalla mano di Silvia, che non si lascia svellere dalla ferita del buio e che, con dolcezza intrepida, con consapevolezza visionaria, con femminile e antica saggezza, abbraccia i vuoti e le assenze rendendoli colmi della propria presenza stupita e generosa. Un dolore che viene assunto con consapevole dignità, che siede lentamente e compostamente sulle curve dell’anima, custodito con sobrietà ed equilibrio entro il confine formale di versi brevi e nitidi.

Il giardino di Silvia conosce le foglie secche e i rigori della stagione morta, ma non si arrende agli uncini di un inverno senza alba e spalanca le proprie finestre sui riflessi e sui profumi di una vita che vuole essere cantata, che chiede di essere ascoltata, che si getta in volo sulle piume morbide di un mite pettirosso.

La voce si lascia a tratti sfiorare, quasi ammaliare dai sussurri pacati della malinconia e della nostalgia quando il chiarore limpido dello sguardo si ripiega sulla memoria, ma lo fa senza cedimenti, né lamenti, né commiserazione. La parola rimane pura nella sua grazia pulita e conserva quella luce abbagliante che, rapida e inafferrabile, si posa sul nostro capo, leggera, per poi subito dissolversi e farsi pulviscolo.

Silvia canta il proprio viaggio di figlia, donna, moglie, madre, sorella e amica.

Nel mare trasparente solcato da maree dei suoi giorni giovani e adulti veglia su di lei la figura materna, presenza d’amore che la guida e l’accompagna attraverso le forme, le ombre e i riflessi del chiaroscuro, con solida mano, scivolando sul suo cuore come battito d’ali.

Quanta sofferenza inghiottita nella breve lirica Canta mia madre. Sofferenza che però non si tramuta mai in urlo e strepito, ma si lascia dire con sillabe sommesse, entro lo spazio circoscritto e assoluto di un istante di bellezza, scalfito dalla scheggia bruciante della consapevolezza. La quiete perfetta delle ore calde, tinte d’erba e dei panni stesi ad asciugare. Il candore abbagliante di momenti d’amore. Gesti lenti, che tracciano fili d’umile e immemore sapienza. Dita che tessono l’ordito di un legame senza tempo. Il ritmo franto degli ultimi versi racconta, asciutto e per questo ancor più incisivo e dolente, il battito di un cuore che sa e che nulla può contro il destino. Composta, la parola trattiene il dolore e si abbandona al canto, facendo eco a quello della madre, che nella sua ritrosia e semplicità estrema si erge, agli occhi e nel ricordo di Silvia, in tutta la sua grandezza maestosa, quasi sacrale. La figlia, nel suo gesto tacito d’amore, che si carica del frastuono sordo di un dolore inaccettabile, si fa madre della propria genitrice, accudendola, accogliendola nel proprio grembo, tenendo lontano dal suo sguardo il mistero della paura, il gelo sconfinato di un domani che si dileguerà.

“Stamani

con mia madre

ho guadagnato il prato.

Dentro le nostre mani

da un legno all’altro scorre

il filo del bucato.

E nel fruscio leggero

di vele immacolate

canta mia madre

ignara

ultima

la sua estate.”

 

Nel caleidoscopio della vita passato e presente scivolano uno dentro l’altro, fluendo, scorrendo, come onde mai paghe del proprio movimento circolare. Ai frammenti di un ieri che s’inabissa nell’ultimo addio seguono le zone scure di un oggi che inciampa e rischia di precipitare. Eppure quel cuore palpitante non cessa di battere, accanto a Silvia. Vivo, seppur lontano, seppur scomparso. L’oscillare dolente tra una gioia d’istanti abbagliati dal sorriso materno e la mesta consapevolezza del suo essere in un altrove sconosciuto. D’intensità drammatica i versi d’attacco, che reclamano un’urgenza, che dicono un bisogno insopprimibile, eppur destinato a rimanere inesaudito.

“Mi serve un tuo sorriso

madre

adesso.

Più il giorno insiste

ad inseguir la notte

e più ti rassomiglio.

È grazia conquistata

questo tempo di me

questo sentirti viva

pur senza averti accanto.

Accesi dentro il buio

s’aggirano discreti

riflessi di uno sguardo.”

(da Caleidoscopio)

Nella lirica Madre dormiente, che come le precedenti appartiene alla prima raccolta poetica di Silvia Marutti, Caleidoscopio (Silva, 2007) la Madre può dirsi solo nell’assenza, nel vuoto di ore che si aggrappano testardamente al sogno, all’abbandono dell’illusione. Ferita che punge, che rimbalza nella trama di un’esistenza che non nega asprezze e durezze. La potenza del ricordo però sa sciogliere le punte aguzze del tormento, il potere salvifico della memoria dona pace a un’anima che si aggrappa a pezzi di un passato che forgiano e plasmano un presente che si finge eterno per inseguire e raggiungere colei che al per sempre appartiene, in quel sonno di solenne bellezza che sembra voler negare il terrifico mistero della morte.

“Sul labirinto estroso

nel tempo del per sempre

sei quel che adesso sono   

meravigliosa madre

madre dormiente.”

(da Madre dormiente)

Solo la scrittura sembra fare da ponte a questo abisso di solitudine filiale, che in Mia madre ha il ritmo secco e martellante di un tutto che non è più: il verso si fa breve, quasi sincopato. La parola paziente e luminosa che congiunge spazio e tempo, sostanzia i silenzi, colma i vuoti divoranti, accorcia le separazioni, consuma i divari, sorregge passato e presente nel segreto nucleo della propria luce:

“ Trent’anni

che frequento la tua assenza. 

Tutto.

Tutto di Te

Mi manca.

 

E penso di non scriverti abbastanza.”

(Mia madre)

Se già in Caleidoscopio Silvia Marutti raccoglie le proprie lacrime senza mai esibirle e dipana il suo vissuto ancorandolo alla muta presenza – assenza della Madre, in Due Kappa (Silva, 2010), silloge che s’innerva sui precipizi dolenti della malattia, seppur non scevri della luce della speranza e del sapore pieno della gioia di vivere, la figura materna diventa non solo oggetto di ricordo sospeso tra la mesta malinconia e la dolce esultanza, a coprire spazi dell’anima slavati, scarniti e potati dagli affanni quotidiani, ma è nome invocato, volto cercato, voce desiderata con la forza, il puro ardore e l’intensa partecipazione di una preghiera. Il ragno nero divora feroce le membra e disfa guizzi di luce e frammenti di sogni, assesta colpi d’accetta al coraggio e alla resistenza di un corpo, di un cuore, di una mente che si sottraggono alla “facile” tentazione di sparpagliarsi in mille piccole gocce, di lasciarsi andare per seguire il nero flusso della corrente. Silvia chiama la Madre, la insegue col pensiero e la parola e nel culminare del disastro dolente che le esplode dentro, sente il suo Esserci provvido e gravido, sente la sua mano, sente il suo cuore e non ha più paura, sa che non deve più avere paura, perché non è sola. Nel silenzio del proprio limbo interiore Silvia ascolta il riverberarsi della luce materna, che dischiude un’aria di pace e conforto, venendole incontro con braccia aperte vestite d’amore.

Nel buio adesso ascolto la Tua voce

così cara e lontana

sciogliere adagio il grumo di un dolore.

sulle rive tranquille di un sogno

il tuo sorriso intatto m’accompagna.

(A Mia madre)

Il cuore di Silvia sta sospeso tra un presente d’abisso pronto a inghiottirla al primo moto di cedimento e un passato che in esso confluisce, conducendo sulle proprie sponde amore e consolazione. Le sue mani frugano tra le suppellettili di giorni perduti, ma non dimenticati, stelle ardenti e pulsanti che rischiarano il buio. Una foto. Che restituisce al suo cuore di figlia il ventre accogliente della Madre. Ma in quella ricerca necessaria, la mano indugia, impaurita e smarrita, sui giorni amari di quel volto amato, sul quale infieriva vigliacca la disumana malattia. Si assimila e si riflette la propria via crucis in quella della madre. Il proprio dolore si annulla nell’oblio per lasciare esistere, lì sulla pellicola, in tutta la sua evidenza e nel cuore, a premere ingombrante, il cielo inodore di quel fardello. Ma al di là delle zone nere e degli aculei del Vuoto, un cordone che vibra, inossidabile, e disegna spazi comuni possibili, di amore che trascende il nulla.

“Ho ritrovato tra le foto quella

di quando il tempo su di Te induceva

lo scempio che ha per nome malattia.

Allo sgomento del tuo sguardo spento

porto la mia paura

come allo specchio in ombra un divenire

che ancora ci appartiene.”

(Ho ritrovato – a mia madre)

Poi, per un istante farsi piccola. Ritrovare se stessa nello stupore cantilenante, nella carezza calda e rassicurante di una ninna nanna che profuma di tempi lontani. Rinascere figlia e irradicarsi per sempre, con le gambe, le braccia, il cuore tenace nell’immagine materna, nel suo alito amoroso. Rimbalzare oltre la perdita, ricomporre nel proprio palmo la neve soffice che si era sciolta, strappare il volto caro all’assenza inesorabile, alla sottrazione, alla privazione inaccettata, ricomporre disperatamente una geografia di memoria: la potenza del verso iniziale di Ninna nanna (a mia madre) restituisce la voce spezzata di una figlia che implora di non cadere nell’oblio e che rinnova la sua fedele promessa d’amore.

“Non mi dimenticare

se mille e mille ormai conti i tuoi giorni

dentro un mondo soffuso di memorie

così ricco di attese di ritorni.

Io non ho mai lasciato

La mano al tuo pensiero:

cammino sul tuo ieri

come se fosse vero.”

 

Madre amata e troppo presto perduta. Madre desiderata, pensata, sognata, madre consolatrice, madre benedetta. Giorni resi orfani anzitempo, ispessiti dal colore del gelo, che ha trascinato nella sua tormenta la leggerezza spensierata degli anni giovani. Brevi e decise pennellate a schizzare l’essenzialità pura di un momento che ha qualcosa di sacrale. La melodia allegra e fluttuante di una vita che impaziente vuole albeggiare. La stanchezza di una vita che sta per essere rubata dalla morte.

“Ti ho portato le mie cicatrici

mentre scherzava il vento

coi miei capelli e coi tuoi fiori stanchi

all’ombra lunga di una sepoltura

dal Tempo di una giovinezza

per sempre listata a lutto”

(Ti ho portato – a mia madre)

Nume tutelare è la Madre, figura che rifugge l’invadenza, appare discreta nel verso delicato che la delinea attraverso pochi, ma densi e necessari tratti: il suo canto, la luce del suo sorriso e la forza dolce dei suoi occhi. Ma proprio questo suo umile ritrarsi ne fa esplodere, implicitamente, la Grandezza.

Un universo emozionale intessuto di affetti solidi di purezza che tracciano il percorso saggio del sentire di Silvia, raccontato con pudicizia e delicatezza da un verso che rifugge fronzoli e pose artificiose.

Silvia scrive, tenace, e non si arrende. Perché solo nell’incavo silenzioso della parola, culla di pensiero e di cuore, può ritrovare il respiro materno, incontrare ancora quell’indimenticata bellezza che ai suoi occhi di figlia innamorata serba tracce divine …

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