Le Parole per dirlo di Marie Cardinal

Recensione di Anna Maria Brattoli

Autore: Marie Cardinal

Titolo: Le Parole per dirlo

Edizioni: Bompiani, 1976

pagg: 287

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“Dottore, vorrei saldare il conto, non verrò più. Ora mi sento capace di vivere da sola. Mi sento forte. Mia madre mi aveva trasmesso la Cosa, lei mi ha trasmesso l’analisi, è un equilibrio perfetto, la ringrazio.”

Le parole per dirlo è la storia tutta al femminile di un’analisi, di un graduale recupero di sé, di una rinascita nella consapevolezza. La protagonista, completamente avvinta da ciò che lei chiama “La Cosa” decide di rivolgersi a un analista.

Se non ci fossero stati il sangue, il sudore, i tremiti, il cuore scatenato, i polmoni oppressi, la nebbia che mi ostruiva gli occhi e le orecchie, avrei avuto il coraggio di tuffarmi sempre più a fondo nell’analisi? Non credo. Se non avessi avuto la fortuna di essere completamente sopraffatta dalla malattia, forse non avrei trovato la forza di andare fino in fondo nello scontro con me stessa.”

Lunedì, mercoledì, venerdì. Tre fermate di una corsa, durante le quali consegnare il proprio raccolto. Era giunta l’ora di affrontare la Cosa, accettare la malattia. La Cosa nasce nella tenera infanzia.

“Si faceva viva ogni volta che non piacevo a mia madre o pensavo di non piacerle”

 L’occhio di una madre che, come l’occhio di Dio, era sempre lì a valutare ogni gesto, ogni pensiero. Un occhio che la protagonista sente dentro di sé e fa da filtro al suo modo di guardarsi, di guardare.

È tra la donna che lei avrebbe voluto generare e me che la Cosa si è insediata. Mia madre mi aveva fuorviata e il suo lavoro era stato così perfetto, così profondo, che non ne ero conscia, non me ne rendevo conto.”

 Una madre che fa sentire alla figlia il proprio rifiuto, trasformandolo in parole che feriscono, marchiando col fuoco una pelle sottile e delicata, ancora troppo sensibile.

“Là, in quella strada, con poche frasi, mia madre mi ha cavato gli occhi, mi ha rotto i timpani, mi ha scuoiata, mi ha tagliato le mani, mi ha rotto le ginocchia, mi ha torturato il ventre, mi ha mutilato il sesso. Ora so per certo che non era conscia del male che mi stava facendo e non la odio più. Mi riversava addosso la sua pazzia, le servivo da capro espiatorio.

Piano piano la Cosa sfuma e la protagonista si riprende i propri affetti, le proprie emozioni, la propria vita. Nasconde fogli scritti sotto il materasso e poi scopre che quella bambina fallita ha un dono: sa trasformare le emozioni in parole. Scrive un libro.

“Credo che un’analisi ben fatta deve portare alla morte di una persona e alla nascita della stessa persona provvista della propria libertà, della propria verità. Tra quella che ero e quella che sono diventata la distanza è immensa, così grande che non si può nemmeno stabilire un paragone tra quelle due donne. E questa distanza non smette mai di aumentare perché un’analisi non finisce mai, diventa un modo di vivere. Eppure la pazza e io siamo la stessa persona, ci assomigliamo, ci amiamo, viviamo bene insieme.”

Un’analisi ben fatta, in cui la protagonista trova “Le Parole per dirlo

Sinossi

Incubi, angosce, paura della morte e della vita. È un male che paralizza, inibisce, confonde, fa perdere coscienza di sé, annulla il senso delle proprie azioni. La famiglia, i ruoli, la condizione di donna, la società, la morale. E a monte un’infanzia tradita, presupposti sbagliati, pregiudizi, ossessioni arcaiche… È la storia tutta al femminile di un’analisi, di un graduale ricupero di sé, di una nuova nascita nella consapevolezza. Una storia che, tradotta nella pagina, ha sconvolto, commosso, convinto. Marie Cardinal è ormai il simbolo di una certa scrittura, di un modo intimo, caldo e vero di affrontare il problema femminile dalla parte del linguaggio.

 

 

 

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