“Viaggio in terza classe” di Marta Ajò

“Viaggio in terza classe” di Marta Ajò

recensione di Emma Fenu

 

Viaggio in terza classe

Non sarà una recensione quella che seguirà, ma il testo di una mia mail inviata, a seguito della lettura di “Viaggio in terza classe”, un romanzo testimonianza scritto da Marta Ajò, per vent’anni dirigente del PSI, fra gli anni ’70 e ’90.

Una Donna con una carriera notevole ma, soprattutto, con la capacità intelligente e creativa di rinascere in nuova veste per essere sempre fedele a se stessa , attraverso lo strumento del web.

http://www.marta-ajo.it/

 

“Cara Marta,

ho letto il tuo libro e mi hai spiazzata.

È forte, disperato, cinico, speranzoso.

È la storia di un Paese, di una persona, di una Donna, di una politica, di una madre.

Quando ho letto il titolo lo ho pensato. Lo confesso.

Già… in terza classe.

Ma almeno quel treno è passato e ti sei seduta,

mentre noi, le figlie che, anche nei tuoi sogni, dovevano conquistare il 2000, abbiamo camminato sulle macerie delle stazioni: o troppo giovani, o troppo titolate, o troppo donne, o troppo poco donne perché non madri.

Sicuramente troppo sfiduciate per metterci a guardare il passato e capire che, se quel treno non ci fosse stato, chissà dove saremo, ora.

Sono figlia di un padre non politico, ma innamorato di politica.

Sono cresciuta con il tepore di questo suo fuoco che non mi ha mai scaldato: lui con il camice da medico, io con la gonna a ruota, lui con il quotidiano, io con Elsa Morante.

Eppure quella “Storia” prelude ad una “storia”, che culmina in Tangentopoli, è anche la mia, degna quanto quella di Useppe.

Quelle monetine lanciate dalla folla hanno infranto una passione ancor prima di nascere, relegandomi al non sapere, al non aver interesse a sapere.

Perché tanto, “tutto cambia affinché nulla cambi”.

Il linguaggio politichese sembra aramaico se messo a confronto con chi ha lavorato, studiato e vissuto onestamente, e ha pure pagato il biglietto e obliterato… eppure il fischio non si ode e non si parte.

Il lavoro è un miraggio, l’indipendenza un’utopia, a volte la maternità un lusso.

E quando i passeggeri sono così stremati, faticano a essere coesi: perfino i legami di specie e genere diventano insignificanti, poiché esiste un solo un “io”, già abbastanza calpestato da troppi “loro”.

Marta, tu scrivi in modo sincero, con una penna di pregio, ma con l’inchiostro limpido, perché non si deformino nell’oblio anni sepolti prima di esalare l’ultimo respiro, perché il racconto sia seme di confronto e di riflessione.

Come tu sottolinei: “ricordare non è un reato, è un dovere”. Concordo.

E mi piace la definizione che dai al tuo stile, ossia “di pancia”. Ossia emozionale, privo di troppi filtri, viscerale, coinvolgente, spudorato… materno.

Iniziamo il viaggio, allora, Marta, perché ho molto da imparare.

So che senza le lotte delle donne di allora, i diritti che oggi ci sembrano banali, o non sarebbero tali o sarebbero costati il nostro di sangue, perché avremo dovuto prenderci da sole ciò che ora è nostro.

Grazie, dunque, a chi è si è imbrattato di rosso per noi, quando essere donna nel mondo del lavoro era ancora più arduo.

Benedetti gli anni 70, quando io non c’ero, ma qualcuno cominciò a non accettare le discriminazioni di genere e il femminismo divenne epoca, distruggendo stereotipi e bruciando ruoli imposti come guinzagli, donne chiamate “mignotte” resero ancor più ovvio che la rivoluzione era necessaria.

Negli anni 80 si cominciò a parlare di quote di rosa: se ne parla ancora e, da qualunque angolazione si affronti il problema, pro o contro, se ne dissertiamo tutt’oggi  vuol dire che la situazione di discrepanza non è risolta.

E poi accadde qualcosa, secondo la testimonianza che tu riporti: finì l’antico spirito di sorellanza a vantaggio di un minuetto politico sul valzer delle alleanze.

La stima per le donne e per le loro idee non venne meno, ma l’apporto era richiesto in modo volontario e gratuito. Gli uomini lavoravano e pilotavano la storia, le donne portavano le valigie migliori, ma ancora in terza classe.

Deve essere stato difficile, Marta, definirsi donna essendo nata nel 1943.

Educata alla salvaguardia della verginità e al compimento di se stessa come moglie e madre, imitando lo stile degli abiti di Jaqueline Kennedy sentendosi semplicemente in maschera, infine travolta dal treno del mitico 68: ma la formazione non la si cancella, resta in te, figura dimidiata anche se con il gonnellone e la parola libertà sulla gola.

E qui inizia la tua storia, che alla Storia si intreccia, come un cordone:

Nel luglio 1972, il Psiup, si divise in due tronconi che confluirono, con la maggioranza dei dirigenti, nel Partito Comunista Italiano mentre un piccolissima minoranza ritornò nella casa da cui era partita, il Psi.

Il Psiup fu dunque e indiscutibilmente il mio partito e la mia casa.

Le donne che fecero? Cercarono spazi in cui esistere e avere voce, dando avvio alla annosa “questione femminile”, senza riuscire, tuttavia, nei collettivi, a confrontarsi in modo realmente costruttivo, costruendo solide alleanze interpartitiche.

Le socialiste, pur avendo posto da sempre l’esigenza di una parità di rappresentanza, non riuscirono a conquistare una vittoria di squadra perché troppo divise.

Ciascuna legata a una corrente interna riproponeva questa divisione in ogni contesto. […] Così si determinò il fallimento dell’imposizione di una candidatura femminile come numero due nelle liste elettorali.

Marta, tu ci hai creduto nel 2000: hai partorito una figlia nel 1980, hai lavorato sentendo il dolore del distacco e il peso della colpa che è di tutte le madri, facciano le leader per il mondo o le lattaie sotto casa.

Hai cercato di essere te stessa e di fare il meglio, inseguendo forse l’impossibile, perché un genitore perfetto di sicuro non esiste, sul politico ho ancora più dubbi.

Esistono solo Donne e Uomini che credono nel presente al punto da voler mettere al mondo il futuro.

Mi scuso, Marta, la politica non è il mio pane. Forse ho mangiato troppa nutella e troppa polvere.

Abbiamo progettato di incontrarci, un giorno, per un caffè a Roma: io ho molto da imparare, lo ribadiso, e sono una brava allieva, di quelle che fanno più domande rispetto a ripetere la lezione sentendo la storia altrui.

Ti ringrazio. A presto,

Emma”.

 

Titolo: Viaggio in terza classe
Autore: Marta Ajò
Edizioni: L’Erudita 2016
link d’acquisto:

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Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente.

Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.
Scrivo per lavoro e per passione.
Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui “Cultura al Femminile”.

Ho pubblicato un saggio, “Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena”, un romanzo – inchiesta, “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, “Le dee del miele”, che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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